Servizi
Contatti

Eventi


Introduzione a
Incendio e fuga

Dante Maffia

Cominciamo dal titolo, Incendio e fuga da una parte ricorda l'endiadi cara a Bach, dall'altra immediatamente ci riporta alla distruzione della Biblioteca d'Alessandria, al rogo che impoverì il mondo più d'ogni altra cosa e privò gli uomini di un patrimonio che forse avrebbe aiutato a vivere meglio. Dunque la musica, il crepitio dell'incendio, la fuga verso lontani approdi, forse, o la fuga nel perduto regno delle ombre che vagano in cerca della luce, o la fuga dalle ombre verso la chiarità d'un cielo arso di furori, di ardori, di mutamenti: "ed il nuovo si apra nel suo Nome che io | trasmetto la. chiara ragione ermetica che sgorga come| acqua purissima".

Si tratta quindi di un viaggio, del Viaggio che deve innanzi tutto attraversarci e renderci puri, un viaggio della Purificazione e della Redenzione ma proprio perché tale sarà un viaggio che non risparmia cadute e brutture, immersioni che disorientano, lacerazioni che diventeranno emblema del vissuto e del desiderio di eternità. Del resto un incendio produce anche fumo e il fumo, da sempre, è l'immagine delle relazioni che esistono tra il cielo e la terra.

Tutti i poeti si chiedono, a un certo punto, a che serve la poesia, qual è la sua funzione, il suo senso, la sua necessità. Le risposte più esaurienti sono quelle che non definiscono, sono quelle che entrano ed escono dall'imprendibile massa fluida di parole, l'immagini e d'idee senza diventare assiomi. Il che ci fa intendere che la poesia si mostra nel momento stesso di dissolversi o, se volete, nel momento stesso di compiersi diventa voce di un antico credito che Dio promise agli uomini. E questo credito mi pare che Maria Grazia Lenisa pretenda in questo libro ampio, complesso, articolato su un intersecarsi di tematiche, di problematiche, di misteriose risonanze, di affiliazioni che spesso diventano agnizione e che però trovano, poi, una loro autonomia e una loro autenticità. Anche quando pare che la Lenisa s'affidi alla divagazione o alla digressione, è evidente la tessitura del suo pensiero: tutto guida alla foce unica, al recupero dell'umanità nella sua integrità riscattata dal peso delle scorie.

Si spiega così il voler cominciare Incendio e fuga nel nome di Gorgia e di Giordano Bruno e si spiega così il ricorso ai protagonisti della letteratura di tutti i tempi. Sono compagni di viaggio, camminano con Maria Grazia Lenisa per comunicare "il sogno dei poeti". Certo, se la poetessa non sragionasse "al punto di creare", questi compagni sarebbero noiosi professori che sciorinano la loro lezione di filologia o di estetica e non aggiungono al mondo una briciola. I compagni di viaggio si danno una mano, sempre, e scoprono il misterioso sussurro dell'invisibile, i segreti della conoscenza. Maria Grazia si sente un anello della infinita catena, è Omero e Virgilio, Dante e Goethe, Shakespeare e Mijosz, Maria Grazia Lenisa e Tasso, la poesia, insomma, che tutto può, tutto vede. La parola è perennità del vivere o, per restare a Gorgia, "è una gran dominatrice che, anche col più piccolo e invisibile corpo, sa compiere cose profondamente divine... ha la virtù di stroncare la paura, di rimuovere la sofferenza, di infondere gioia, d'intensificare la commozione", di far provare un'esperienza propria all'anima.

Finalmente la "mala fama" dei sofisti è soltanto un vezzo, Gorgia voleva un uomo liberato e libero "perché si compia insieme nel mondo la giustizia e la verità". "Quanto si è perso, per assurdo vive" detta questo meraviglioso endecasillabo della Lenisa e quello che dovrebbe essere il ritratto di un'epoca e di un personaggio come Bruno, diventa una dichiarazione di poetica e sembra sottolineare al mondo odierno che la specie umana, i valori, la realtà che ha senso, avranno un futuro grazie ai lasciti di coloro i quali hanno saputo dare una consistenza alla rinuncia o organizzare a sistema l'assenza. Da ciò diventa evidente la presenza della nostra poetessa all'interno di un percorso che, pur essendo partito da lontanissimo, si assesta infine legittimamente nel solco di esperienze infuocate e tese che hanno all'origine poeti come Benn o, prima ancora, Hölderlin e Rilke, Rimbaud e Pound.

