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Incontro con Anna Maria Guidi

Dalla presentazione del libro Certezze
il 15 maggio 2004
al Centro d'Arte Modigliani
e il Patrocinio del Quartiere 3 di Firenze
Circolo La Nave a Novezzano

Roberta Degl'Innocenti

Avanzi

Che me ne faccio
di tutte queste parole
esplorate scavate sorvegliate
perché non fuggano
attraverso le maglie
dei pensieri
cresciute coccolate levigate
perché non si feriscano
fra le spine dei giorni
inventate plasmate soffiate
vive nella fiamma come il vetro

Appena nate
le avevo lasciate
in serbo al crocevia
di strade che portavano al mare
senza pretesa di pedaggio:
dono di carta effimero
prezioso
senza peso
che più forte appena
il vento bastava a cancellare

Ma quando sono ritornata
erano ancora tutte lì
pallide e sciupate
come un gatto affamato
sotto la solita luna:
anche il vento s'era dimenticato
di portarle via

Ed ora che me ne faccio
di queste povere parole
strascicate ammalate rifiutate
buttate via come caramelle
ancora da succhiare

Che me ne faccio
avanzi di una mensa da poveri
braci che non scaldano
il gelo dentro le vesti
vele ammainate
al vento che soffia
soffia soffia soffia
soffia forte ancora:
inutilmente
se nessuno le vuole

(dalla sezione Croce di fango, pp. 46-47)

Buona sera, ho volutamente iniziato questo incontro con la lettura della poesia Avanzi. (Episodio Giubbe Rosse). Anna Maria Guidi sa che amo molto questa sua lirica, sia per il valore poetico, sia perché credo che ogni poeta vi si possa riconoscere e confortare.

Nelle parole esplorate, scavate, sorvegliate perché non fuggano, in questo rapporto di amore-non amore, quasi di dipendenza psicologica. Nei momenti di pausa, quando anche l'estro si addormenta – ed alle volte succede – noi poeti e dico noi, perché il mio più che uno sguardo critico è quello di una collega, di una viaggiatrice di sogni e deliri e non solo, di una compagna, a volte di una "complice", allora questo dono di carta senza peso diventa un bisogno estremo, una malinconia, un viaggio che ci si augura di poter continuare a intraprendere per sempre. Ho parlato prima di "complicità" perché nel torso della nostra amicizia, divenuta sempre più importante, si sono rivelate fra di noi delle affinità, talmente evidenti, da far pensare spesso che ci siamo conosciute e poi riconosciute.

Comunque oggi pomeriggio parleremo di Certezze, edito da Ibiskos nel 2002, un compito non facile ma affascinante. Ho iniziato con la lettura di Avanzi, ma ovviamente Certezze non si identifica soltanto in questa lirica, seppure molto bella, sarebbe riduttivo e fuorviante. Si tratta di un libro semplice e complicato al tempo stesso, un poco come la personalità della nostra autrice. Noi la vediamo sorridere, parlare sempre con cognizione: precisa, attenta, spesso spiritosa; però dentro di lei c'è un mondo del quale ci apre le porte con le sue liriche, un mondo dove ci invita a percepirne il grido, la rabbia ed anche la salvezza.

Ho avuto modo di leggere, per fortuna aggiungo, tutti i suoi libri e c'è stato veramente l'imbarazzo della scelta per poterne presentare uno: infatti sono tutti egualmente interessanti. Tra l'altro, proprio nel medesimo anno Anna Maria pubblica, quasi in contemporanea, o comunque a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, sia Certezze che Tenacia d'ombra. Già anche il primo libro, Esercizi, non aveva certo le caratteristiche d'un esordio letterario collocandosi già come testo importante, per non parlare poi del successivo Incontri, del quale auspico sempre una seconda edizione.

Anna Maria ha una scrittura raffinata, talvolta inquieta. Lei ci appare come una poetessa instancabile: una ricamatrice di parole. Una donna alla quale i versi sgorgano, si rafforzano, si rincorrono fino ad un bisogno assoluto. Alcune composizioni hanno una costruzione aerea, direi spaziale, come se la parola fluttui in un elemento non più limitato ma aspiri ad un'universalità della quale ha già percepito l'immenso.

Certezze è stato prefato da Cristiano Mazzanti del quale ho assistito ad un'eccellente presentazione al "Punto Einaudi". Cristiano Mazzanti scrive: "La poesia con ali di farfalla, di falena e di aquila come mongolfiera lirica al vento della Storia". Aggiungo: Sensazioni emotive, tuffo di memoria in un deja-vu ancora così vicino: sognante eppure fragile, di una realtà alla quale rivolgersi con sguardo lucido ed allo stesso tempo l'incanto di una giovinezza, percepibile in una natura che accompagna e lenisce, accarezza e conforta. La consapevolezza di un tranquillo scavo e conseguente percorso interiore. Queste e tante altre sono le implicazioni che muovono la scrittura di Anna Maria, che la rendono unica, che ci fa muovere e vibrare, ci sfiora, ci graffia.

