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Prefazione a
Terra violata e pura
Enzo Bruzzi
Occorre premettere che contro Maria Grazia Lenisa, e perciò contro la poesia
e la cultura, è stato consumato uno dei tanti peccati di omissione di cui è
gremita la storia della letteratura: vent'anni di ingiustificato silenzio, di
indifferenza da parte degli editori e delle confraternite letterarie che, in
circuito mensae, ignorano i lazzari impotenti.
Nata ad Udine, il 13 febbraio 1937, Maria Grazia
Lenisa fu scoperta, come poetessa, da Ettore Allodoli, il quale, nel maggio
1955, nella prefazione alla silloge intitolata
Il tempo muore con noi, scriveva fra l'altro: «Sebbene
giovanissima, ha in sé i requisiti necessari per potersi affermare
pubblicamente: ci sono in lei doti istintive, una pensosa intelligenza, e la
sensazione di essere pronta a rendere manifesto anche agli altri il suo mondo
interno». E così concludeva: la Lenisa «è un poeta che comincia a cantare con
una voce tutta sua, una voce che è già forte e piena ed ha un tono ora dolce ora
grave, che si distingue nel coro affannoso ed incomposto dei tanti nuovi poeti».
A diciassette anni d'età la Lenisa vinse il premio "Ebe", in seguito il
"Città di Catania" e il "Vallombrosa", suscitando stupore ed ammirazione fra i
"maggiorenti" della letteratura di quell'epoca che la definirono «enfant
prodige» e «Saffo italiana». Febo Delfi, in Grecia, la chiamò «la Saffo
europea».
Aldo Capasso, che le dedicò un lungo saggio premesso all'opera antologica
L'uccello nell'inverno (Genova, 1958) vedeva
onorato attraverso la sua poesia il realismo lirico «limpidamente tradotto con un linguaggio nudo eppure
fremente, di quasi ellenica purezza».
Dopo questi vent'anni di silenzio ho conosciuto personalmente la Lenisa,
insieme al marito e alle figlie, durante un suo breve soggiorno al Camping
Paradise di Silemi, nel comune di Letojanni (una delle marine di Taormina) dove
vivo un po' come un esule nella mia stessa patria, in ozio prezioso,
procul negotiis. Lì ho riascoltato questa pura voce poetica,
significativa ed esemplare.
E da lì ho convinto la poetessa ad uscire dalla penombra nella luce,
facendomi un po' mallevadore presso questa casa editrice che spesso assume le
funzioni di scopritrice e di codificatrice di talenti.
Desidero ora che la critica militante renda giustizia a Maria Grazia Lenisa
–
e dunque alla poesia in sé – alla casa editrice e al redattore di questa nota.
Letojanni, ottobre 1975
Di Maria Grazia Lenisa c'è da mettere anzitutto in giusto rilievo la
particolare storia di "caso" letterario, ché di "caso" vero e proprio si parlò
appena al suo esordio, quando cioè, nel 1954, Ettore Allodoli la "scopri",
ancóra diciassettenne e studentessa di liceo e già autrice d'una prima silloge,
Il tempo
muore con noi, pubblicata con prefazione dello stesso
Allodoli. Stupiva tutti soprattutto il fatto che una cosí giovane poetessa
avesse già profondo il senso delle cose e uno stile personale e maturo per
dirle, e per dirle convincendo. Fu proprio per questo che si parlò sùbito di
"caso"; e parecchi critici, dal Ferraguti al Capasso, non esitarono ad accostare
il suo nome a quello dell'immortale Saffo. E per la sua poesia si dissero poi
pure critici come Flora e poeti della levatura di Jenco. Ma di quel successo
immediato ci si andò via via e inspiegabilmente dimenticando, e il "caso"
Lenisa, invece di essere ulteriormente e meglio "istruito", venne "archiviato".
L'ingiusto silenzio, tuttavia, non ha scoraggiato la Lenisa, che ha
continuato e continua a vivere di poesia e per la poesia. Questo libro lo
testimonia. Come pure testimonia l'urgenza della "riapertura" del suo "caso",
per riesaminarlo come merita, com'è giusto che sia.
Questa poesia convince soprattutto per la sua freschezza, affatto viziata da
mode o che altro, fedelissima alle sue origini. Non ci si tratterrà qui a discutere dei suoi pregi formali, giacché, essendo
in questo senso fedele alla precedente poesia lenisiana, ci si produrrebbe in un
inutile ripetere di giudizi a suo tempo autorevolmente espressi e ribaditi,
e che si sono inoltrati fino
ai già menzionati riferimenti alla Saffo.
