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Prefazione a
Le sillabe del vento (2001)

Dante Maffia

L’itinerario poetico di Angelo Lippo è stato un crescendo senza soste. Un lirismo robusto, quasi romantico, lo ha accompagnato lungamente ma non l’ha irretito, così come non l’ha irretito il suo interesse per la poesia decadente e il suo amore per le arti figurative. Angelo ha lavorato in profondità, ha scavato nella ricchezza delle radici affidandosi all’autenticità del canto, riuscendo a trarre dal patrimonio della Magna Grecia quegli umori e quei sapori che danno alla parola il senso dell’eternità. Ecco perché romanticismo o decadentismo, avanguardie e sperimentazioni hanno trovato in lui un artefice che ha saputo amalgamare e rielaborare infiniti mondi.

Nelle raccolte precedenti si poteva toccare con mano la fisicità del verso. Endecasillabi a volte torniti, perfino rotondi, levigati, settenari pieni, cadenzati che davano alle immagini un piglio sbarazzino e una cantabilità che trascinava, raccontavano di un paradiso diventato deserto, di città distrutte, perdute, di amori vissuti nella ricchezza del sole e del mare, della palingenesi che prima o poi sarebbe arrivata per trasformare la realtà e riscattarla dalle sue brutture. C’era una malinconia in Lippo che aveva un suo fascino soprattutto perché non portava mai alla deriva, alla cecità delle emozioni e anzi invitava alla vita, alla gioia, alla serenità. Ricordo alcuni suoi versi proverbiali, di quelli che si scrivono alla fidanzata sulle cartoline: Angelo aveva saputo trarre dalle sue esperienze una saggezza e una umanità che gli hanno permesso di scandagliare la psiche e di guardare al paesaggio dello Jonio come un principe guarda ai suoi possedimenti.

Mai una nota stonata, mai un carico di nostalgia per il mito antico in cui il sogno ha perduto se stesso e si è trasformato in pianto, mai elucubrazioni! Poesia aperta al gioco delle albe e dei tramonti, consustanziata dai colori del cielo e del mare, e da lunghi silenzi, durante i quali le cose si trasformano in fantasmi e i fantasmi diventano presenze non effimere.

In quella linea della poesia ionica di cui si va parlando da anni, ormai, e alla quale ha dedicato un primo scritto Gerardo Leonardis, Lippo ha certamente un posto di rilievo, non solo per la qualità della sua poesia, ma anche per la sua attività culturale instancabile, per la maniera quasi maniacale di scovare talenti di quel lembo di terra tra Puglia, Calabria e Basilicata, dove vive organizzando mostre, promuovendo simposi, convegni, presentazioni di libri e dove ha mosso le acque stagnanti della provincia pubblicando “Portofranco”, una rivista che ha varcato i confini regionali.

Adesso Lippo licenzia Le sillabe del vento, libro che già dal titolo prende il lettore, specialmente quel lettore che ha ancora una educazione classica e sa quanta parte ha avuto il vento nelle poesie di tutti i tempi, dai Lirici e Tragici Greci, dalla Antologia Palatina fino a Cardarelli, Campana, Quasimodo, Sinisgalli, Carrieri.

Il vento è un lievito che scuote, turba, ridisegna luoghi, persone, memorie. C’è chi ha visto il vento diventare una muraglia, chi lo ha incontrato nel cuore di una donna, chi lo ha patito come uno scomodo compagno di viaggio. Per Lippo il vento è il poeta che possiede sillabe e le sciorina, “si qua, di là, di su, di giù”, come direbbe Dante, per costruire quel nuovo volto del mondo che è venuto a crearsi nel momento in cui il poeta ha svoltato pagina e ha cominciato a leggere le verità non più per scansioni assiomatiche e in qualche modo progettate dagli archetipi costituitosi nel suo immaginario, ma per contrasti o per simbiosi, per adesioni immediate e spontanee che se da un lato hanno sconvolto l’aspetto della propria integrità e della propria identità, dall’altro gli danno la possibilità di ritrovarsi di continuo e di rivedere se stesso nel mutamento probabile-improbabile del futuro.

Lippo ha avuto la capacità di rinnovarsi senza disconoscersi, di ripensare la vita e quindi la poesia (o se volete, viceversa) e non più o non soltanto come un diario di accensioni o come scansione e annotazione di traguardi perduti o da raggiungere a tutti i costi.

Adesso il suo approccio è più leale, innanzi tutto con se stesso, e il suo sguardo è sereno (non pago, per carità, non conchiuso e definitivamente soddisfatto), privo degli smarrimenti che lo avevano caratterizzato quando tentava di frugare nell’imponderabile dei sogni e delle rincorse esaltanti delle rinunce obbligate. Adesso Lippo ha la voce sicura, forte ed è ben strano che a dargli forza e sicurezza sia proprio il vento “birichino” che per lustri lo aveva tramortito e reso inquieto e anelante. Sa scendere nel proprio io, sa sorridere, sa perdonare, sa ancora accendersi, e sa meravigliarsi di continuo, ma le scoperte si sono trasformate in ri-conoscimenti e così il vino, per esempio, lo incanta, anzi è il profumo del vino a incantarlo e a riportarlo alla “pelle” della sua “donna”.

Prima il luogo di nascita era una nave pronta a salpare verso terre ignote e lontane, era dannazione di rituali dai quali liberarsi, ora invece è nido, calore, ricchezza attorno a cui il mondo si muove. Leggiamo Aedo sprovveduto – Alla mia Taranto :

Scusami se cantare non so
i tuoi antichi fasti
carichi di vetustà e gloria
come gli aedi della Magna Grecia,
né quelli contemporanei
che urlano dalle fauci
rossastre e ribollenti
delle ciminiere degli altiforni.
A me basta tenerti accanto
e sentirti pulsare come il sangue:
presagi di addii e di futuro.

E’ evidente che il Lippo di un tempo vive soltanto nel fondo e che le strade di Taranto, il golfo, i ponti, i vecchi vicoli, le piazze, i palazzi, gli altiforni del siderurgico sono finalmente riconosciute come le vene che lo attraversano. Taranto è il sangue che lo tiene in vita, à tutto ciò che ha vissuto, forse il futuro.

Come si vede non c’è resa, ma soltanto la limpidezza di un ulteriore approdo, quello che i poeti raggiungono quando, come ha saputo fare Angelo Lippo, sanno liberarsi di ogni zavorra accumulata e sanno riemergere con chiarezza e autenticità, come fanciulli che ritrovano la via di casa dopo la paura dello smarrimento.

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