L'autrice si confessa e ci confessa questo spalancare le porte anche a sentimenti inconfessabili e quanto di più coerente ed al tempo stesso incoerente lei possa addurre. Non vorrei anticipare una conclusione che potrebbe apparire scontata ma, nonostante le frasi celebri che fanno da input alle poesie, le introducono, le seguono, lei ci dice in maniera chiara e ferma, al termine di una lirica che parla dei contrasti interiori e dells difficolta del vivere: "Ecco perché il dubbio è l'unica certezza".

L'uomo vive, soffre, ama a volte anche la propria conflittualità, eppure nel caos che muove il nostro/vostro mondo il dubbio rimane inchiodato, incontrastato padrone che può apparire effimero eppure non lo è. Dubbio/certezza leitmotiv del libro. La raccolta, suddivisa in gruppi, si muove con leggerezza, ogni verso scivola via, eppure Anna Maria non ha lasciato niente al caso, la sua è una scrittura colta. Però, intendiamoci, con questa considerazione non voglio significare che si tratta di una scrittura per pochi eletti. Al contrario, ognuno di noi, come spesso avviene nella poesia, può percepire e raccogliere con la propria sensibilità l'idea e l'emotività che hanno mosso la mano e la mente delta poetessa.

Mi soffermo sulle liriche della prima parte del libro: alcune descrivono eventi, altre accarezzano emozioni. Leggo alcuni versi: "complici fruttate dolcezze di scirocco" (Complicità p. 10) pare quasi di udire quel brusio sottile che circonda il silenzio, lo rende complice, testardo, lo fa inginocchiare alla nostra volontà di conoscenza, l'un l'altro nel parlare, quasi una preghiera fra le ciglia, che riaffiora e ci coglie di sorpresa. "ancora un frullo, un raggio peregrino" (Beatitudini p. 14) questa beatitudine, questo godere l'attimo: chiara essenza che la fuggevolezza del tempo che dona e prende, ci esalta e redime, e la certezza consapevole che tutto si consuma e ricomincia.

Anna Maria sa, conosce, è anche intimamente convinta della propria debolezza e al medesimo modo della forza che può sprigionare (ce lo diciamo spesso: siamo due cornbattenti, fragili talvolta, ma combattenti). Ed e anche consapevole che tutto può essere vero, come il suo contrario: la verità non è mai assoluta. La vita, che Anna Maria Guidi definisce un compromesso, non è aliena da voli pindarici e sogni smarriti come lucciola nel bicchiere dove, con occhi grandi e sguardo ignaro, si consuma ancora, e nonostante tutto, il mito delle monetine seminate nel Campo dei Miracoli.

Certezze è anche questo, la realtà, crudele, imprescindibile e un mondo al quale rivolgersi con indulgenza. La levità d'un ricordo come il funerate della nonna Giacoma, presenza antica (anche per il numero degli anni che l'autrice ci svela). Un atto scevro da implicazioni di dolore, quasi una serena accettazione della vita/morte che ci accompagna, insieme al fluire delle stagioni, mentre l'amore si perde e si svela nuovamente in ciò che Anna Maria definisce un circolare viaggio. Gli angoli sono stati smussati dal vento della vita, la certezza dell'esistenza, come al medesimo tempo la sua fine, fa godere quel rosato turgore di oleandri che accompagna l'ultimo tranquillo viaggio di Giacoma.

Adesso, un poco per non approfittare del pubblico parlando troppo e tutto insieme e anche per dare un'impronta diversa a questa presentazione che ho volutamente chiamato incontro, direi di fare leggere o aggiungere qualcosa alla nostra giovane ragazza e poi continuare la serata facendo quello che non ho fatto all'inizio cioè un breve excursus poetico e biografia dell'autrice. Però prima di passare il microfono ad Anna Maria vorrei leggere, con il suo permesso, la poesia Complicità (p. 10) della quale ho parlato prima.

