Servizi
Contatti


Noemi Israel

Buon compleanno
Ken
13-26 giugno 2011
Trieste
Centro commerciale “Torri d'Europa”

Buon compleanno Ken

Ken compie mezzo secolo. Barbie ha due anni di più. I venditori di giocattoli erano convinti (e qualcuno lo è ancora) che i nuovi tipi nuovi di doll in versione playable avrebbero soppiantato gli inossidabili Barbara Millicent Roberts e Ken Carson. Mentre non solo il numero dei collezionisti continua ad aumentare vertiginosamente (Barbie è il secondo oggetto più collezionato al mondo dopo i francobolli), ma le sorti di questa bambola così diversa dalle altre, affascinante e seducente come nessuna, hanno intrapreso anche un percorso autonomo che non ha nulla a che vedere con Mattel: l’universo del “pezzo unico” (in gergo OOAK, acronimo dell’inglese “one of a kind”). Si potrebbe dire che il gioco ha letteralmente rapito gli adulti (esperti non necessariamente nostalgici), a volte usciti da scuole di moda. Costoro preferiscono rivisitare Barbie e il suo guardaroba, anziché dedicarsi alle modelle in carne ed ossa e all’ haute couture. Raffaella Carrà, Anna Oxa, Patty Pravo possono diventare “pezzo unico”, creato su corpo e faccia di una Barbie (l’ultima linea delle Basics sembra essere la base perfetta per questo genere di lavoro). Le ooak superano persino i costi di alcune vintage. Per avere una cantante Madonna riprodotta in scala 1:6 c’è chi è disposto a spendere fortune.

Cosa alimenta il percorso indipendente dell’OOAK? Cosa induce alcuni collezionisti a diventare stilisti di Barbie non legati alla casa madre che la produce, e altri ad acquistare questi “pezzi unici” anziché collezionare le Vintage Anni Sessanta, le Mod fra Sessanta e Settanta o le Superstar?

Inizio della Doll Art e dell'Ooak

Alla fine degli anni Ottanta la produzione massificata di Barbie attraversa una forte crisi. Andy Warhol nel 1986 dedica alla Barbie il celebre ritratto che la consacra icona femminile del XX secolo. L’artista BillyBoy*, amico di Warhol e fino a quel momento devoto stilista di Barbie per Mattel (suoi i due magnifici Le Nouveau Theatre de la Mode del 1985 e Feeling’ Groovy Barbie – Glamour a Go-Go! Gift Set del 1987), collezionista di un numero spropositato di bambole antiche dell’Ottocento e contemporanee, studioso dell’argomento (il suo volume “Barbie, Her Life and Time”, edito da Crown, è imprescindibile per un collezionista autentico), lascia Mattel e nel febbraio del 1989 dà vita a una nuova fashion doll, Mdvanii, alta 25 cm, coi tratti euroasiatici, d’impostazione prettamente parigina per contrastare l’“americanità” della rivale. Prodotta in numeri limitati (ogni scatola è autografata col pennarello da BillyBoy*), Mdvaniii non è una bambola per bambini, bensì una sorta di statuina preziosa venduta a prezzi stratosferici. Del resto BillyBoy* è prima di tutto un artista, un pittore, scultore, creatore arazzi e costumi e può di fatto essere considerato il capostipite della Doll Art. Mdvanii è la creazione con la quale egli organizza numerose mostre (esposizioni composite che abbondano anche di materiale fotografico e filmico), con variazioni su tema della sua bambola.

Barbie da gioco e da collezione

All’inizio degli anni Novanta, la stessa Mattel nota il cambiamento dell’orientamento di vendita da parte degli acquirenti, diventati sempre più esigenti e disinteressati alle “cappellone” playable del periodo. Così decide di dividere le Barbie in esemplari “giocabili” ed esemplari “collezionabili”, questi ultimi espressamente destinati ad un pubblico “over 14”. Ed ecco arrivare le grandi dive hollywoodiane (tanto per citarne alcune: l’intera serie Barbie/Rossella O’Hara coi vestiti indossati da Vivien Leigh in Via col vento e Barbie/Audrey Hepburn con gli abiti di Colazione da Tiffany). Nascono le pregiatissime Silkstone (dal nome del materiale, che le rende pesanti e lisce al tempo stesso), il cui mold (struttura della faccia) ricorda i visi delle Ponytail del 1959/60, assieme alle quali vengono riproposti completini vintage oramai divenuti assai rari e costosi. Fanno il loro esordio anche le modelle-Barbie di Bob Mackie, Byron Lars, Robert Best e tantissimi altri stilisti di fama mondiale, fra cui i nostri Valentino, Donatella Versace e Armani.

