Servizi
Contatti

Eventi


Elisa Lizzi

L'epoca del romanzo

Lungo la strada verso la spiaggia tutta una fila di caseggiati ci accompagnava e mia madre era completamente estasiata nell'osservazione di quelli che per lei erano i segni della nostra fortunata epoca del progresso; tutte le volte che andavamo in macchina, la strada così costeggiata di belle ville faceva quasi dimenticare l'attenzione della guida nella contemplazione delle nuove meraviglie della vita, i nuovi quartieri. che la gente, col suo saper fare, aveva disseminato per la campagna.

– Anche noi, mi diceva immancabilmente, abbiamo cambiato la nostra vita, abitiamo una bella casa lungo la via Nazionale, e non più quella casupola laggiù nel fosso.–

Io avrei voluto risponderle che laggiù c'era un bel campo di spighe davanti alla loggia d'ingresso, c'era l'orto con le varie primizie, l'allegro pollame che mi teneva compagnia schiamazzando, e poi c'era la nonna, ma mi trattenevo dal parlare per non smentirla sempre.

– Io ho cercato di imparare il mestiere per uscire da quell'unica stanza della mia casa, dove si dormiva ammucchiati; ora tu ti avvii alla laurea, il tuo passo è ancora più grande, così continueremo a migliorare, come fanno tutti, del resto…–

Io non seguivo passo passo le sue lodi alla modernità, ricordavo la nonna nei vialetti dell'orto, la scalinata della sua vecchia casa, rumorosa e vociante, quella stanza dormitori con una sua particolare attrattiva.. Ma alla lunga finivo per restare affascinata dalla sua figura a tutto tondo, che non lasciava nulla in sospeso e rifiniva le sue convinzioni. Nessuno poteva dissuaderla dall'idea che la sua, la nostra piccola vita respirasse all'unisono con la vita dell'intera società, che le nostre azioni personali si travasassero in un bacino più vasto, ovvero nella storia del paese, piccolo e grande. Certo lei non aveva granché studiato, eppure sembrava che percepisse i meccanismi della riflessione dialettica e si impegnava con un tale afflato, come se un grande Spirito avesse dovuto raccogliere il contributo di tutti per il progresso dell'umanità. Il suo sguardo era fisso sul paese che si andava abbellendo e arricchendo di case, palazzi, macchine; sembrava andare avanti con lo stesso ritmo dell'epoca; tutti i paesi si rivestivano di belle costruzioni, tutte le famiglie andavano migliorando la loro vita, tutti parlavano come mia madre di lavoro, risparmio, progresso, di epoca fortunata.

Io, in tanta magnificenza dei tempi, ero la coscienza riflettente, una recluta debole e insicura, che innescavi il tarlo del dubbio, ma non riuscivo a fermare l'onda della storia. Così anch'io, tramite lei, confluivo nel fiume dell'idea grandiosa; nella nostra piccola esperienza, tra si e no, consenso e dissenso, idea minore e maggiore, noi creavamo il conflitto per l'evoluzione, il ritmo del processo infinito.

In fondo ero contenta di essere trainata invece di rinchiudermi nel guscio di un'improduttiva solitudine; mi sembrava che noi due, come protagonista e antagonista, sullo sfondo di una cornice a varie volute, potessimo vivere un romanzo di formazione sociale. Il romanzo, tra azione e dialogo, momenti centrifughi e collaborazione, si espandeva tutt'uno con i nostri aneliti e respiri; era la nostra stessa vita che segnava il passo con gli altri senza fermarsi, un vero capolavoro che poi lo Spirito avrebbe raccolto e fatto fruttare per il bene di tutti. E poi a me piaceva la mia parte di antagonista, perché mi permetteva di fermare i vari frammenti, di cogliere le inquadrature anche grigie ed umbratili, le emozioni diluenti che servivano a sfumare una traccia troppo uniforme.

Con lei, che era stata l'interprete e l'ideatrice, scompariva la filosofia del progresso e il romanzo sociale. Sembrava che avesse proprio rappresentato un'epoca, l'avesse degnamente conclusa e se ne fosse andata per non vedere il crollo. Non si sapeva come ricominciare, un'altra idea, un'altra trama non era a portata di mano, né di sguardo, anche a proiettarsi lontano. In tanti frantumi rimaneva il si salvi chi può e un cammino isolato tra gente sconosciuta, disorientata come noi.

Mio padre ne dava triste segno, ormai rinserrato nella sua camera a guardare, tutto silenzioso, i vetri delle case di fronte, o tutt'al più le piante e gli uccelli sul balcone. Era l'epoca del monologo, in cui ognuno tra sé tesseva la debole trama di sogni e ricordi, senza costruire nulla. Io rimpiangevo quel tessuto vivido di progetti che sembrava espandersi all'infinito, pur con gli inevitabili momenti di pausa, anch'essi forieri di belle ispirazioni per andare avanti. Come rimpiangevo il nostro romanzo, con un io, un tu e gli altri in coro, sullo sfondo cornice della storia

Ma man mano apprendevo nuovi messaggi in quel silenzio della nostra vita, e mi pareva che gli altri non facessero silenzio solo per paura, mentre non comunicavano più nulla; nel vocio sconnesso della città il vuoto era peggiore del silenzio. Cominciai ad interpretare la figura di mio padre e a prenderlo a modello, come prima la figura materna. Mio padre mi appariva una quercia resistente alle tempeste; il suo profondo silenzio me lo assimilava veramente ad un albero che aveva attraversato secoli e ne sapeva più di tutti noi e se la rideva del nostro illusorio romanzo. Lui, con i pensieri del suo monologo, aveva costruito intorno al suo cuore una spessa corazza che non sentiva più nessun colpo; con la sua cima osservava dall'alto, spaziava, coglieva, con le radici si abbarbicava nel duro, penetrava nelle viscere, non si rattristava, né esultava perché la sua storia era quella vera ed universale della natura.

 

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza