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Conosco Max Bender

Sandro Allegrini

Ho conosciuto Max Bender nell'aprile del 2003. Maria Grazia Lenisa, tutta vibrante come un'arpa cosmica, sapendosi da lui amata, donnescamente lo blandiva, e molto... prometteva per un "Canzoniere", da lui scritto in nome della vita.

Fisicamente Max Bender tradisce la propria origine germanica: fulva chioma leonina, pelle chiara con le piccole efelidi, abbronzatura rossastra, labbra sottili, la dentatura | bianca, cavallina, fisico robusto (in contrasto con la modestia del suo "coso", come – senza complessi – confessa nel Canzoniere Bifonte: "E, se mi amasse, resto nella storia | con il pène infantile | in tanto corpo'). Sul naso porta occhialini azzurri, veste elegante – abito in lino e panama – un orologio d'oro sul panciotto, l'eterna sigaretta sulla bocca, rhum giamaicano spesso sorseggiato, agenda in marocchino sempre in mano, attento all'uomo e al mondo circostante, annota sensazioni, versi e gesti.

È colto, poliglotta: padroneggia sette lingue, più le classiche. Ha fatto studi sulla stele di Rosetta, smentendo in parte l'interpretazione di Champollion, ha pubblicato un glossario sul dialetto di una tribù amazzonica (fragmenta rerum vulgarium), scrive poesia d'amore... e di che fatta!

A chi ne contesta l'esistenza, posso fornire elementi biografici indiscutibili, che egli stesso mi ha personalmente rivelato, in un bar periferico, a Bizanzio. È nipote di quel Wilhelm Bender (Munzenberg, Assia, 1845 - Bonn, 1901) che fu professore, a Berlino, di teologia sistematica, poi di storia delle religioni, tenace detrattore del panteismo di Schleiermacher e del naturalismo vitalistico di Ritschi. Il padre di Max Bender, pastore protestante, sposò un'olandese e si trasferì in quel Paese, ma è falso che esercitasse il mestiere di commerciante di diamanti: l'equivoco fu probabilmente generato da una frase che pronunciò al circolo della caccia di Amsterdam quando, scoprendo il suo poker d'assi servito, ebbe ad esclamare "Ecco i miei diamanti!".

Max crebbe in ambiente colto, ma conformista e repressivo. da qui una passione smodata per le donne e... per i ragazzi, per l'alcool e per il fumo (oltre che per la storia e la letteratura).

Nel suo peregrinare per il mondo, molto ha amato, finché conobbe Maria Grazia Lenisa: di lei si era perdutamente innamorato quando, aprendo a caso il libro II dell'Ars Amatoria di Ovidio, incurante della fedeltà del tradurre, nella nuova biblioteca di Alessandria, ne incrociò lo sguardo umbro-friulano-erotico-alessandrino, evocatore di poesia e di passione.

Da quel momento la insegue ed instancabilmente la imita, con esiti poetici notevoli: ne conosce a perfezione le opere ed è in grado di citarne qualunque passo a memoria. Come si nota nel Canzoniere, Max Bender riesce addirittura a mimetizzarsi nello stile della poetessa: si veda il distico "fa da lenzuolo all'amante per verso | rifiutato", ove si appropria del classico procedimento polisemico lenisiano: la donna rifiuta l'amante "perverso", oppure "per un verso che le è stato negato"?

Ormai è un caso nazionale, che coinvolge poeti, non meno che critici e intellettuali, interessando perfino il grosso pubblico. Chi scrive (storico critico di Lenisa), ha in uscita un volume da Bastogi (storico editore di Lenisa), con Prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti (storico prefatore di Lenisa).

Il mio studio ("Paralipomeni e integrazioni non omissive alle Vite Parallele di Plutarco: Max Bender-Maria Grazia Lenisa, un caso biografico e letterario"), ne sono convinto, farà giustizia delle tante inesattezze che sono state scritte, anche da critici accreditati, sul conto di Max Bender, (uomo in carne ed ossa, altro che sdoppiamento, alter ego, artificio letterario!). Sono in grado di mostrare le lettere (non le foto: Max non ama essere ripreso!) di questo innamorato e "storico" predatore di Lenisa. Tanto per la precisione storica.

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