C’era una volta Barbie, c'è ancora e ci sarà

Tutto ciò non spiega ancora il fiorire dell’OOAK e della Doll Art legata a Barbie. Qual è il suo segreto? Cosa rende così appetibile artigianalmente e artisticamente questa doll?

Il segreto, in realtà, è talmente evidente da essere passato quasi inosservato: Barbie non è una bambola, bensì una marionetta, e per capire il successo in chi ci mette l’anima per dar vita a “pezzi unici” col suo corpo occorre fare parecchi passi indietro.

Una marionetta, direte voi? Da cosa lo si capisce? Innanzitutto dal fatto che Barbie è un personaggio adulto. Certo, Ruth Handler Moskowicz, creatrice di Barbie nonché fondatrice assieme al marito della Mattel (da non sottovalutare che Mattel prima di Barbie produceva manufatti di legno e mobili per case di bambole) voleva a tutti i costi fare una bambola che potesse cambiare vestitini, come le bambole di carta con cui giocava la figlia Barbara (alla quale dedicò Barbie). Ma la voleva anche che fosse adulta, con una figura slanciata, elegante, raffinata e, durante un viaggio in Europa nella seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso trovò nella tedesca Lilli l’aspetto più vicino alle sue idee. Acquistò i diritti di riproduzione dalla casa tedesca (che fallì con la nascita di Barbie) e fece modificare dai suoi ingegneri la struttura meccanica della testa, non più attaccata con filo al gancio posizionato dentro al collo, come le vecchie bambole (e le marionette), ma ruotante ed estraibile senza danno alcuno per la bambola.

La parentela con Arlecchino e Pinocchio

Negli anni Cinquanta si arena anche il mercato delle marionette, sopravvissuto con fatica alla II Guerra mondiale. Le maschere della commedia dell’arte sembrano affievolirsi nei teatrini destinati ai bambini.

Intanto Pinocchio, per mano del suo autore, mezzo secolo prima è già sfuggito alla schiavitù dei fili e continua a essere realizzato da valenti artigiani in tutte le zone attigue alla Toscana, con aspetto diverso in ogni bottega. Nel libro viene descritto “burattino”, anche se burattino è il pupazzo che contiene la mano. Collodi – che conosceva assai bene il mondo delle marionette e dei teatrini per bambini – per il suo pupillo estrapola il sostantivo “burattino” dal verbo toscano “abburattare”, ovvero setacciare/impastare, così da sottolineare incessantemente i movimenti dinoccolati e i gesti sconnessi e ripetitivi che Pinoccho-senza-fili compie da solo, come se impastasse farina e acqua. All’inizio del Capitolo X si legge: “Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette … Arlecchino e Pulcinella, sulla scena in quel momento, lo riconoscono come “uno di loro” e durante lo spettacolo Arlecchino a gran voce lo chiama sul palco: “Pinocchio, vieni a gettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!”.

Il primo Pinocchio di legno in versione giocattolo, i cui diritti sono gelosamente custoditi dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi, è stato riproposto da Giochi Preziosi in occasione dei 100 dalla sua creazione. Guarda caso la scala è 1:6 (30 cm di altezza), la stessa di Barbie, che, non dimentichiamo, eredita dai suoi creatori anche il passato di chi ha lavorato per lungo tempo il legno.

