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Note prossemiche
(Maria Grazia Lenisa o della fornicazione) a
L'ombelico d'oro
Rossano Onano
"Forse mi preferisci mortale", scrive ironicamente Maria
Grazia Lenisa, del tutto consapevole che la pratica verbale con il sublime
suscita, nelle coscienze ciniche, una qualche reazione d'imbarazzo. La dedica
accompagna un dattiloscritto inedito: L'ombelico d'oro. Maria Grazia si espone e
propone, mai così convinta, una differente rappresentazione del rapporto
corrente fra sé e la realtà.
Il rapporto è mediato da processi percettivi-ideativi di
tipo delirante, con ciò intendendo che mente e parola creano un mondo
alternativo a quello comunemente accolto e rappresentato dalla mente vigile
dell'uomo. L'ideazione delirante è cosa che appartiene ugualmente alla patologia
mentale ed alla cosciente strumentazione retorica. La linea di demarcazione fra
patologia e creatività è data unicamente dalla coscienza che l'autore ha
rispetto a ciò che scrive, essendo tuttavia tale distinzione del tutto
ininfluente rispetto al valore di poesia che qualsiasi testo propone. Ha perciò
scarsa importanza considerare che l'aura complessiva d'ironia, e le disseminate
professioni di consapevolezza, garantiscono che il meccanismo delirante di Maria
Grazia è conscio, cioè atto volitivo di creazione.
Il suo rapporto con la realtà è mediato da meccanismi
psicologici appositamente adottati come precisi strumenti retorici. Essi sono
variamente rappresentati nel corpus complessivo della sua opera: la
sublimazione; la negazione; il delirio confuso onirico.
La sublimazione corrisponde al meccanismo psichico per
cui le pulsioni primitive (nel caso di Maria Grazia: erotiche) vengono
trasformate in istanze di ordine superiore (nel caso specifico: etiche;
estetiche; mistiche). Si tratta, evidentemente, di un itinerario intrapsichico
di salvezza, che informa la produzione dell'Autrice dagli esordi alla data
dell'antologia bastogiana da lei stessa curata (Verso Bisanzio, 1997). Sembra di
capire che la salvezza consista nella pratica immaginifica dell'ineffabile come
risoluzione di due traumatismi sofferti nell'infanzia ("abbandono" della
genealogia paterna; "contaminazione": ad opera della
prima laida esperienza sessuale, probabilmente visiva).
Il meccanismo della negazione consiste invece nel negare
ai traumi diritto d'esistenza, e perciò negando l'esistenza della difesa
(sublimazione) messa in atto contro di essi. La negazione compare in due testi
sotterranei, rispetto all'evidenza della produzione ufficiale, bastogiana, di
Maria Grazia: Laude dell'identificazione con Maria, Gazebo, 1992, nega la
pratica dell'amore umano; Le bonheur, Dars, 2001, nega la pratica dell'amore
relazionale in toto, con l'ideazione di un atto di procreazione autonomo,
attraverso il quale la donna genera la donna (partenogenesi). Le bonheur è un
testo di sublime ambiguità, che colloca Lenisa ugualmente partecipe di un atto
volitivo di creazione (la donna genera la Bellezza e l'ordine normativo che la
Bellezza conferisce al mondo) e di una infima natura animale (la partenogenesi è
poverissima donazione di sé da sé, ovvero decisiva risoluzione di una grandiosa
fobia dell'uomo).
Il delirio confuso-onirico è meccanismo psichico
differente, adottato come strumento retorico ne L'ombelico d'oro.
Occasione esistenziale è ciò che Lenisa chiama
"incidente" attraverso il quale Maria Grazia ha vissuto un'esperienza comatosa,
partecipata al mondo con il parlare una lingua antica, mista di greco e aramaico
("Nel coma di secondo grado dissero che parlava una mistilingua sconosciuta").
Escludo categoricamente che la formazione permanente del personale sanitario
includa corsi, anche solo grossolanamente orientativi, di lingua aramaica.
L'episodio è significativo per ciò che oggettivamente significa: la Lenisa ha
sofferto un episodio di coma, ovvero di perdita della coscienza vigile. Al
rientro dal coma, esiste uno spazio temporale psichico durante il quale la
coscienza si riappropria di ciò che la mente sta elaborando, quando ancora la
mente elabora senza essere controllata dalle censure della coscienza. In questo
spazio-tempo psichico compare il delirio confuso-onirico, del tutto simile ad
una condizione sognante, durante il quale è dato vedere che una persona parli
una lingua sconosciuta, essendo tuttavia la cosa poco importante rispetto alla
circostanza che l'interessato approda, appunto come nel sogno, alle istanze più
sconosciute della propria identità profonda.
L'ingresso nel delirio è annunciato, retoricamente,
attraverso la rottura di un diaframma fisico trasparente ("Una parete di vetro
divide dalla città di Alessandria..."). La deflagrazione è attivata premendo
(ogni sogno è, sempre, massimamente metaforico), il bottone d'oro dell'ombelico:
il delirio cenestesico differisce dalla pura esperienza ideativa per essere
totale esperienza di sé, ovvero ideazione mediata dal corpo, e sul corpo
vissuta.
