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Le Bonheur
il canzonario

Joy delights in joy.
    Son.8 W.S.
Bonheur aime le bonheur.

Rinasce il gioco,
                        l’occhio scivolato
come una perla guarda chi la guarda
da dietro
                        e volto non hanno le gambe,
i glutei stretti, quelle spalle vaste
e l’ondivaga onda dei capelli che cede
al regno femminile
                        e squadra una nuova
bellezza di maschio.
                        Il gusto orienta all’altra
sponda e alta come un efebo – testa rasa –
la Giovane induce il dubbio mascolino
e piace,
                        forse,
all’uomo e alla donna
che, negandolo, sentono dentro confusa la Vita.

 

O how much more doth beauty seem
By that swet ornament which truth doth give.
                    Son.54 W.S:
Quanto più bella appare la bellezza
Se l’orna la virtù di sua dolcezza.

Cambiato è il ritmo non della bellezza, del passo
lieve (promenade e danza),
                                              dire di Lei partecipa
all’antico, scoppia il moderno della sua fragranza.
Comporre amore con parole arcaiche lecito sia
per chi le rende onore, l’ebbe in conchiglia dentro
fonde acque, ricche di plancton, battito del cuore.
Suonò armonioso delle vene l’organo per una Voce
che il mare contiene. Canto la Donna, il secolo
che viene.

 

This thought is a death, which cannot choose
But weep to have that which it fears to lose.
                    Son. 64 W.S.
E morte è un tale pensiero senza scelta
Che piange, avendo quel che teme perdere.

Se visto in viso non avessi l’Altra ch’è tutta
luce dietro la figura,
                                    Ella non mi sarebbe
così cara, donna fiorita quasi paesaggio
d’un’incipiente primavera enotria, mandorli
ai lati come neve bianchi, mare di scoglio
e l’oh! d’una conchiglia, rosata, colma di tutte
le voci (o dio, la meraviglia!).

Azzurra splende la cintura cosmica.

Ritorna ancora, qui, la primavera con le voci
sgradite di metallo delle giovani bande e Lei
sta seria nel suo sorriso ed irradia la grazia.
Il cervello le pullula vivace di sorgive endorfine,
la gioia la invade come brezza, asseconda
un percorso di carezza sopra peli arruffati
d’animale.
                        Le si abbandona anche l’irta creatura,
le mostra la ferita sopra il fianco che le tolse
il suo grappolo di vita, rimette pelo là dov’era calva.

 

That in black ink my love may still shine bright.
                        Son.65 W.S.
Che amore nei miei scritti arda e rimanga.

Che Lei rimanga nella mia scrittura, adolescente
senza l’amarezza ch’è fitta ortica con il fiore nudo,
immagine che crea solo dolcezza.

Il regno dell’amore che si faccia con vocali, con sillabe:
                        puella
d’oro racchiude il sogno: pi di palla e la u dionisiaca,
festosa, l’elleboro che mitiga il dolore, l’elle di latte
per un bagno tèpido al suo corpo felice e l’a di amore.

 

And you in Grecian tires are painted new.
                      Son.53 W.S.
Risplendente tu sei di greca foggia.

Se primavera veste di colori la pelle della terra,
erompe linfa, sbocciano i fiori del rosa, del viola
e l’edera graffiata s’infoltisce,
                                                 Lei veste azzurro,
argentato, i profumi cattura al Regno delle Essenze,
porta la primavera delle orecchie ai lobi, sul collo
puro solamente la luna. Ha le gote di bacca e bocca
è scrigno di calde perle, delfino festoso dall’alto
spruzzo, razza misteriosa, salsa e sovrana sia in terra
che in acqua, emblema e flutto d’un idioma scomparso.

Efébica bellezza che gli dèi posero il veto
alle penose forme, è snellezza di alberi
su corsi d’acque turchine che vicina pare
a perfezione, adesiva la carne a curve
delicate, strette all’avorio bianco d’ossatura.
Gabbia preziosa e netta del torace, cuore
nel lago della positura qual pesce rosso
vitale che balza tra cielo e acqua, sulla bocca
canta.
                Dire di Lei vuol dire amare il Sogno
d’una natura che raccoglie i suoni del vento
etésio, mai brutale soffio che affondi dell’Egeo
le antiche vele.
                        Sònar felice!
                                            Affiorano nei cieli
le bianche nubi in transumananza.