Maria Grazia Lenisa ha una lunga esperienza di scrittura, affinatasi anche nell'esercizio critico. La sua avidità di lettrice non si è mai spenta ed è chiaro che da un certo punto in poi nella sua interiorità "opera una appassionata produzione di immagini che certo sono provviste di qualità sensibili, eppure non appartengono più ad alcuna realtà". È la lezione più diretta di Rimbaud, che la poetessa predilige tra tutti: "e il Vento fra i due secoli m'inventa | un luogo dello spazio-tempo"; "Fredda la lama | dello specchio, guasta in qualche punto, invita a preparare | gli oggetti mesti di tonsura, la forbice e giunge forte l'odore | di morte"; "Spengo | le luci di New York col pensiero, m'accorgo che io posso | andare oltre".

Sarebbe facile il ricorso a Blake o ad altri visionari, ma la capacità della Lenisa di diventare attimo dopo attimo parte integrante della creazione va oltre il ripetuto schema onirico-visionario, è un atto che si compie, non un guizzo, un balenio che appare e dispare, un invito a percepire le fughe: "Chiudendo gli occhi, alla creazione partecipo e non ha senso | più il bene ed il male". Non è più un processo psichico, direbbe Carl G. Jung, perché non si svolge all'interno della coscienza, ma si tratta di forti spinte creative che hanno le loro radici nell'indeterminatezza dell'inconscio, eppure si tratta di versi che prendono l'avvio da motivazioni della realtà quotidiana, e mai da pretestuosi inviti intellettuali, o dal gusto, mettiamo, settecentesco, della concettosità.

La verità è che Maria Grazia Lenisa mette in gioco tutta se stessa ogni volta, in ogni pagina e senza mai scrivere "un solo Verso con in mente il Pubblico" come diceva John Keats in una famosa lettera del 9 aprile 1818. La sua vita, con le molte esperienze, si travasa intera nella parola e alla parola domanda di fare altrettanto, in modo che dalla fusione possa nascere il senso nuovo ed eterno di un dettato nel quale possano confluire le "misteriose energie" provenienti da ogni dove: "La parola splendeva | nella Mente, scendeva sulla bocca e, fuoriuscita, | aveva corpi cune fosse Vita". Da ciò "I nuovi canoni", una delle liriche più sentite del libro:

. . .
Il panico si scioglie che s'è infranto l'orizzonte
blindato d'oltrernorte.
                                È un gran fragore, sorde
le orecchie per sentire voci e ciechi gli occhi
perché la Visione d'alieni corpi luminosi incalzi
e rarità d'ogni vita conforti, allarghi un poco di più
                                'lo spiraglio'
quasi un punto infinito che s'affaccia al sublime
terrestre.
. . .

Al primo impatto Incendio e fuga dà l'idea di muoversi in zone oscure della psiche difficili da raggiungere. La complessità delle poesie, gli argomenti affrontati, i riferimenti, sulle prime, disorientano il lettore che ha l'impressione di trovarsi al secondo capitolo di Foglie d'erba di Walt Whitman. Proseguendo nella lettura però le impressioni iniziali vengono fugate, anche perché non si riscontra nulla del "misto di Baghavadgïtà e New York Herald" di cui parlava Emerson; qui a costruire immagini, metafore, dialoghi, ritmo, senso è la forza della sofferenza che sovrintende come la grande Madre e gestisce perfino la "potenza del Nulla che esige una forma".

Del resto Maria Grazia Lenisa non fa mistero del suo amore per Benn, citandolo in tedesco in "Processo di amore": "Wir sind so schmerzliche durchseuchte Gotter – Noi vivi ed impestati dèi". Ma la sofferenza è lievito che serpeggia senza sosta e fa sentire che questa poesia non è il frutto occasionale o casuale di un momento particolare. Qui c'è una totalità che si espande e dilaga, un furore che sgretola realtà e simboli e li macera e li ridetermina per secernere fino allo spasimo il nuovo inferno che ha nidificato nell'anima della poetessa. Se è vero, com'è vero, che Maria Grazia Lenisa (ormai tutti ne sono a conoscenza:n è la ragazza di Arthur, è anche vero che gli iperestesi spazi turbinanti e assolutamente irreali del poeta francese hanno lasciato delle tracce indelebili nella nostra poetessa.

Eppure queste tracce non sono diventate soltanto grido del naufrago, "distruttiva libertà di un uomo solitario". Nella Lenisa c'è in più la Fede, che rifonde e travalica la disperazione, che ricostruisce l'essere umano attraverso un processo raro, fatto di immersioni nel dolore, nel male, nel diluvio degli eventi – proprio come Rimbaud – in modo però che il viaggio non diventi divagazione dell'essere sull'essere, ma si attesti a traguardo, seppure provvisorio, di una realtà che non finge gaudio ma non è neanche disposta a soccombere nel disfacimento dell'aberrazione disumana della deriva.