Alla deflagrazione che rompe la parete di vetro, compare
all'intelligenza ed è vissuta sul corpo la realtà, destrutturata per ciò che
riguarda le dimensioni vigili dello spazio, del tempo, dell'immagine di sé.
La destrutturazione dello spazio consiste nella
figurazione di Alessandria come mappa alveolare di tutte le città possibili: in
essa si agisce oppure più spesso si osserva l'amore, si commercia, ci si muove
come grotteschi animali dentro l'arena di un circo, si muovono poeti che leggono
ciascuno ascoltando se stesso, si organizzano sfilate di moda, si coltivano
papaveri, è a portata di fauci la cicuta.
La destrutturazione del tempo configura Alessandria come
città presente, nostalgia del passato, anticipazione della città futura,
cimitero. La destrutturazione dell'Io procede dall'iniziale
confusione rispetto all'identità del proprio sesso, fino alla percezione
terminale di essere materia nella materia, ovvero particella dell'unica realtà
materica sprovvista di Io.
Al primo livello della destrutturazione esiste una
confusione propositiva ("Alessandria... sono in pochi a vederla e non c'è
permesso di soggiorno..."): Maria Grazia rinasce ragazzo musicale, petto glabro
e puro da invasivi attributi sessuali. Eppure permane la fantasia, da donna, di
un unico amore virile ("Oh che nostalgia credere ad un unico amore!"). Quando
ancora compare la pulsione omosessuale, è agita ("Il velo opaco") scaltramente,
nella finzione d'avere sesso d'uomo che accosta un giovane uomo. La
rappresentazione si avvale di una metafora massimamente impura, per allusione a
manovre iniziatiche di poesia/sessualità orale. Subito dopo l'operazione non
riesce, perché compare Max ("A video spento") cui si accostano per non
appartenenza attributi femminili, ovvero che potrebbe essere donna ma non lo è.
Essendo i personaggi amorosi sessualmente indefiniti, neppure l'omosessualità è possibile. È possibile soltanto la
pansessualità dell'amore agito attraverso il Logos della musica e della poesia.
Il Logos di Maria Grazia si propone, da ora, sotto la forma sublime di un
terribile orgasmo orale, vissuto per l'eternità.
La manovra è innaturale, e a null'altro porta che alla
morte della stessa natura umana ("L'arrivo delle Muse"): la pansessualità
apollinea si riduce alla proposizione di sconce bambole senza protuberanze,
senza tagli, ovvero senza vita.
L'essere umano resiste, così privo di sessualità, ancora
fortunosamente ma per poco sul piano dell'effusione sentimentale, una specie di
rantolo dell'anima/animus che sta morendo: la maternità empatica ("La piccola
morte di Chico, bimbo invisibile"), la pietas un po' calligrafica dell'amore
sterile ("Il visto"), la tentazione sull'orlo funebre ("Viene bandito per sempre
l'angelo o il demone di Casanova").
Tali sussulti affettivi preannunciano la percezione
della morte anatomica ("Lieve come un sugaro"), partecipata quasi
grottescamente attraverso un pianto/riso ipertrofico ad ascoltatore altrettanto
bifido perché maliziosamente donnesco, tale Rossano il quale modestamente sono
io.
Al fondo del delirio onirico, compare rassegnata la
percezione finalistica della realtà: la parte materica di sé diventa humus per
la concimazione della terra ("Lo stilita"). Così pure l'urina è liquido che
scorre dalle latrine profumate alle sotterranee vene d'acqua ("Le latrine"). Il
tutto accompagna il perenne ciclo mortale della vita: la quale rinasce
eternamente non per opera dei liquidi seminali o uterini, ma per effusione o
corruzione della materia corporale, ridotta ad essere così partecipe impersonale
dello svolgersi della materia del mondo. Rispetto alla percezione diacronica
dello svolgersi della materia, ciascun essere umano ha senso unicamente quando
rinuncia alla percezione della propria autonomia esistenziale ("Sponsali").
Si vive soltanto attraverso la parola, unica
attribuzione unicamente umana ed eterna, e perciò essa stessa Logos. Tutto sta
a definire di quale parola si tratti. Il logos apollineo, armonioso e di fatto
partecipato coralmente, non soddisfa le anime autenticamente passionali. Per
esse, è necessario un rapporto personale ed esclusivo fra verbo e Verbo,
raffigurato nel delirio da un archetipo di Angelo-Parola ("Si ricomincia da
capo?"). Altrettanto archetipico, subito dopo ("Il caos") l'Angelo muto e
carontico trasporta alla riva dei morti ossa e stracci, ma anche la parola che è
stata vana, perché utilizzata senza verità, o senza poesia.
Nel bivio segnato dall'Angelo-Parola e
dall'Angelo-Caronte, Maria Grazia riprende possesso di sé, il delirio
confuso-onirico è concluso ("Ripresa conoscenza, Roma non è Alessandria"). Si
disattiva il bottone-ombelico che attiva il delirio vissuto (anche) sul corpo,
intelligenza e fisicità sono ricondotte alla dimensione cosciente dell'affannosa
città terrena.
In questa sede, riprende le coordinate spazio-temporali,
entro le quali ritorna ai consueti meccanismi psichici, ed espressivi, della
sublimazione e/o della negazione ("E, non ostante il consiglio di Apollo, Maria
Grazia Lenisa tornò a scrivere versi belli come `La chimera'..."). Attraverso il
delirio onirico ha compiuto l'atto dell'esperienza assoluta, corrispondente
alla percezione della parte immaginativa di sé, collocata in una dimensione
eterna sprovvista di spazio e di tempo; quando la parte materica di sé viene
collocata, senza rimpianto, all'interno del ciclo eternamente mortale
dell'oggettiva realtà che si svolge. Lenisa ha scritto, allentando la coscienza,
il proprio De rerum natura.
E però, non è soltanto così.
Ora noi sappiamo, così come Maria Grazia evidentemente
sa, lo confessi o meno a se stessa, che il suo mondo ideativo, espresso in
assoluta libertà nel delirio, conduce alla visione di una realtà onnivora,
perché ingloba l'Io, suo e di tutto il genere umano, nell'unica percezione
dello svolgersi impersonale della materia. Si tratta, in fondo, della percezione
dei metafisici laici, da Eraclito fino agli attuali filosofi dell'evoluzione,
terrena e cosmica, della materia.
La difesa dalla sessualità, evidentemente nata
primitivamente per un trauma sofferto, è stata successivamente adottata come
rifiuto di collaborare, generando materia attraverso l'atto sessuale, al ciclo
eterno della morte e rinascita della realtà contingente. Così nel cerchio
anarchico di Bakunin (Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo) si teorizzava una
società che condannasse a morte la coppia umana che generasse figli, essendo
questo l'unico rimedio possibile a porre fine all'eterna sofferenza dell'uomo.
Ciò che la filosofia laica non pone, è l'esistenza del Logos. Ed allora si
comprende come i meccanismi psichici di Lenisa (sublimazione: pratica del Logos; negazione: dell'immanenza
materica, onde appunto praticare il Logos) siano soprattutto la difesa da una
disperata percezione, propria e collettiva, di un eterno destino di morte.
Rispetto a Maria Grazia, le cose stanno poi
diversamente, perché non stiamo' parlando di un itinerario psichico inconscio,
e neppure stiamo parlando di filosofia. Stiamo parlando, invece, dell'esercizio
consapevole della zona cerebrale limbica, affettiva, dalla quale nascono le
ragioni della poesia.
Siamo, ovviamente, di fronte ad una finzione di delirio,
ovvero di fronte ad uno strumento conoscitivo attraverso il quale Lenisa
comunica la propria visione sulla natura delle cose. Così abbandonata, scopre di
approdare alla dimensione della morte assoluta, del mondo e dell'io personale e
dell'io collettivo dell'uomo. Il viaggio verso l'esperienza assoluta è compiuto,
avendo esito nella percezione che solo la parola esiste, ed è eterna: non è
dato, neppure nel delirio, sapere di più.
Si può agire, invece, ma solo attraverso l'esercizio di
una passionale immaginazione. Lo scandalo di Lenisa, rispetto alla collettiva
coscienza umana, consiste nella rappresentazione di una propria soggettiva
immortalità, attraverso un rapporto personale ed esclusivo con Dio, parola
contro Parola, e quindi bocca contro Bocca. Si tratta, nella forma (la quale è
sostanza, sempre) di un rapporto passionale illecito, e quindi di fornicazione.
"Forse mi preferisci mortale". Certo, ci mancherebbe.
La relazione passionale fra Lenisa e Dio mi pone
irrisolvibili problemi d'identificazione. Potrei fornicare con Maria Grazia: ma
dovrei essere Dio, e la cosa supera la mia capacità d'immaginazione. Potrei
identificarmi con Maria Grazia e fornicare con Dio: il quale è dipinto sulla
Cappella Sistina ed è uomo, inequivocabilmente.
Ciò che possiamo fare, è osservare il rapporto fra
Lenisa e Dio come testimoni chiamati ad un matrimonio d'amore: partecipi, in
fondo, perché invidiosi. La fornicazione, infatti, non appartiene tanto
all'agire; appartiene, soprattutto, alla coscienza critica dei timidi in amore.
Maria Grazia porta, in poesia, l'anacronismo mistico della salvezza
individuale, e la fede nello spasimo di piacere che tale salvezza procura. La redenzione, annunciata da pulpiti
ortodossi, a me sembra attualmente ecumenica, e sicuramente meno gaudiosa.
Periferica rispetto alla cultura corrente, appunto per questo motivo la parola
di Maria Grazia trova ascoltatori attentissimi, e in qualche misura turbati.
Noi per esempio che siamo, fuori d'ogni metafora, della
razza di chi rimane a terra.
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