Complicità

Fra placidi sipari
d'ortensie
e rosato turgore
d'oleandri
si mette in posa
l'azzurra sosta del mare

Campane dedicate
stamani per Giacoma
ottant'anni rassicuranti
di nonna al focolare
nodosi come un ramo di ciliegio
occhi di rughe all'erta
per riconoscere
già in piazza
le voci dei nipoti:
la segue ora
sommessa una fila
di fazzoletti e preghiere
sudate a fil di labbra

Nell'ombra curva
di vicoli stretti
saliscendi di scalini
e persiane socchiuse:
aspetta in cima
l'ala del cielo

Un sasso tondo
di granito
accanto un gatto rosso
addormentato
fanno la guardia
ad una porta chiusa:
ché non apra
più tardi
a inconfessati ardori
di fuga
nel tumido fresco della sera

E si parla
si parla di noi (complici
fruttate dolcezze di scirocco)
si parla fitto fitto
di amori andati

e di perduti amori:
ma non va e non si perde !'amore
solo mutando
di volta in volta
il faro per la rotta
bastimento irrequieto
che percorre
alimenta
e non consuma
nel suo perpetuo
circolare viaggio
il mare aperto

(da: Beatitudini, p. 101)

Letture di Anna Maria

Inizio questa seconda parte della serata con le parole di Pier Paolo Pasolini che troverete a pagina 37, nella sezione che l'autrice chiama Approdi: "Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere con te e contro te, con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere." C'è in tutta la poesia di Anna Maria Guidi questo forte senso della contraddizione. Uno scavo che la poetessa conduce con lucidità.

"Oggi ho colpito in transito un dubbio clandestino: e se fosse il punto la risposta? (p. 38) Eppure tutto ciò non le impedisce di regalarci momenti di puro lirismo, come nella poesia Mongolfiere. Queste frange ai pensieri, processioni di nebbie sono i trasalimenti del poeta, il suo candore, il suo concedersi fra pennellate di colore, emotività trasferite in immagini, tradotte in attese timide ma presenti a quel volo al quale sublimare l'estremo dono della libertà al quale ci uniamo con giocondità di sguardo.

Mongolfiere

La tua voce
di primo mattino
frange ai pensieri
processioni di nebbie.

Ed accolgo
in finestre di silenzio
mongolfiere d'aurora
timide d'attese
già gonfie
e pronte
         al volo.

(dalla sezione Beatitudini p. 16)

Come ho detto precedentemente il libro si compone di varie sezioni, tutte titolate in maniera esauriente, ma spiegare troppo sarebbe un'operazione didascalica che farebbe torto alla poesia di Anna Maria, così vivace, struggente, d'una tenacia che incanta, una poesia che non ha neppure timore di essere dura, di dire, di affermare e anche di contraddire. Non è semplice, non lo è mai l'essere poeta, sia come espressione emotiva del proprio esistere, sia come espressione di denuncia civile, non è facile l'appartenenza e anche la non appartenenza.

La nostra poetessa ci dona spesso i suoi ricordi, mirabili quadri della sua esistenza, e ancora certi personaggi così vivi, che lei ha il coraggio e l'intuizione di chiamare per nome, di renderli terreni, anche se hanno lasciato la vita terrena e farli divenire, così, un poco anche nostri. Essi fanno parte di un vissuto comune eppur unico, emozionante ed emozionabile. Nei vari interrogativi che l'autrice si pone ed ai quali si risponde – o non risponde perché non vie rispostasenza paure, senza tentennamenti: il volo di Icaro (p. 29) ci appare in sintonia fra inunaginazione e realtà. Le fermate, le soste che l'esistere c'impone, nostro malgrado, ci rendono ogni volta la misura del volo al quale aspirare.

Farfalla leggera, pronta a librarsi, senza peso. Si ripete questa definizione trovata già in precedenza in differenti contesti: "sono senza peso le parole cresciute coccolate levigate e senza peso il cielo dove perdersi in volo, dove si anela ad un'universalità nella quale fluttuare, immergersi". Così anche le cadute hanno la propria logica – non esiste caduta senza volo – ogni evento ha un suo preciso disegno. A questo punto vorrei puntare la penna e il pensiero sulla poesia che Anna Maria Guidi dedica alla madre. Premetto, ed è una mia opinione, che sia un compito difficile scrivere sui propri genitori quando non sono più in vita. Cioè, mi spiego meglio: sarebbe facile, la difficoltà consiste nel non cadere nella retorica, senza dire cose già espresse da altri perché i sentimenti sono comuni, come è comune il dolore.

Credo che la poesia A Livia, vent'anni dopo (p. 50) sia una delle poesie più belle del libro. Intanto si capisce in questo lungo colloquio con se stessa che l'ideale interlocutore è la madre quando il testo si avvia verso la fine. Potrebbe trattarsi di una qualsiasi persona che ha accompagnato e accompagna Anna Maria in questo viaggio affascinante e sorprendente che è la vita. Nonostante la lunghezza del testo ci sono dei momenti di grande liricità, dove quasi si perde il senso del raccontare per perdersi (sembra un gioco di parole) nella poesia: negli occhi di tortora, nelle indulgenze da rammendare come calze rotte, nelle parole Livia, il tuo nome/fresco come un balsamo. Dal grembo del silenzio tutto appare chiaro, ogni cosa ritrova il suo naturale posto, nel rinascere insieme madre e figlia.