In questa sede e a questo proposito pare tuttavia doveroso precisare che il
"filoellenismo" della Lenisa, di là dalla tradizionalità di questa poesia che il
fruitore avvertirà nei languori di certi esclamativi nei puntini sospensivi e
negli interrogativi che qui e là sopravvivono, ha sbocchi personalissimi,
originali e certo inconsueti per una "voce" dei giorni
nostri. Piú vasto discorso di quello che si potrà qui stendere, trattandosi di
poesia inedita, meriterebbe, al contrario, il livello dei contenuti.
I motivi che principali e dal fondo si organizzano a scaturire questa poesia
sono essenzialmente quelli di un autobiografismo attentissimo soprattutto
all'amore e alle sue implicanze. Viene cosí via via dispiegandosi una "lettura"
dell'animo della poetessa, condotta senza indugi o reticenze, nel piacere della
verità e della franchezza.
E .,cosí, alla poesia la Lenisa affida il compito di specchio, il
più nitido e fedele possibile, dentro cui potersi riconoscere e possibilmente
eternarsi nel recupero dei "segni" piú significativi e duraturi sottratti ora
alla quotidianità ora — e piú sovente — ai riagganci del passato nelle sue
funzioni e nei suoi valori di mitica dimensione.
E passato, per la Lenisa, vuol dire, primamente e soprattutto,
verginità. E non solo verginità fisica e personale, la cui perdita pure
costituisce il dramma primo e continuo della poetessa e della sua poesia, ma
anche e cospicuamente verginità intesa nei suoi valori universali e primordi.
Da qui il panismo, il desiderio di "reintegrazione" nelle funzioni di
componente umile e pura del cosmo non sottoposto ancóra da parte dell'uomo a
forma alcuna di speculazione o contaminazione.
Poco importa che un mondo cosí non esista: il poeta può crearselo usando la
parola e lí rifugiarsi, realizzare la sua sognata simbiosi con la natura,
inebriarsi di quella purezza che, scevra ancóra della tacca del Male, consenta
l'"incoscienza" beata della colpa: «Negli orti che creai con la parola, |
del mio miele selvatico mi nutro | e godo d'ogni fiore, d'ogni frutto, | sorella
del serpente melodioso. | E neppure ho coscienza d'esser nuda | piú d'una rosa,
d'un'erba, d'un frutto». E per questa via, l'infanzia e le acque, il lino e
il miele, e interi i resti, reali o fantasticati, di una incontaminata natura,
enfiano i loro spessori ad accogliere dimensioni emblematiche e profonde,
assurgono a miti e muse cui la poetessa può chiedere il canto del riscatto.
Un riscatto che tale è, di prima istanza, in quanto possibile forza di
annientamento della condizione della Lenisa-donna a tutto beneficio della
Lenisa-bambina e quindi della Lenisapoetessa.
Ed ecco riemergere la "fanciullina" a gridare alla donna la colpa di essere
cresciuta e, divenuta adulta, di avere amato, fisicamente; ecco riemergere la
poetessa, cui non resta che «abbassare gli occhi ferita», perché ha
scoperto di avere un corpo lei pure, che può gridarle – come le ha gridato e le
grida – la sua sete d'amore.
Ma l'amore, pur se porta a cosí maceranti sbocchi, rimane parte prima e
suprema della vita. E, per contro, può affascinare già ed essere cantato a
livello di carezzata ipotesi: «Se io cadessi insieme a lui | sull'erba, |
scoprirei come pesa | in petto il cielo | e lui come la terra | sia l'inferno».
Dove la componente panica riaffiora a sottolineare il bisogno che la Lenisa
urge di "omologarsi" prima – e direttamente – alla terra, e quindi – di riflesso
– all'inferno.
D'altro canto, non è qui solo che l'amore ha di queste virtù, che potrebbero
dirsi "simbiotico-curative", se altrove la poetessa gli si può rivolgere, nella
persona dell'amato, e cosí esprimerlo: «Tu solo puoi crearmi | in ciò che
sono: | farfalla, scoglio, corolla, | non donna».
A quest'ultimo tema del ripudio (che poi, per converso, è accettazione) della
donna, pure s'ispira buona parte di questa poesia, fino a giungere, in La
veste bianca, all'esasperata preghiera: «Dammi, Signore, la mia veste |
bianca, una rugiada | che mi nutra all'alba, | ché l'esser donna infine è una
disgrazia».
Da tutto questo, chiaro emerge il grande bisogno che la Lenisa ha di poesia.
Alla poesia identifica e sovrappone l'unico spazio vitale, la sola dimensione
possibile e per lei accettabile di vita. E, di tutto ciò, nella Lenisa, c'è
piena coscienza: «Altra vita non ho | che la parola», dice. Come pure
confessa che «Smettere il vizio di scrivere | è come la morte».
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