Il desiderio rarefatto in luce dal fiore
all’aria
                        che profuma, e-
                                            salta
la Giovinezza che di lui si cuoce
e corre il fuoco dal pube alle labbra.
Si fa canzone di brigate giovani
tra sguardi ed un distratto palpeggiarsi,
un rivolgersi contro
                        l’une agli altri,
avvertite dal tocco.
                        “Ben venga maggio”
ed il poeta canti sempre la vita, il gelo
si disciolga e la morte risorga.

Dopo il suo sguardo da cui volsi il capo,
lecito è forse di cantare amore
                                              come ape
che va da sema a fiore per un destino
senza pungiglione che la bellezza è l’estasi
a cui guardo, un po’ remota. Avvicinarla è
solo scorgere in essa figurata la Vita.
Il suo sorriso che alla luce è pari, scorrendo
dentro, mi finga la gioia.
                        Le piace l’oro biondo,
la lunare grazia ch’espande porzioni di mare,
ama l’aurora e il luogo fantasioso d’ogni verso
                        già scritto che l’invade.

 

Quando la luna prese il posto
al sole,
        cambiò la faccia del Pianeta
Amore,
        la sua bellezza nei miei occhi
splende.
        Se non la guardo, bella
non si sente.


La grande Luna
22.12.99

O Luna enorme nella piazza
cosmica,
                        il solstizio d’inverno
ti spalanca nell’immutata
meraviglia ai mondi.

Magica e pura sebbene violata.

L’enorme Donna dalla faccia
bianca
                        nella piazza tra i nani
spaventati – s’innamora di Lei.

Centotrent’anni ho atteso
il giorno della sua domanda.
Ora la notte s’illumina a giorno.

a Cristina Allegrini

E’ quasi come se arrivasse il mare
dove mai giunse,
                        l’intima sostanza
fino al cuore trasale.
                        Il cuore pompa
il liquido di gioia ed il corpo si ascolta
navigare.

La bimba eburnea,
                        mandorla segreta,
dettò
        quel verso all’incipit del Mestruo:

Chi pensa ferisce sé e l’universo. 1

Per conoscere , Anima, non penso.

1. Verso scritto dall'A. a dodici anni.

Come imprevista l’allegria tracima
nella schiuma fragrante della Festa.
La rana vibra come foglia aperta
ed al party di luna siamo due.

La partoriente dal cordone
d’oro
sul materasso d’acque
spinge, oscilla,
l’ostetrica con mani
d’arpa eolica tira
di fuori per prime le ali.

Oh!

Quale sorpresa se dall’ovo
nasca
un’ippogrifa, scelga
la sua forma di cavalla
o d’uccello
oppure accolga
d’essere l’una e l’altro.

E’ maschio oppure
femmina?
               No, d’angelo
è il non sesso soave,
vibra l’ali ancora brevi
come di farfalla.
Cresceranno d’aliante
-ride l’aria tutta contenta-
volerà per stanze,
si poserà sul seno,
sui capelli
e col piede di vento
delicato
sul fondo della schiena
si è posato.

My life hath in this line some interest.
                Son. 74 W.S.
In questi versi miei qualcosa resta.

Ha l’occhio verde come lo smeraldo
o l’isola viaggiante del caimano,
                        se l’Una
è d’oro,
                        quell’altra è uno schianto,
quando al mattino appare intatta
e chiara.

Se viene sera, ti pare un miraggio
o un tenero fantasma che scompare
al fondo buio,
                        ne resta una stella.

Vibra l’alloro nel vento
solare
come corpo d’amore
in armonia con le nozze
del sole.
                      O raro amore
che ha oscurato il mondo.

La Signora dei piedi dell’Aurora
con balsami
                        carezza le sue dita.
Inserviente del bagno da decenni
con lini puri onora la bellezza
e sparge rose dove poggia i piedi.
Recita i casi di ‘rosa’ e ‘puella’.

Oh il pavone a ventaglio di smeraldo!

Lo vide sopra i sassi levigati
del Natisone specchiarsi nell’acque
e mischiare i colori tremolando
per il riflesso d’un Sole ragazzo.
A Lei somiglia, tuorlo millenario,
ingorgo d’ambra con un seme nuovo.
E la corteggia con superba ruota
l’Arcobaleno, bel ganzo del cielo.

Sta il maschio un po’ perplesso, dubitoso come un gatto
prudente
                che l’odore non ravvisa nell’altro del calore.

La scena è ferma, non si muove foglia, finché Lei
ride, sdrammatizza tutto, ne scopre il fine al quale
non risponde. Una marea di cuccioli la intornia,
grida il bisogno della sua carezza, si sente paga,
dà confini al mondo ch’è disumano, inizia dalla bestia
il suo gesto fraterno.

Seduta sulla pietra, alzando
gli occhi
                        (chiusa nell’arco
dell’abbraccio)
                        il Sole –tutto
bagnato, uscito dalla doccia-
spinse il ragazzo d’iride a sedurla.

Le disse: Luna con me non ti scotti.

Venne la Madre con l’ombrello
a fiori,
                     vuoi per salvarla da Sole
o da Pioggia.
                        Vanno cantando
per l’Arcobaleno.

 

La scelta in dubbio: glicine o mimosa?
L’uno ha radici che forte dissestano,
l’altra ha l’odore d’un remoto incendio.
Così un giardino di parole ha scelto
pensili e regna tra la terra e il cielo.

 

…and sorrow end.
        Son.30 W.S.
…è vinta ogni perdita.

Amore strano ed imperfetto…
viene
                        Amore lieve con un’ala
monca e barcollando ecco
siamo insieme.
                            Felice mente,
poi che è raro dono, se mancandoti
un’ala, alludi al volo, a perfezione
che in terra non siede.

To hear with eyes belongs to love’s fine wit.
                    Son. 23 W.S.
Con gli occhi udire è finezza d’amore.

Il caro corpo intenerito goccia
dalla sua croce
                        la mirra
ed indossa l’arco di amore
divenuto donna.
                        Saetta lungi,
precisa la mira, onde innamori
la diversa forma come d’Aliena
e altri corrisponda, navighi il regno
del suo sguardo d’ombre.

Se nasce la metafora del come
e si confonde con il paragone,
è creatura cui manca la favella
e non va oltre l’immanenza diretta.
La corte irride l’opera creata
dell’artista che ha perso il suo pennello.

Si erge il volto a petalo colore
d’alabastro,
                        l’oro degli occhi
è verde, pullula di fantasmi.
La purezza nel fondo rimane
inesplorata, prende solo il riflesso
dell’amore carnale.

Madre di maschi non sono
mai stata
                        se non nel grembo
della Donna Vergine.

And thou away, they very birds are mute.
                    Son.97 W.S.
Zittiscono gli uccelli, se tu manchi.

E’ consistente questa sua bellezza
sul mezzogiorno.
                                Trépida creatura
dai garetti sottili, pelle e carne
son così strette e biancheggia la bava
d’un sogno forte che si fa reale in chi
la vede sicura ondeggiare a una musica
interna…
                        e salutare.

Applying fears to hopes and opes to fears…
                    Son.119 W.S.
Mischiando le paure alle speranze…

Se risorge la carne
                        (e il corpo ingrato
non più bicchiere amaro con il dolce
agli orli fini che le labbra tagliano)
che sia compagna delle mie ragazze
in una festa dalla notte all’alba.
Il riso apra le porte del mondo.

In tanto nero d’una notte illune
(la Luna ostaggio mite delle Nuvole)
vidi i suoi occhi, variegato miele:
la ‘sine cura’ di due lune insieme.

Ogni vita sbagliata
                        è quella giusta?
Se pesa fino all’osso la tagliola,
s’inventa un’ala breve, mercuriale:
la furbizia del verso che vola.

Una sovrasta per l’alta statura
e l’Altra
per la luce dei suoi occhi
(o verdi fari) è la gioia che piange.
Infrango la vetrina degli dèi, cerco
due cuori gentili, incorrotti.

Servitrice da camera trascina
le ciabatte ed un poco il dorso
inclina.
            L’ha fatta bella dalla testa
ai piedi a esclusione del mignolo
a poggiare sull’anulare che più
non si scosta.

