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Elisa Lizzi

Il fronte

Ci incontravamo, di mattina, in ascensore e ci salutavamo semplicemente; era il solito saluto di due condomini che non avevano nulla in comune; una volta, come per variare la formula, lui disse di andare al fronte, ma senza impegno come per dire“ ciao, buon giorno, vado al lavoro...”Non credo che mi vedesse e sapesse ridire qualcosa di me e neppure io pensavo mai di osservarlo. La discesa in ascensore era il tempo morto che segnava il passaggio da un ambiente ad un altro, era il tempo della preparazione ad un nuovo scenario, per questo non ci vedevamo, intenti a studiare la prossima parte. Specialmente lui appariva agitato, guardava e controllava le sue cose,  come se tutto dovesse essere a posto per la comparsa in pubblico.

Un’altra volta lui alluse al fronte, assumendo un atteggiamento serioso e autorevole, come se fosse entrato,  già appena fuori della porta, nel suo ruolo di dirigente e si prospettasse l’ordine da dare ai suoi subalterni. Fui toccata da questa forma  di saluto fuori dell’ordinario che era diretta a ben altro uditorio.

L’ultima volta mi parve addirittura accigliato, mentre proferiva il solito annuncio di partenza per il fronte.

Non so se lui , fin dall’inizio avesse voluto manifestarmi le sue difficoltà, ma solo dopo il martellamento di vari incontri, mi si schiarì l’idea vera del suo fronte, come lui lo concepiva e lo viveva. Aveva tergiversato fino ad allora, velando la verità della comunicazione con certi risolini, monosillabi biascicati e controllati, una corazza di pudore, che alla fine non aveva retto,  lacerandosi. Anche quando il primo passo era stato fatto, avvertii una certa ritrosia, ma ormai l’insoddisfazione compressa trasbordava.

Io però non provai comprensione ma meraviglia, pensai al mio fronte e al fronte degli altri, convinta ormai che tutti avessero il loro da qualche parte. Questa parola era entrata immediatamente nel mio vocabolario e nel mio sentire  e mi accomunava agli altri con la sue belle immagini di lotta e vitalità; anzi mi pareva che non avrei potuto trovare altro legame con la gente del mondo. Avremmo potuto, in mancanza di argomenti, sempre parlare del nostro fronte, io del mio  e l’altro del suo, intendendoci sull’idea di fondo.

Gli risposi “Anche rimanendo a casa, si può trovare il fronte.” Lui mi guardò con meraviglia e non  capì. Sicuramente non capiva come la casa potesse trasformarsi in un campo di lotta invece che luogo di riposo e accoglienza, con le pantofole e la poltrona.

Pensai alla sua posizione, quella di chi sta più in alto, realizzato e stimato; il suo fronte era quello di un generale  che comanda ai soldati, si ascrive glorie ed onori, quello dell’eroe che conquista medaglie e  parla da un pulpito da cui le parole acquistano risonanza.

Com’era buffa la vita! Potevamo combinare le nostre parti; il mio turno iniziava quando il suo finiva. Pensai spesso in quel tempo al mio fronte, comparandolo col suo e mi era difficile definirlo con una terminologia specifica,  che forse non era stata mai inventata;  lo avvertivo come un mondo segreto e sommerso, avulso dal pensiero e dalla storia; nessuno si era interessato alla sua decifrazione; alcuni lo attraversavano di passaggio, altri vi si rifugiavano, altri lo subivano. Capii che dovevo fare uno sforzo per portare alla luce uno spazio informe, coperto dal pudore e rivestito da immagini di protezione e serenità. Dovevo creare le espressioni per descrivere il mio fronte, così come io lo sentivo: era il fronte delle età della vita, che si combinano tra loro come liquidi effervescenti entro le pareti di un vaso; il fronte del piccolo tempo, che avanza per segmenti monotoni e impercettibili, ma corrode più del grande tempo; quello dei pensieri che fanno groppo e sciame annerendo il nostro soffitto. Cosa avrebbe potuto capire lui come mio interlocutore? Anche un pensiero per volta, proferito lungo la discesa del mattino, non avrebbe modificato la sua immagine del mondo.

Lo lasciai un bel giorno con un’ultima frase di saluto, lanciata quasi di sfuggita sulla porta dell’ascensore “C’è un fronte che ci tocca tutti ed è quello vero...”Proferii in sordina, frettolosamente, proprio la cosa più importante che pensavo. A volte, le idee più profonde e sottili si dicono in breve, di sfuggita, mentre si ciarla sulle cose del momento.

Il  vero fronte  era la vita stessa, e tutte le insoddisfazioni che avevamo cercato di comunicarci bene o male, erano le sue semplici scaramucce quotidiane. Non so se lui ebbe modo, anche in seguito , di ripensare alle mie parole, ma io,  in definitiva, immaginai la vita, e non solo la mia,  come una trincea con i suoi labirinti. Non c’è né vincitore, né vinto,  né generale, né fante, e neppure il nemico, visto che nella sue pieghe le parti si scambiano. Per fortuna, qua e là, essa ospita anche feste e ritrovi accoglienti per non rivelarci gli ingorghi che ci scava intorno.

 

 

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