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Prefazione a
Erotica (1979)
Giorgio Bárberi Squarotti
Maria Grazia Lenisa ha una storia poetica dietro di sé di quelle che
rischiano di lasciare un segno troppo profondo per non determinare una
catalogazione piú o meno definitiva e chiudere cosí, un poco troppo facilmente,
i conti: il cosiddetto « realismo lirico », una fiducia intrepida nell'idea
della poesia come immediata e piena espressione dei sentimenti, un'appassionata
contemplazione della natura, raccolta e raffigurata negli aspetti piú diversi,
colti con assoluta dedizione da vigili sensi. Il problema della Lenisa era,
quindi, quello di trovare altre vie, di rinnovarsi, quanto piú radicalmente tanto
piú efficacemente proprio per riproporsi al di fuori degli
schemi che l'avevano etichettata e, di conseguenza, liquidata, sia pure con
molto onore. E rinnovarsi voleva dire anzitutto rinunciare a un'idea della
poesia come effusione, o anche come esperienza totale, filtro di ogni evento e
momento di vita, significato assoluto che mette da parte e finisce a cancellare
dall'orizzonte della parola tutto l'immenso « resto » del mondo, con la
conseguenza del culto della « poeticità » sempre molto sublimata e il rifiuto,
dal verso musicale e abilissimo, pieno di dolcezze, di armonie, di delicatezze
verbali, di ogni impoeticità, quali la storia e la vita ogni giorno ci
propongono e ci impongono, e che non possono, pena l'astrazione e l'artificiosità di un idillio cantato, ma inesistente o impraticabile, non ferire
ogni discorso poetico, non possono non esservi calcolate dentro, prese su nel
discorso poetico, magari per una volontà soltanto di protesta e di
esorcizzazione.
Con gli Erotica la Lenisa
testimonia proprio l'esito di questa lotta contro l'angelo dell'idillio e del
lirismo che ha cosí a lungo rischiato di identificarsi con lei stessa o di soffocarla in un
mortale (poeticamente parlando) abbraccio. La sfida è stata giocata molto
intelligentemente dalla Lenisa sul piano del più radicale distacco dal
sentimento e, di conseguenza, anche dall'autobiografia come storia di
sensazioni e di sentimenti, che, se non è totalmente oggettivata, costituisce
sempre, per la poesia, un bel guaio: e questo distacco è stato attuato su due
piani diversi e concomitanti, quello delle forme retoriche e quello dei terni.
Voglio dire che, da un lato, la Lenisa assume come tema costante del libro l'erotismo, cioè una struttura di rappresentazione quanto più è possibile
provocatoria, in quanto rivolta a dire situazioni che sono sempre al limite
della trasgressione rispetto ai codici della poesia come sublimazione ma anche
come liricità e ancor più come discorso civile o storico o politico; Ball'altro
lato, affronta una tematica cosí rischiosa attraverso lo schermo sempre
deformante dell'ironia, che viene subito a togliere ogni
drammaticità alle « figure » erotiche del libro, e anche ogni realisticità, onde
i momenti che potrebbero apparire piú azzardati sono, in realtà, quelli più
lievi e lieti e percorsi dal brivido non del proibito, ma di un sorriso che ne
fa piuttosto l'invito a capovolgere l'ottica consueta della poesia, di ogni
poesia amorosa e lirica, che è quella della serietà della passione, nell'irriverenza, nell'irrisione, nel gioco, che finisca a recuperare anche la
tipica tragicità moderna del sesso all'avventurosità e all'imprevedibilità del giocare, trovando sempre nuove combinazioni e sempre nuovi
modi a quella che è, fra le attività della vita, la più ripetitiva.
Avviene cosí iI già singolare fatto che gli Erotica, aI contrario di
tutte le molte altre opere contemporanee o no (e anche di grande valore
letterario, come i testi di Bataille o l'Histoire d'O, tanto per fare
qualche esempio) che abbiano come argomento l'erotismo, non sono né ripetitivi,
cioè non presentano semplicemente variazioni pur abilissime intorno all'unico
motivo sessuale di fondo, né metaforici ovvero simbolici, cioè non vogliono
indicare significati « diversi » al di
là della lettera, né ancora descrittivi, cioè non insistono ossessivamente
sul momento esteriore, visivo, del fatto erotico, né, infine, tendono a
stabilire il sesso stesso come Valore nuovo, da contrapporre piú o meno
pretestuosamente alla tradizione etica e poetica, religiosa e linguistica. L'ironia è anche segno di allegria: sí dissacrante di troppe seriosità da ogni
parte ideologica accumulate intorno al sesso, ma anche di un'idea di poesia
come legata indissolubilmente al « serio » e al « triste » e al « drammatico »,
qualunque sia l'argomento, soprattutto poi quando c'è di mezzo l'Amore, che, romanticamente (ma è parentela tuttora riconosciuta), come è noto, è
fratello della Morte e non già della Vita. Al contrario, l'ironia della Lenisa
viene a misurare anzitutto l'enorme iato che esiste fra le molte false
coscienze dell'erotismo e la piú semplice e inventiva essenza vitale di esso,
che si manifesta appunto nella semplificazione e nella sdrammatizzazione delle
sue manifestazioni e delle sue forme e nel recupero non dannunzianamente della «
gioia » amorosa, quanto piuttosto del gioco che l'amore è, in un ilare ritmo
vitale, e soprattutto del gioco che è anche il discorso poetico.
