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Introduzione a
Rosa fresca e aulentissima

Folco Portinari

Mi corre l'obbligo (è l'Obbligo un corsiero e il bookmaker lo dà piazzato, quasi mai vincente) qui subito, sul limitare, di confessarmi non so se alieno o allergico alle prefazioni, a scriverle, convinto come sono che si tratta di un « genere » e di un « genere » da me impraticato perché impraticabile. Non mi è mai accaduto, non ho mai voluto forse (anzi, è certo), non ne sono capace.

Per esempio: da dove si incomincia? Dalle informazioni? Dalla carta d'identità anagrafica? Non ne so molto, non l'ho mai vista, l'autrice, nemmeno in fotografia. Ho pochi indizi, o meglio ho gli indizi delle poesie. Perciò l'immagino non più giovanissima, per l'anagrafe, perché le sue sono poesie ov'è assorbita un'ampia dose d'ironia, di distacco cioè, di svelata comicità, di parodia delle passioni, che sono tutte virtù che si acquistano solo con gli anni. Non più entusiasmi o malesseri esistenziali. Mi sembra questo il pregio maggiore, fisiognomico, di questa raccoltina. Dice l'anagrafe: segni particolari: non mostra i visceri in bella vista alla nostra commiserazione, non piange né si lamenta, si rifiuta allo spettacolo delle lagne sulla tristezza della condizione umana, sulla solitudine, l'incomunicabilità... Le cose di cui son pieni i testi poetici, per compensazione e per autoconsolazione. Non è che non sia vero che la condizione umana faccia complessivamente schifo, non solo per infelicità. Quel che conta, però, è il modo in cui ci si pone di fronte, con la realtà. In altri termini è lo stile (incominciando da quello comportamentale). La Lenisa per parte sua ha scelto il parodico, il rovesciamento degli stati emozionali e commotivi. Per quel che mi riguarda, e non conta molto, resta l'unico modo sopportabile di comunicazione. Che salvi il pudore delle mie pudenda. Però...

So per certo però che non basta. Per esempio: io non credo che ci siano differenze sostanziali, differenziandosi i sessi. Ma qualche differenza di punto di vista, di sedimento storico, c'è. C'è nella quotidianità. È naturale quindi che il punto di vista della Lenisa sia femminile. Che non vuoi dire debolezza ma solo una forma diversa di sesso. Se mi ci fermo su, è perché il sesso è un oggetto privilegiato (si dice così?) della sua attenzione poetica, un sesso maliziosamente travestito, per lo più, ma in uno stato di palpabile erotismo (o sono io che mi inganno e vedo malizie in un cuore, occhio, innocente e candido?).

Ciò riesce bene al poeta per la forma scelta, per l'epigrammaticità alessandrina, per la velocità che manipola le parole e le figure ambigue, a doppi, tripli sensi. Eccolo qui l'uso giocato delle parole, vale a dire il gusto divertito di muoverle, metterle assieme e « usarle ». Materiale d'uso. Incominciando dal titolo, di aulica, esplicita comicità. Insisto ad ammirare l'abilità del giocatore, dell'illusionista, come mi accadeva alla fiera del mio paese, l'abilità quasi manuale con cui tiene sotto controllo, continuamente, quel suo materiale. Pigliando le distanze e senza mai lasciarsi andare. In che sta la vera pregevolezza dell'operazione.

Cos'è? Letteratura, letterarietà? Ma non vi appartiene, f orse, la poesia?

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Maria Grazia Lenisa
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