La ragazza di Arthur vive la morte ogni attimo (si noti il vive la morte), con la morte ha colloqui e sfuriate, scambi e violenti alterchi, amoreggiamenti e odiose ripulse, ma non la considera come la fine del Tutto. La morte per Maria Grazia Lenisa è un atto della vita, l'atto supremo e più importante, forse, ed è per questo che diventa perfino chimera che riscatta l'orrore e il vuoto.

Incendio e fuga si presenta come un caleidoscopio che si dilata all'infinito. Tutto ciò che vi confluisce, serve a preparare le esplosioni che si rincorrono di pagina in pagina. A volte sembra scorrere tra i versi un vento docile, una brezza refrigerante, ma all'improvviso s'accende l'urlo, l'indignazione, la preghiera e l'indagine si fa serrata, la realtà subisce il disfacimento e diventa sogno di un sogno, Chimera che ha nostalgia della perdita e della morte, della menzogna, e perciò della vita.

La luce forte lentamente
                                        abbassa
                                                        le sue lance
impietose.
La penombra raccoglie il corpo-sindone
nell'Ombra
e un po' si placa lentamente il dolore,
dimentico di sé così il torpore della mente
si fa lembo prezioso, ultimo gesto per coprire
gli occhi.
Perché destarsi? La parola amore non ha
più eco ed è caduta a fondo.

                                                    Ti amo Dio
perché non Ti conosco e per ciò stesso Dio
io non Ti amo.

Come è visibile, lo stesso procedimento avviene ogni volta che la poetessa affronta tematiche spirituali legate alla presenza-assenza di Dio. Ma non s'abbandona, non si lascia andare anche se si sente che la nostalgia (anche questo è molto rimbaudiano) non conduce più in nessun luogo. Di fronte alla desolazione di un paesaggio così privo di luce, la Lenisa s'erge, scruta l'orizzonte, invoca altra luce, si presta le ali per volare:

La sfida fu il silenzio come l'attesa di un altro linguaggio.

Immensa ruota della fiamma cosmica, l'anima-freccia,
sposa d'anni luce passa le porte, prima del dolore
e per ultimo quelle della luce. Dà inizio ad un millennio
sconosciuto, recita il mantra della salvazione, perché
risorga con l'anima il corpo, acceda al tuorlo del suo uovo
cosmico.

Si è discusso a lungo e si discuterà sempre sulla struttura di un volume di poesie. C'è chi sostiene che debba essere un `unicum' sia negli intenti e sia negli esiti e c'è invece chi afferma che un libro di poesia non dev'essere inficiato da un progetto che ne determina ab initio tematiche e sviluppi.

La verità è che le due tesi servono a fare soltanto accademia, perché un libro di poesia mostra la sua "interezza" non tanto per quel che dice, ma per come lo dice. E lo stile, insomma, che dà l'impronta, che indica il carattere dei testi. Incendio e fuga infatti non si distingue da tante raccolte di versi per un suo progetto iniziale, ma perché ci offre il ritratto di una condizione umana e poetica di alto livello. La correttezza tecnico-stilistica s'impone immediatamente e la leggibilità è un dato evidente, anche quando lo scintillare delle immagini entra in corto circuito per spingerci ad andare oltre le apparenze.

Se si fa caso, i testi sono di epoche diverse e non sono prodotti in ordine cronologico e tuttavia ogni composizione sembra rimandare alla successiva in un interscambio di fiato che alla fine crea l'opera nel suo insieme.

Opera nel pieno senso del termine, alla maniera dantesca, ma fuori da schemi medioevali che obbligavano a seguire parametri dai quali uscire avrebbe significato un tradimento all'idea. Singleton e Batkin hanno dimostrato infatti che la stessa struttura in Dante era armonia e preghiera, sintesi vertiginosa di un legame che congiungeva a Dio. La Lenisa invece, modernamente, vive la struttura della sua opera nella circolarità di rimandi che seguono il ritmo del sangue e così il suo canto s'apre e si chiude di continuo, ubbidendo a quella che è stata chiamata la "fantasia dittatoriale". Così il rapporto tra uomini e cose viene sconvolto e il reale sventrato, fatto a pezzi e poi raccolto in "nuove surrealità".

A riprova di una grande autonomia, posseduta dalla Lenisa, a un certo punto si evidenzia il suo essere dentro e fuori la lezione di Rimbaud e di Benn. Quest'ultimo affermava che "la poesia non ha altri fini che se stessa" e invece la poetessa dispiega la sua voce su registri di eticità profonda e vibrata in cui misura del fitto si fa l'Uomo in prospettiva di trascendenza. Insomma, la Lenisa ribalta anche l'assunto di Laforgue e le sue preoccupazioni domestiche diventano grandi angosce metafisiche che le forze dell'esperienza e dell'intelletto ossigenano e rigenerano, creando una estatica unione tra cultura e vita.

