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Elisa Lizzi

Due vite

Nel tavolo della pizzeria affollata di turisti, che con l’azzurro del mare negli occhi rumoreggiavano in varie lingue, mio padre si faceva notare  nel gruppo dei parenti riuniti. Eravamo tutti pronti ad ascoltarlo per via del recente lutto e dell’età venerabile e lui faceva il regista della situazione con i racconti della sua vita.

Fu in quell’occasione che egli, tra una chiacchiera e l’altra, non so se per l’euforia del momento che incoraggiava la libera espressione, o se per la mania di forzare l’originalità fino al paradosso, lasciò cadere delle proposte  per aria. Faceva intendere, come un giovinetto forte ed avventuroso, di essere proteso verso nuove illusioni sentimentali  e di cercare l’anima gemella su cui mettere gli occhi. Le sue uscite, i suoi diritti alla gioia e all’amore apparivano quanto mai inopportuni in quel reale contesto.

Mi ricordai di quella figura di donna intravista tempo addietro sul marciapiede ad una distanza che ancora me la rendeva anonima. Una donna snella, alta e bionda con un tubino di gonna sulle sue gambe dritte, s’intratteneva con un uomo in una calma intimità. La conversazione sembrava iniziata da tempo e che dovesse durare a lungo , non su sbrigative formule di saluto, né su discussioni d’affare, ma bisbigli e sguardi. Intanto la figura femminile , avvicinandomi, non finiva di sorprendermi, mentre lasciava il posto ad una signora non giovane, mascherata con artifici e colori. Le gambe, che avrebbe fatto bene a coprire, erano nodose e striate, come la scollatura  apriva certe  distese di carne flaccida. Io conoscevo quella donna come  la padrona di un negozio di abbigliamento,  spesso accasciata da problemi.  rimasta vedova pochi mesi prima. A così breve distanza, la signora sembrava risuscitata,  intenta a recuperare il tempo perduto e a godere  i doni della vita, travestita da lusinghiera giovinetta.

 Il ricordo in seguito, mescolò  i due eventi  tra di loro e li ricostruì secondo altre direttive. La vecchiaia di queste due persone, che  mi coinvolgevano, l’una più dell’altra, era in contrasto con quella vecchiaia decorosa e onorevole che per secoli avevo covato dentro di me .Il vecchio nobile e saggio, tutto ristretto nell’area della spiritualità, aveva lasciato il posto ad un capriccioso travestimento, ad un’ibrida figura umana, ancora alla prese con i problemi del cuore e con una residua vitalità che ancora percorreva il suo corpo Due vite e anche più non sarebbero riuscite ad esaurirla , finché non sarebbe intervenuta la natura per restaurare l’equilibrio nel regno terreno.

Anche nel ricordo  le due figure continuavano ad inquietarmi come anime in pena che avrei dovuto placare, sottraendole all’insania della ripetizione, come se la macchina della loro vita si fosse inceppata e riproducesse gli stessi flash con le stesse opportunità. Dovevo aiutarle ad  effettuare la svolta verso un’altra direzione.

Eccoli procedere  liberi e leggeri nel nuovo spazio che io creavo per loro. Hanno pagato il loro tributo alla natura e alla società, hanno generato figli e cittadini, nessuna legge li assilla e richiama all’ordine; pare che la stessa natura si sia dimenticata di loro, lasciandoli sostare indisturbati sul suo grembo, li muove  in modo impalpabile  ed impercettibile,  quasi lasciandoseli sfuggire di mano.

 Vedo mio padre nell’orto  alberato,  intento a gettar semi nella terra, ne segue il mistero della creazione e della crescita, amando questi suoi prodotti  come figli ubbidienti e generosi. Prende il paniere, lo riempie di frutti, si sporge  verso la rete divisoria e offre il suo dono al vicino che sta rincasando. Questo è smarrito, non sa chi sia quell’anziano, è tutto preso dai suoi pensieri, non sa valutare quel gesto, gli pare tutto così balzano che quasi lo disturba.  il vecchio pare che agisca con un rallentatore, per dipanare i segmenti di una vita che non corre più a ritmo normale; indugia con la sua lente microscopica ad osservare le piccole cose di un giardino, divenuto ora tutto il suo mondo

Seguo la signora Giannina  mentre esce dal negozio e percorre la via in un rosso tramonto serale, senza ansie e senza gli abituali richiami domestici, perché lei i problemi della casa li ha sistemati da un pezzo e può godersi quel cielo infuocato  oltre la linea dell’orizzonte e oltre l’ammasso delle strade. Si ferma  davanti al muro di una villa per dialogare con un bambino che è solo con le immagini del suo libro; il bimbo, che ha familiarità con lei, le porge il suo disegno, sicuro di ricevere le sue lodi prima di quelle della mamma assente. Nel foglio trova delle figurette stilizzate con quattro antenne  per comunicare con la realtà: i due omini le destano tanta pena, così nudi e poveri su uno sfondo cupo e intrecciato di alberi, ma lei applaude al bambino e alla sua bravura. Si ferma, poi, davanti ad una libreria per osservare le copertine dai mille titoli, che sicuramente alludono alla vita racchiusa dentro. Anche lei potrebbe raccontare la sua vita,  ma avverte che non le basteranno  più gli anni per tale operazione tanto complessa e minuziosa.

In verità la vita sua non differisce da quella di altri nelle tappe  con cui suole procedere, ma  tali sono le circostanze e le emozioni  che le linee dei vissuti non si incontrano mai. All’inizio si appare con un lancio vertiginoso, da distanze incolmabili, da abissi oceanici o da altezze; ognuno cade in un lembo a lui riservato, e lei era apparsa non d’estate, né ai tepori della primavera, ma tra fiocchi di neve, un rigido ingresso tra bianche farfalle; non si era trovata in una reggia, né in unna villa accogliente, ma in una fredda casa di campagna, che era stata il suo presepe.

 Poi era avvenuta la cacciata dal giardino dell’infanzia,  non all’improvviso, ma poco per volta e lei aveva varcato prati, colli, città mai viste e spazi sempre più vasti. Aveva trovato  tanti bivi che si generavano l’uno dall’altro,  come specchi luminosi, e lei aveva seguito le insegne luminose che  tornavano a riproporsi senza pausa ad ogni passaggio; non sa valutare le scelte allora fatte per riuscire ad andare avanti, sa solo che le strade erano tante e la rincorsa affannosa.

I bivi all’improvviso erano terminati ed era approdata ad una piazzola di sosta in cui sembrava che le fosse offerta un’indicibile calma, quella attuale  delle sue passeggiate, dei dialoghi col bambino nella contemplazione del tramonto.

   Ora che avevo preso in mano le due anime bisognose di aiuto, potevo essere soddisfatta, le avevo avviate per una fruttuosa esperienza, le avevo posate, per renderle soavi e venerande, in un mosaico d’altri tempi.

Mi sembrava che  esse stesse mi manifestassero gratitudine per la mia opera buona, perché la loro vita, fermata in quella piazzola e sottratta alla rincorsa dei bivi e delle scelte,  non si era solo raddoppiata,  ma moltiplicata. Gli attimi rallentati del tempo davano un grande godimento; il riflusso stesso del passato, nella risonanza della memoria, permetteva all’anima sospesa di vivere tutte le emozioni delle mille scelte potenziali ed ipotetiche.

 

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