Ruth Handler dà vita a una marionetta femmina, Barbie, anch’essa senza fili per merito della collodiana invenzione di Pinocchio, di plastica (le ultime marionette sono anch’esse di plastica) e la attornia ben presto di un nutrito gruppo di personaggi, a iniziare da Ken (storico fidanzato), Midge (prima amica), Allan (fidanzato di Midge), Skipper (sorella di Barbie) e via dicendo. I bambini possono finalmente giocare di nuovo al teatrino con personaggi adulti. E non mancano neppure riferimenti a donne trendy del momento, per esempio Twiggy (1966), la celebre modella cantante e attrice, prima star riprodotta da Mattel, o Diahann Carrol interprete della serie medicale “Julia”, di cui Julia/Mattel (1968) diventerà la riproduzione.

Del periodo vintage (1959-68) sono estremamente significativi due tipi di Barbie: Fashion Queen (1963), dotata di tre parrucche, che può indossare sul capo rasato, perché contiene in sé tre personaggi diversi; e Color Magic (1966), con l’incantevole costumino a rombi come Arlecchino, la quale può tingersi i capelli nel vero senso della parola, a gusto e desiderio dei piccoli registi/stilisti che hanno la fortuna di possederla e di strizzare quei magici tubetti di colore. Per quest’ultima è evidente la parentela con l’antenato Arlecchino. La cosa può essere avvenuta inconsciamente, ma chi lavora il legno e si occupa di giocattoli è portatore sempre e comunque dell’arguto mondo primitivo degli antichi spettacoli ai margini delle strade, in cui Arlecchino/Helleking (= King of the Hell ovvero “re dell’inferno”) e i suoi compagni rappresentavano lo spirito villanesco e la parodia delle regole imposte dai padroni, nonché l’Altro che può osare ciò che all’Io non è concesso. Nei periodi carnascialeschi tutti i servi, per una settimana (quella Grassa), protetti dalla maschera, si trasformavano in giustizieri di avari tenutari e traditori. Interessante come all’inizio degli anni Sessanta, momento aureo dell’emancipazione femminile, il King of the Hell diventa un’affascinante Queen of the Hell.

Differenza fra Ooak e Doll Art

Gli ooakers sono neo burattinai, artigiani che riproducono a loro modo la nuova protagonista femminile dei teatrini moderni, spesso ridotti a statiche e fredde bacheche oppure a una claustrofobica scatola di cartone riposta orizzontale in un armadio come una piccola bara, in cui riposa una Barbie spenta.

Chiunque può essere ooaker se cuce un vestitino artigianale o ritocca il make-up di una Barbie di fabbrica. Ciò che differenzia l’artista dall’artigiano è non solo il bagaglio culturale, che gli permette di attingere al passato e di portarlo avanti, di evolverlo e stravolgerlo, ma anche il modo di realizzare il piccolo personaggio. Ci sono in giro chiassose e appariscenti rivisitazioni ooak, che viste da lontano rifulgono di sontuosità baroccheggiante e magnificenza, ma se solo poco vengono prese in mano e osservate meglio scoprono il loro pauroso “lato oscuro”.

Mi spiego: un artista non cucirà o, peggio, incollerà mai addosso a una Barbie il vestito perché questa risulti bella soltanto ammirata dietro una vetrina o col binocolo, ma si occuperà prima di tutto della “salute” del suo corpo. Un buon restauro di eventuali difetti, un reimpianto di capelli di prima qualità, acconciature ottenute senza alcun ausilio di colle sono già indicative di un lavoro artistico e non artigianale (e di basso livello). Quanto all’abito, più che la sontuosità, è fondamentale che esso sia fatto in modo da garantire la reversibilità. In parole povere, un prodotto-doll-art potrà sempre ritornare allo stato di partenza. Sottolineo che il restauro, in caso di esemplari malconci, appartiene al processo ri-creativo e non è soggetto ai criteri della reversibilità.

Una Barbie con caratteri di fissità, che non permette il suo ri-utilizzo, è prodotto ooak solo artigianale, frutto a volte anche di eccellente abilità manuale, ma privo della consistenza artistica che nobilita ed estrapola dalla pacchianeria kitsch senza passato, superficiale, pietosamente sentimentale e talvolta trash le vere creazioni d’autore.

© 2011 Noemi Israel


autore
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza