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Presentazione a
L'ombelico d'oro

Da Rosa fresca aulentissima a L'Ombelico d'Oro

Coito d'oggetti tintinnano l'aria
e muta sempre di forma il desio.
M.G. Lenisa

da: Rosa fresca aulentissima
Gioco metricomico con oggetti
sessuali desueti e irreperibili)

Sono una città di poeti
che specchia Alessandria.
M.G. Lenisa

da: L'ombelico d'oro

Giorgio Bárberi Squarotti

La poesia di Maria Grazia Lenisa mostra qui l'altra sua faccia non meno raffinata sia nella sinuosa malizia del linguaggio, sia nella suprema sapienza metrica sia nell'uso perfetto delle figure di allegoria a cominciare dall'interpretazione del titolo, nella fulminea punta della battuta erotica, nel sorriso ora un poco beffardo e irridente, che si avvale di perfette trovate arcaicizzanti, di citazioni ironiche, di improvvisi e vertiginosi passaggi dal sublime della composta visione o dell'oggetto prezioso all'immediatezza un poco brutale della parola cruda nel dire l'atto d'amore e gli infiniti modi della variazione di cui esso è nella parola, non certamente nella realtà della vita, capace.

Nel libro, proprio nella brevità dei testi, s'incontra una straordinaria ricchezza di situazioni, di oggetti, di forme, da cui esce, svelandosi con gioioso fervore, ogni volta l'allusione erotica.

La Lenisa popola cieli e terre, giorni e luoghi di figure d'amore. La sua è un'inventività senza altri limiti che non siano quelli della parola che si ripropone nuova, viva dopo che appena ha concluso la sua rappresentazione. E come un sondaggio nella profondità di uno specchio, posto davanti al sogno d'amore: e ne vengono tirati fuori infiniti aspetti e oggetti e situazioni che neppure era possibile sospettare che potessero esistere, perché il supremo dono della parola è proprio quello non di fissare la vita nella propria unicità ma di moltiplicarla e farla esistere e ripetersi senza fine in un'avventura che è sempre diversa e sempre nuova dove la vita è sempre terribilmente eguale a se stessa.

Ma, questa poesia, se è di sguardo e visione e invenzione, è anche poesia di gioia di tale capacità di vedere e di inventare: è cioè il trionfo di quel supremo piacere che è l'inventare senza fine e, in questo modo, far essere ciò che è soltanto nella mente ma che, dopo che è stato creato, non è più possibile dimenticare e fare che più non esista, anzi è un aspetto ulteriore del mondo che non è mai finito finché può essere ricreato e portato con la parola più in là un poco ancora di quel punto a cui prima era arrivato.

Il sorriso che pervade questa poesia, è lo stesso sorriso del piacere degli dèi nel momento in cui vedono il mondo che si fa via via dopo l'impulso che essi gli hanno dato.

Maria Grazia Lenisa è sempre più alessandrina con Callimaco, Apollonio Rodio e tutti gli altri (tra passato, presente, futuro) con in più l'ironia e il gioco a faccia a faccia con l'eleganza e con l'erotismo.

Brava davvero, ancora una volta trasformatrice di visioni, ritmi, immagini.

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Maria Grazia Lenisa
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