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Elisa Lizzi

L'invenzione

Mi svegliai quasi di sobbalzo, con un tonfo al cuore, e forse l’avvertenza del male era cominciata nelle ultime ore di un sonno faticoso e disturbato. Mi trovai ben presto libera, quando il sole non era ancora alto sopra di me, ma aveva percorso solo un breve tratto in un cielo sereno. Mi sedetti sul balcone, in uno stato di assoluta disponibilità: guardavo gli alberi delle case intorno che mandavano i rami fino a me, pensavo, ricordavo. Anche nell’adagiato abbandono i ricordi fervevano e il pensiero non cessava di elaborare dei dati che neppure mi accorgevo di aver introdotto, poi, a salti, mi poneva qualche punto interrogativo.

Tolte le necessità e le abitudini rutiniere, come sarebbe trascorsa la mia giornata, e l’altra ancora, e tutte le giornate della mia vita? Quali necessità erano vere necessità, quali ideali veramente seri?

Sentivo sotto, al primo piano, il vicino che vigilava sui suoi tre bambini, ora li riprendeva, ora li chiamava per nome tanto che riconoscevo anch’io le distinte voci, impartiva piccoli ordini, a volte li consolava coi balocchi. Il vicino, pensavo, non si poneva i miei problemi, non aveva il mio vuoto interno nel cuore, sapeva chiaramente dare un senso ai suoi giorni, per tanti giorni, anni della vita. Rividi il mio passato, un ventennio di cure, balocchi, insegnamenti, forti credenze. Tanto tempo era trascorso in quell’idea che la vita potesse essere creazione di anime per il cielo, di cittadini per il bene della famiglia, della società, del creato. Ormai tanta acqua era passata su quell’ideale e l’aveva corroso; io e il vicino eravamo come su sponde opposte: lui tutto preso dal fervore della traversata, gettava zattere, reti, salvagenti sul fiume per meglio percorrere la corrente con i suoi bambini, io, dall’altra parte, con i panni del borghese puliti e stirati, non dovevo più muovermi e sporcarmi, guardavo apatica il fiume che affaticava altri.

Uscii per darmi un po’ di tono e feci tappa al supermercato: qui col mio carrello pesavo, calcolavo, imitavo l’andatura della gente, mi immedesimai, addirittura, nelle conversazioni che si incrociavano sul quartiere, sui viaggi dell’estate, sulle offerte speciali e sulle ricette da cucina. Nessuno, per fortuna, poteva leggermi dentro e presupporre quel mio vuoto nel cuore, la mancanza di sensi e dei perché in cui la vita mi si paralizzava. Finsi di interessarmi alle proposte fluttuanti nell’aria di una vita serena e casalinga e ne fui contenta, risi di me e delle mie noie fuori del comune; potevo ancora rimediare la mia vita, potevo riacquistare la fiducia, bastava un po’ di abbandono e mettere a tacere il brutto lavorio interno di anima scontenta.

“ Che bella domenica ieri, sono stata con amici di lavoro…. E poi tanto mangiare e parlare……Che bel prosciutto, anche in offerta……Piacerà a mio marito il primo con panna e prosciutto…..via me ne dia tre etti….. come si combina la ricetta?…. è semplice e riesce bene…..”

Sentivo intrecciarsi voci semplici e soddisfatte; cercai di inserirmi con tanti si, certo, benissimo, grazie. Tornata a casa, misi in atto una ricetta senza dare alcuna spiegazione a quella legge biologica, che riuscii a sopire dentro di me, per lasciare in primo piano il soddisfacimento del sapore ancora tra i denti.

Mi misi a riposare , e questa volta con un ragionevole senso: avevo lavorato, potevo concedermi il riposo, avevo acquistato meriti su meriti per riposare.

“Un po’ di riposo te lo puoi concedere, hai lavorato e sei stanca……Bene, così si fa per vivere, si alterna lavoro e pausa. Come fanno tutti. Perché tu vuoi essere diversa? Eppure sarebbe facile ordinare così la vita, semplicemente, con varie ore del pomeriggio concesse alla poltrona…. Vedresti come la giornata funziona…”

Il tonfo al petto ricomparve, e poi quel vuoto dentro, e poi tonfo e vuoto insieme prendevano forma di perché, come, che cosa. Il senso, la necessità vera mancavano, a meno che non fossero necessità i bisogni del mangiare, dormire, a volte parlare; mi trovavo simile al gatto acciambellato ai miei piedi, contento tra pasto e giaciglio, ma non ero contenta quanto lui. Cominciai a pensare all’indomani e poi alle altre giornate della mia vita, con la sua serie di sequenze, lo sguardo alla casa e al balcone, il confronto col vicino, il giro al mercato, le ricette in cucina, per concludere in apoteosi con l’applauso davanti allo specchio, l’elenco dei meriti e la convinzione del tutto bene, tutto fatto.

Potevo passare da una ricetta all’altra? quale, per chi? Potevo , in mancanza di meglio lanciare sassi all’aria; quand’ero bambina, mi divertivo a buttarli nel torrente nascosto tra gli alberi, il tonfo e l’eco tra le fratte spinose del fosso venivano umidi e fondi con uno strascico di mistero. Ma i sassi , poi, avevano perso il loro sacro incanto per divenire realtà dura, altro emblema, altro segno. Sentivo che tutte le cose per cui mi muovevo, anche quelle protese verso l’eternità, erano pur sempre invenzioni per creare una mia vita e per non stendere le membra al sole tra il pasto e il giaciglio come il mio gatto.

Un ideale, un senso che si parasse vero e necessario, non mera invenzione per sopravvivere, era lontano; gli ideali solidi di mia madre erano quelli di mettere un mattone sull’altro per elevare case, palazzi, e così via intere città. Io per un po’ di anni avevo continuato la scia del mattone, tanto essa appariva solida e ben piantata per terra, e quel mattone avevo cercato di abbellirlo e sistemarlo. Ma poi tutto mi diventò invenzione per tirare avanti, fingermi un senso, tappare quel vuoto. La mente mi si fece sofisticata, creava e lucidamente vanificava, diceva di no a tutto, mentre persisteva a cercare finzioni su finzioni. Andando di questo passo, poteva programmare intere città e d’un sol colpo strofinarle con la spugna, come a dire che neppure le città erano cose vere e concrete, ma solo modi di vedere e pensare.

Avrei voluto uscire dalle finzioni vane della caverna, per trovare una mia consistenza, ma non mi rimaneva che contemplare il mare delle possibilità, perdermi tra quelle luci, grandi e piccole, cangianti e mobili. In fondo, se avessi potuto piegare la mente e farla rinunciare al suo consueto laboratorio d’analisi, avrei trovato piacevole e confortevole viaggiare sulle ali di quelle lucciole e muovermi con loro.

 

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