La vera trasgressione del libro della Lenisa non è, infatti, quella dell'argomento, bensí quella dello stile, o, meglio, della figura e della forma
letteraria con cui l'argomento erotico è comunicato al lettore. L'allegria
della forma e della retorica di questa poesia ne costituisce il vero scandalo,
quello che appare, soprattutto oggi, piú difficilmente perdonabile, sia da parte
dei sostenitori di un'idea della poesia come azione (politica, femminista,
ecc.), sia da parte di chi crede nella tenace sopravvivenza della poesia come
liricità, sia da chi, in ogni caso, obbedisce al concetto che la poesia è
qualcosa magari di inutile o di noioso, ma, in ogni caso, non le si addicono
assolutamente l'allegria e il gioco, cose del tutto sconvenienti.
È da dire
anche che sarà bene stare molto attenti a non indicare subito, come punti di
riferimento di questa poesia, che so, i greci o Penna o l'epigramma dell'Antologia palatina
o qualche altra reminiscenza
piú o meno pagana, magari per segnalare in questo modo una pretesa ideologia
« liberatoria » a cui la Lenisa avesse fatto omaggio, in nome della distruzione
dei cosiddetti tabú del sesso. Al contrario, l'ironia della Lenisa nasce dalla
precisa coscienza delle idee drammaticamente esasperate, sia in senso
permissivo, sia in senso oppressivo, nei confronti del sesso: ma vi passa
attraverso, respingendole come frutti di falsa coscienza, che finisce a
trasferire lontano, sempre piú lontano dalla concretezza della vita l'esperienza erotica, che è certamente fondamentale, ma che nella poesia non
ammette, a meno di snaturarsi come tema e come discorso poetico, né il lirismo
né i modi concettuali e ideologici né il moralismo né il tragico.
La trasgressione ironica rispetto ai modi più consueti, maggiori e minori, di
fare poesia dell'erotismo (quelli che ogni tanto sotto nomi celebri
e sotto nomi minori, vengono proposti piú alla curiosità che al'interesse
critico dall'industria culturale, riesumandoli da manoscritti o epistolari o
carte segrete degli autori, cioè da ambiti strettamente privati, quindi ben
poco disposti ad accogliere nel verso l'intento comunicativo, che è invece
fondamentale nel libro della Lenisa), appare cosí profonda da rappresentare il
continuo scandalo stilistico di una poesia che sceglie l'anticlimax
ovvero la litote proprio là dove pare affrontare i momenti più arrischiati e
difficili (dal punto di vista della rappresentazione, soprattutto, come accade
in questo caso, quando la scelta del taglio del discorso sia quella di un'estrema essenzialità, tesa fino alla riduzione del quadro e dell'evento a
pochi tratti decisi e anche aspri, ma senza nessuna concessione al particolare o
al narrativo). L'ironia, inoltre, consente di assorbire nella piena deformante
dei suoi modi anche la linea ideologica che attraversa questa esperienza, e che
è la contrapposizione accanita e appassionata della verità della vita a
illusioni, sogni, soprastrutture ideologiche, imposizioni, decorazioni,
abbellimenti, inganni, mistificazioni. È appunto, la
tensione verso la dichiarazione di fatti, pensieri, sensazioni, intenzioni, ricordi, tentazioni, desideri, volontà, proteste, rivolte, quanto piú possibile
semplice e spoglia, ma anche con il senso trionfale della scoperta che nell'estrema semplificazione, allegra e limpida proprio per tale semplicità, è il
massimo di verità della vita che si possa raggiungere con la poesia e
racchiudere nella parola.
Qui, allora, finisce a collocarsi l'ultimo livello di intenzioni del libro
della Lenisa: senza disperazioni o drammi e sensi di colpa o di impossibilità o
di vergogna per il fatto di fare poesia, quanto vi è contenuto è dato come il
massimo di vita che si possa rendere nel discorso poetico, ma con il senso,
insieme, delle infinite cose che, invece, si perdono e si sono perdute e non si
possono in nessun modo né recuperare nella vita né tradurre nella poesia, onde
l'ironia definisce anche la precarietà di un gesto poetico che, come è quello
dell'amore, è istantaneo, non ha durata né tempo, si consuma
interamente nel momento in cui si attua. Ciò avviene senza tragicità, però: come
un dato non eliminabile dell'esperienza. della poesia come di quella della vita,
da accogliersi con il sottile strazio di un'ironia che si esercita anche su di
sé, sulla propria vita come sulla propria poesia, ma anche su tutte le
smascherate e demistificate forme d'inganno e di menzogna dell'ideologia come
della poesia. Il trionfo allegro, che è la nota dominante del libro, è anche
questa gioia della vittoria della poesia contro i molti « mostri » allotrii che
le impongono silenzi o menzogne, ed è una vittoria ottenuta proprio là dove piú
feroci erano le imposizioni o piú falsamente allettanti le seduzioni. Una volta
tanto, in una situazione poetica tanto impositivamente seriosa (ma la lettura de
La parola innamorata, cioè
dell'antologia della poesia di questi ultimi anni, fa bene sperare per il
futuro in qualche mutamento), il trionfo della poesia è anche il trionfo dell'allegria di scrivere, di dire, di raffigurare anche ciò che è piú straordinario,
trasgressivo, rischioso.
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