Sorge l’avorio di un corpo dal tempo
specchiato e rimirato dallo Specchio
col male dentro quasi semispento.
Stoppini accesi dal petrolio intenso
gli occhi nel guizzo di luce risorta
come chi sconti la vita e sia la volta
di vivere oltre
                        la luce di Alessandria.

Guarda che nuche soavemente rase
e il gel che rizza crinierine buffe.
Imbronciati i ginocchi per cadute
non smettono di piangere.
“Che amore è bimbo dovevo tacerlo,
lasciar che cresca ciò che ancora cresce.” 1

1. "Love is a babe..." Son. 115 W.S.

Oh fiorisse d’amore la giornata !
In rospo è trasformata
                        se non
uscisse questa voce giovane
che intriga i sensi d’altri a Lei
rubati.
            E corre avanti, stretta al suo
futuro, non guarda indietro dove sono
i sassi.
            Incomincia la danza.

In armonia con l’uni-corno, l’Una
è mattinata
                        quando giunge il sole
dalle docce d’aurora rugiadosa.
E ride e goccia la gioia che dona.
L’Altra è la sera che risplende
al lampo,
                        ha paura del tuono.
Lei, più del fuoco teme la parola,
si irrita per poco, fiore d’ortica
bellissimo, aculeo più sottile della rosa.

È un giovane perfetto, sano di corpo,
‘de mente’, avvenente.
                                Mostra il suo
petto (e quello che c’è dentro),
allarga spalle di muro maestro
col vitino di vespa.
                                    Sussurrano
che scrive qualche verso in lode
dei peccati capitali: la superbia,
l’eccesso.

A Peter Russell

Se a bellezza difetta l’apparato
ed è scosceso il luogo dove nasce,
è come la poesia più straordinaria
che non ha gli apparati di Montale.
Con giusta luce la smorfia è sorriso?

Thy glass will show thee how thy beauties wear…
                        Son.77 W.S.
Il tuo specchio dirà se beltà langue…

…e s’abbaglia l’amore d’improvviso
scoperto nell’angolo più scuro
a spulciarsi le ali.
Una febbre
incipiente consuma la sua gota.
Rotta la gioia, da Dio s’allontana.


Maria Grazia Lenisa, di origine friulana, iniziò a pubblicare negli anni ’50 sulla storica rivista “Realismo Lirico”, divenendone in pochi anni la punta di diamante ed ottenendo da Aldo Capasso una imponente monografia critica e l’attenzione di Galletti, Palazzi, Pedrina, Flora, Fusco, Allodoli , prefatore del suo primo libro Il tempo muore con noi. La prima produzione ottenne premi come il “Vallombrosa”, il “Città di Catania” e l’interesse della stampa italiana e straniera, che la chiamò “la prodigiosa fanciulla di Udine”. Con Terra violata e pura (1975), la sua poesia, prima orientata spontaneamente al “Realismo lirico”, ebbe un rivolgimento naturale anch’esso, e seguirono libri come Erotica, L’Ilarità di Apollo, La Carte du Tendre, ecc… che ottennero i consensi critici di Giorgio Barberi Squarotti, prefatore di tutte le sue opere dal 1979, di Mario Sansone, di Ettore Mazzali, di Folco Portinari, di Sergio Pautasso, fino a culminare con L’agguato immortale (1995) nella candidatura, da parte di Mario Luzi, al premio “Circe Sabaudia”, con motivazione di Mario Guidotti.
Nel 1997 la Lenisa pubblicò Verso Bisanzio, antologia di tutta la sua precedente produzione, premiata al “Calliope” con motivazione di Luciano Luisi. Nel febbraio del 2000 è uscito Incendio e Fuga che ha riscosso i plausi di Mariella Bettarini, Stefano Lanuzza, Dante Maffia, Vittoriano Esposito…

Lenisa è critico letterario e direttrice di collana della Bastogi, nonché autrice di vari saggi.
La sua presenza in tutta la seconda metà del Novecento è storicizzata anche nella “Storia della Civiltà Letteraria” (Utet).

autore
Maria Grazia Lenisa
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