Ripeto le parole di Anna Maria: Dal grembo del silenzio | ora posso | partorirti. In questa simbiosi di madre-figlia | figlia-madre c'è tutto l'amore, il dolore, la contraddizione e anche la salvezza. Prima di passare nuovamente il microfono ad Anna Maria per altre letture lei dice, a p 75, "Cercatemi stasera, scherani, | della mia tarda e non | età matura", non a caso precedentemente l'ho definita una giovane ragazza e continuo a sostenerlo e ancora lei parla di questo cuore, "preda del santi, | del poeti | dei chirurghi e degli illusionisti, questuante che batte". Mi e piaciuto moltissimo l'uso deila parola questuante. Di fatto è che il cuore sia chiamato in causa dai poeti e cosa nota. Generalmente si scrive in situazioni di malinconia, dolore, gioia, sentimenti amorosi, espressioni di denuncia – la stasi di solito non manifesta fantasia creativa. Allora il questuante che, nonostante tutto, o forse proprio per questo, continua a farsi sentire, cerca ogni strada, percorre ogni sentiero, si affaccia ad ogni porta, è il nostro cuore che ritma il sentimento del tempo, lo distrugge o lo esalta, lo ama o lo confonde in sentieri sconosciuti ai quali volgersi ancora con stupore.

A questo punto vorrei invitare ancora Anna Maria a leggerci altre poesie, prima di avviarmi alla conclusione, prima di sentire anche il pensiero dell'autrice.

Letture

Mi soffermo, con ammirazione, sull'ultima parte della silloge Certezze, quella che Cristiano Mazzanti ha giustamente definito un crescendo poetico. La magistrale descrizione della Morte, introdotta in precedenza, dà "il colpo di requiem". Rendiamoci pienamente conto della forza espressiva di questo verso. ripeto, "il colpo di requiem". Parlare della morte può apparire normale, ancora di più per il poeta che si nutre dei respiri della vita e degli ansiti della morte.

Nella poesia Il nodo, che troverete a p. 81, e che leggeremo poi insieme, Anna Maria ha il pudore della morte, ne parla come si narra la vita. Non importa gridare, gemere, urlare. La vita è il sussurro d'un ottobre già in pena, dove la signora dalle unghie affilate, tutto percorre, stringe, scioglie. Ecco l'amore-amore quello che non è dettato da obblighi o convenzioni, quello da accarezzare dentro, che non si manifesta e che, per contraddizione, non pare neppure esistere.

Madre, madre
mancata
non mia vice madre,
figlia, figlia
assoluta
non tua vice figlia.

Scrive Anna Maria e le parole accompagnano i gesti, i sentimenti in quella cassa di noce scura e dura. Un addio privo di lamenti in quel camposanto arato di silenzi. Tutto inizia e finisce al medesimo modo così anche l'ultima croce, quest'infanzia anelata, quasi succhiata alla vita ha un suo tenace e preciso intendimento. La morte è quella cosa che ci portiamo addosso fino dalla nascita, quel modo che – prima o poi – verrà sciolto.

Non sappiamo, in quelle che lei giustamente chiamerà cacce, chi sarà la prossima preda e allora, allora questa arma potente della scrittura è forse una sfida al sentimento del tempo. Anna Maria lo scrive, lo ripete, usa la maiuscola. Scrivo e vivo, ed è importante ciò che lei afferma: Scrivere è Dimenticare/senza Perdonarsi/questa Tenacia d'ombra. Rimandandoci così, almeno con il titolo e forse anche nelle intenzioni, all'altro suo libro, appunto, Tenacia d'ombra.

Anna Maria ha il dono della parola che dice, afferma senza indulgere in sentimentalismi, provoca, ci tocca e ci accarezza le corde nascoste, il pensiero che vibra e conforta, osservando i paesaggi fuori e dentro di noi, dove le anime che hanno fatto parte della sua vita terrena sono croci sulle quali pregare in maniera non comune, sono alba e tramonto, sono un altro tocco della stessa paura, imbiancata | con la nostra canizie, cresciuta alla deriva, come quegli anni fitti, | fitti come olive in sala moia, blindati senza | le chiavi della cassaforte (p. 66). Ho iniziato questa mia conversazione con una poesia dedicata alla parola, quasi un inno, con le parole esplorate, scavate sorvegliate di Anna Maria e vorrei concludere con un verso dedicato alla poesia, a questo dono che tanto ci consola e ci redime, leggo Wait Withmann, la sua introduzione a Foglie d'erba: Ascolta, disse l'anima mia, scriviamo per il mio corpo (siamo infatti una cosa) versi tali che, dopo morte, dovessi invisibile tornare, o più tardi, più tardi, in altre sfere, a un gruppo di compagni i miei canti riprendere".

Ecco, auguriamoci che sia cosi. Grazie a tutti.

in: Dibattito Democratico, nr. 5/2005

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