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Elisa Lizzi

Figlia del sogno

Anche quel giorno, durante il giro delle spese, ci fu la sosta davanti alla vetrina delle borse. Mia madre restava incantata a misurare con lo sguardo la sfolgorante vetrata. In effetti non sembrava osservare la campionatura in pelle, ma contemplare come in estasi la luminaria del cristallo, i faretti che lanciavano la luce nei punti più disparati, quasi a creare giochi di chiaroscuri e a dare vita con una chiarezza diamantina alla scura merce in posa.

Doveva scegliere una borsa, una cintura, un foulard ? Mi preparai a consigliarla; ma lei non mi ascoltava, protendeva gli occhi all’interno del negozio, come a visualizzare qualcuno. Forse la infastidii con le mie serrate domande, per cui si decise a rispondermi, prima a strattoni, con parole che stentavano a formarsi e ad allinearsi in una frase, poi, dopo sibillini “ se sapessi....., ma non è il caso....., non so......., forse è lui... ” proiettò fuori la materia spessa del suo segreto. Si dilatò il margine delle parole, si compose per divenire tutto un mondo, una vita, un percorso lungo e tormentato di vita.

“Quel signore dietro il banco fu un mio corteggiatore..., poi sposai tuo padre...”

La frase enunciava e descriveva gli eventi di una realtà; non c’erano motivi, cause, perché, nel testo delle parole così allineate; fui io che ve li ripristinai; ricollegai tutte le storie sentite e raccontate, le collocai nelle pause, dove mi parve opportuno, e ricostruii il percorso. Questo mi apparve frastagliato: acceso e pieno di miraggi all’inizio, diviso nei vari sentieri delle illusioni giovanili, poi si spianava in un momento di splendore, di fiori d’arancia e carrozze nuziali, divenendo un unico sentiero che convogliava i rigagnoli precedenti, subito dopo tornava a farsi vorticoso, interrotto da soste ed impennate.

Io cominciavo a capire mia madre; vedevo la bella giovinetta dalle trecce nere cui i ragazzi del vicinato portavano le proprie offerte, i percorsi nei quali lei avrebbe scelto di inoltrarsi. C’erano davanti a lei l’America, il negozio illuminato, l’avventura nelle più belle città italiane. Un sogno era emerso, aveva spazzato tutti gli altri. Ma poi era ricominciato il vagabondaggio della mente che rompeva gli argini della quotidianità, spaziando in tutti i mondi dell’immaginario. Capivo mia madre, la realtà disponibile, la lotta per adattarsi, i fantasmi aleggianti. Quando la vedevo sospesa ed evasiva, pensavo a quegli scenari sfumati, a quegli itinerari turistici cittadini rimasti nella foga delle promesse, a quelle città che si erano allontanate più dell’America.

Non capivo più me stessa, il mio posto; guardavo la mia casa piccola ma inondata dai raggi del sole del mattino, lo scenario dell’orto e della distesa dei campi. Tutto l’ambiente che mi accoglieva apparteneva alla sfera dell’essere , al tram tram con cui passavano le giornate, ma al di là si dipanava un’infinita sfera di ricordi e desideri che allontanava e deludeva. Perdevo la mia consistenza nelle camaleontiche prospettive dell’immaginazione; appartenevo al gioco volubile di contrasti della vita; ora ero presene e tangibile, ora idea evanescente; diventavo la figlia dell’americano, moderna e volitiva presso qualche complesso industriale, o dedita agli affari in un negozio cittadino. Quando mia madre mi sorrideva, io certo ero là, nei posti del sogno, trasfigurata secondo il suo gradimento; ma a volte il suo sguardo era triste, io me lo sentivo addosso intento a scrutarmi, e allora ero l’oggetto della sua lotta interna, che mi sdoppiava tra luci ed ombre, nella figura presente e quella che sarei potuta essere. Mia nonna invece mi sorrideva sempre, sembrava che non guardasse, mi cercava soltanto per condurmi con sé, forse perché lei sognava sempre, non lottava più, col suo fazzoletto istoriato e la giacca informe, era diventata un essere infinito fuori dal tempo.

Ormai mi piaceva vivere nelle pennellate di quell’affresco che andava colorando le pareti della casa. Scoprii che potevo dipingere anch’io come volevo, e forse già lo facevo da un pezzo senza accorgermi .Non so se tale attività, con cui ci rincorrevamo e sfuggivamo mi facesse piacere, ma certo nel tempo cominciai ad investirvi sempre di più. Potevamo in casa alternare i nostri momenti di ispirazione artistica; quando mia madre mi osservava troppo, proprio allora io mi allontanavo per dipingere qualche mia storia.

Dovevamo rinunciare ad afferrarci scambievolmente, accettando di conoscerci nel diaframma dei nostri sogni.

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