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Elisa Lizzi

L'ideale

Feci tappa alla  mia casa d’infanzia, la casa dei nonni, con amici con cui tenevo certe conversazioni, perché si potesse trovare là la risposta ai problemi che andavamo dibattendo. Volevo che fossero le cose stesse a parlare e a fare loro quelle confidenze che avevano fatto a me, mentre le parole sarebbero state di poca resa, prive del quadro di riferimento.

Le cose di quel mondo, infatti, mi avevano parlato con segni ed immagini prima ancora che con le parole, riempiendomi di un alimento inesauribile. Mi avevano preso sotto la loro tutela, come una nutrice che vuole offrire gli alimenti basilari e con essi la vita.

Cominciammo la visita con indugi sugli angoli  da cui erano partiti i messaggi e le voci più eloquenti. Mostrai la loggia, piccolo spazio tra le scale e la porta,  davanti allo scenario delle colline e ai campi di spighe; qui ogni mattina il sole mi incantava, indugiando sulla cerchia ondulata e creando un lago d’ombra nella vallata. Individuai il nostro orto tra gli altri, piccolo fazzoletto di terra articolato in strisce variopinte, per me tanti mappamondi da scoprire. In casa mostrai il focolare di mattoni anneriti che ispiravano, tra il chiaroscuro di scintille e fuliggine, fantasticherie e presagi. Mostrai la stanza da lavoro di mia madre con il braciere, il mosaico di disegni rustici alle pareti, lo stipite segreto incassato nel muro. Uscii, seguita  dagli ospiti, sul balcone del lato opposto, il luogo più eletto e mondano della casa; esso si affacciava verso il paese e metteva in comunicazione col mondo sociale; qui ascoltavo le storie della gente, racconti accorati e vissuti, commenti e visioni, che si sedimentavano dentro di me insieme ai colori e alle linee che vedevo.

Riposi mentalmente  le cose al loro posto, le animai con le figure che le avevano popolate, collegai il balcone con la scalinata di un’altra casa,  dove mia madre con le numerose sorelle aveva ascoltato altre storie di altri passanti; mescolai le due immagini di nonne, le due case,  le storie di tempi diversi e ne feci un solo quadro. C’era un filo tra tutte queste cose, in parte viste, in parte sentite ed ereditate, ed io me le sentivo mia comune sostanza,  struttura invisibile, ma presente come le fondamenta di un edificio..

Aggiunsi le parole ad interpretazione delle cose, come una guida che vuole fare apprezzare ad un gruppo di turisti il quadro significativo di un autore;  l’esperto passa in rassegna i vari elementi del quadro, fa emergere particolari sfuggenti, poi conduce gli sguardi attraverso il viluppo di fili incisi sulla tela,  perché risulti che nulla è stato casuale e le sfumature, pur attirando i sensi dello spettatore, vogliono portarlo oltre; il visitatore rimane incuriosito, talora spazientito, non vede che immagini e linee; ma ecco, il quadro si apre e illumina il suo mondo segreto di cui gli elementi erano una sparsa simbologia. A questo punto le parole non servono più, ognuno naviga in quell’infinito e cerca di trarne frammenti per sé

Le me illustrazioni non sortirono l’effetto di quella guida davanti all’affresco del suo autore preferito nel far emergere dimensioni profonde; i miei amici chiedevano di vedere cose reali e non cose da dissotterrare, perciò partirono alla ricognizione delle novità. Rimasi sola nell’orto con quello che potevo chiamare il mio ideale compenetrato con le cose, lasciando che gli altri continuassero la loro ricerca altrove, tra le novità del mondo.

Quando me ne andai, mi ritenni fortunata di possedere un mondo scolpito dentro di me che mi appagava, mentre gli altri continuavano a cercare disorientati. Ormai sapevo come esso si fosse formato: era cresciuto con me, ricevendo l’impronta dai simboli che mi circondavano, così da costituire la mia struttura interna. Bastava che mi guardassi dentro per rivedere, come per necessario impulso, una scia di immagini, combinate e mescolate in un simbolico mosaico che doveva risultare la descrizione della mia vita Sempre di più apprendevo da quelle immagini, come se nella dimensione profonda di questo mio quadro si fossero proiettate delle essenze,  pure delle scorie di superficie; persone e angolature parlavano un linguaggio eterno, come i personaggi di un oltretomba fissati ai tratti certi della verità, dopo aver abbandonato l’effimero.

Continuai a portarmi dentro questo oltretomba, insieme memoria, passato, eredità, ideale; a furia di visitarlo, ne traevo alla luce frammenti utili da decifrare, simili a spie e fari che guidano per via. Non provavo orrore nel definirlo il mio aldilà, perché mi convincevo che un ideale è una traccia radicata nel passato, nella notte dei tempi della nostra vita, una scia dipinta in noi come un destino, anche se ci piace allontanarlo nel futuro.

Dovetti difendere il mio ideale quando gli altri mi parvero più forti e sicuri pur col loro nulla; il mondo girava, le cose intorno si modificavano a vista d’occhio, nulla si solidificava e le angolature di ieri non valevano nei giorni successivi; non era più tempo di possedere degli ideali come fossero cose preziose; si era sempre in partenza verso futuri indeterminati e avvincenti proprio per questo. Si trattava di effetti visibili della rivoluzione copernicana? Certo che il mondo girava sempre più vorticosamente, travolgendo gli ideali, annullandoli in quello che essi hanno di proprio, di rimanere fedeli al loro punto di partenza,  anche se si proiettano davanti a noi.

Si allontanò sempre di più lo scenario  del mito, o meglio rimase mio e incomunicabile;  mentre avevo pensato che il mito si potesse comunicare e che , come un quadro, ci potesse accomunare; attraverso le linee di fuga saremmo arrivati allo stesso nodo segreto, avremmo risolto certi punti della conversazione che sempre ritornavano e interrogavano. Ormai non ci potevano essere  neppure conversazioni, c’erano solo brevi arrivi e poi soprattutto partenze.

 
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