Sapendo che non rischio ambiguità di sorta, perché tutti conoscono anche l'attività saggistica e critica della Lenisa, mi piace ricordare quello che Jimenez, credo, diceva a proposito del miracolo di cui è capace la poesia, "uno stato di grazia, che preesiste e sopravvive alla cultura".

Forse per questo Maria Grazia non ha temuto mai di far ricorso con costanza alla sua mitologia poetica e alle sue affiliazioni, puntualizzando sempre e motivando i suoi entusiasmi. Molti nomi ricorrono per dediche, citazioni, ricorsi, accenni e danno l'idea di un relazionarsi che non si ferma al rapporto umano, ma va a indagare le accensioni dell'anima per far produrre ulteriori scintille verso una luce finalmente priva di troppe scorie, di intermittenze, di residui opachi.

Gli interlocutori di Maria Grazia Lenisa non sono mai soltanto sentimento che delinea incontri e conoscenze, amicizia e stima, né si può dire che in Incendio e fuga circoli un'aria viziata di poesia degli affetti. Gli interlocutori sono cifre essenziali per un colloquio vasto che deve coinvolgere cielo e terra e scuotere dalle fondamenta i luoghi comuni, le tautologie, il risaputo.

E una grande scommessa, quella della Lenisa, che procedendo a volte per scoscesi sentieri, a volte per dirupi, a volte per irte salite, altre volte per spazi immensi e altre ancora per caverne buie e fonde (mai trascurando alchimie che conducono a svelamenti esoterici, o divinazioni, ad appropriazioni d'incanto e di disincanto) compie il suo "Viaggio iperbolico" proprio a chiusura del volume:

Distaccata
                    da mille,
                                    ancora altra, in mille vite
a precipizio,
fuori come sull'uscio di me stessa, vuoto
il luogo ov'è supposta la Figura...
Chi sei?
            Chi sono?
                                E come tutto è in forse,
così pensando, non ho amato mai, se mai
io c'ero dove si raccoglie quella forma di me
                    chiamata Corpo.
Una volta raggiunto, usciva il soffio
per un viaggio iperbolico, cosmico...

Il viaggio non ha fine, se si fosse compiuto, avremmo avuto la caduta dell'ansia che tiene sul filo e tende alla Rivelazione. Che poi la Rivelazione avvenga ha poca importanza, perché il luogo dov'è "supposta la figura" è sempre vuoto, non può che essere così, e ogni viaggio richiama altri viaggi, iperbolici, cosmici, dentro il proprio corpo o la propria anima, attorno alla stanza, verso l'ignoto pullulare di ipotesi. Anche il tramonto "brucia e si confonde... alla fiamma", ma nulla è visibile, non rimane cenere, anche perché l'incendio resta "dietro le spalle" a confermare che esiste il fuoco (con allusioni presocratiche) ma non risolve il dilemma e semmai lo carica di ulteriori simboli, di magiche connessioni e risvolti.

Il panorama della poesia italiana oggi è assai frastagliato. Se ne parla spesso, se ne discute il motivo, si cercano le ragioni di tanto frastagliamento e di tanta polverizzazione e confusione e non ci si limita a prendere atto di poeti e di libri di poesie che escono con naturalezza dal bailamme. Forse alla storia della sociologia potrà un giorno interessare il fenomeno di questa marea inondante di poeti che arriva a confondere idee e gusto e a distorcere, almeno per un attimo, la verità della poesia. Ma alla storia della poesia interessa prendere atto di ciò che avviene al suo interno e verificare i percorsi autentici, quelli che riescono a modificare la sostanza del mondo, seppure per impercettibili sussulti.

A me sembra che Maria Grazia Lenisa sia un poeta che non dà ascolto alle malie estranee al cuore, all'anima e all'intelligenza, grazie soprattutto al dono della melopeia, termine molto adoperato da Pound.

La versatilità della poetessa non appare mai un peso e non diventa mai ombra che spegne la purezza del dettato e perciò Incendio e fuga si staglia come testimonianza probante ed estremamente lucida di un'epoca e di una donna che ha saputo cantare se stessa negli altri e per gli altri e cantare il proprio tempo di scempio e di dolore senza mai piegarsi a nulla, con la consapevolezza "che non c'è la morte e tu | credi per sbaglio" o "Confusamente perse la memoria di sé, degli altri, non trovò | la via, sconosciuto a se stesso che al suo nome si guarda | intorno, cerca la persona. Che calmo luogo in mezzo | all'uragano, I non s'accorge se muore, fiorisce il bianco, la notte è stellata".

autore
Maria Grazia Lenisa
scheda dell'autore
homepage dell'autore
tutti i documenti
Occhio sull'autore
Maria Grazia Lenisa nell'Atlante letterario
in Legenda libri
Literary © 1997-2012 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza