Servizi
Contatti

Eventi


Elisa Lizzi

L'ultima vestale

“Attizza, attizza.....i Barbari sono alle porte, si sente il frastuono.......”

Mio padre mi richiamava al mio sacro ufficio di Vestale; il fuoco non doveva mai spegnersi perché gli Dei vegliassero sulla nostra grande città, signora del mondo; nei momenti di pericolo, allora il fuoco doveva ergersi alto e luminoso e io, Vestale, dovevo richiamare i cittadini ad essere desti e cantare preghiere con tutta la forza dell’anima e della voce.

Qualche mese addietro c’era stata qualche avvisaglia, una nuvola di polvere all’orizzonte, verso il mare; gli scongiuri, le magiche formule avevano riportato la calma. Allora ci eravamo ritrovati in una piccola folla nell’atrio e il fuoco l’avevamo attizzato insieme, forse per questo i Barbari si erano dissipati.

Questa volta ero sola col padre vecchio e quasi cieco, non usciva fumo da nessun altro atrio, nessun cittadino veniva a porsi sotto la tutela dellaVestale.

“Attizza, attizza....” lui continuava gridare, ma le forze venivano meno alle mie braccia nude, il fuoco sembrava allentare la vampa e rischiava di spegnersi. Nemmeno le formule giovavano, la nostra voce usciva esile, si perdeva tra le volte, non raggiungeva certo l’aria e il cielo, ci voleva ben altro timbro, forza di popolo, entusiasmo di coro, per spingerla fin lassù.

“Ecco i Barbari, sono vicini, fracasso, distruzione, morte, il fulmine di Giove su di noi.....” la tiritera di grida e scongiuri continuava.

Furiosa di delirio e stanchezza, mi diedi a ribattere impietosa: “I Barbari, chi sono questi Barbari? non c’è nessuno di codesti Barbari.... l’Impero muore di altro, ormai lo so, lo vedo, e io rimango Vestale per nulla”.

Lui mi aveva descritto questi stranieri più volte: alti, fulvi, con lunghe criniere, feroci e spaventosi, pronti a distruggere; distruggevano, chi sa perché, per un istinto funesto di fare deserto, di esternare l’infame accumulo della loro forza, ciechi al bello e al buono. Non seppi mai se li avesse qualche volta visti, incontrati nei suoi viaggi giovanili, militando alle frontiere, o se avesse letto qualche manuale di geografia e storia naturale. Tutta la vita, da Vestale, feci mio quello spavento, attizzai il sacro fuoco, ripetei le formule del culto, scongiurai l'arrivo del pericolo; tutta la vita mi baluginarono davanti le immagini sublimi di una civiltà da salvare; orgogliosa sacerdotessa, continuavo ad illuminare, con la luce della fiamma, le idealità del nostro mondo contro la ferocia del barbaro. Mi facevo ammirare quando salivo gli scalini del focolare, i capelli rappresi, la fronte alta e larga, le pieghe della bianca veste distese e ordinate dal solare cordone. Anch’io ammiravo le toghe, il fiero portamento dei nostri cittadini, le immagini e le idee tracciate dai secoli. Si, forse erano solo le idee vaganti attraverso secoli di storia, quelle che io impersonavo e contemplavo.

Mi affacciai alla finestrella ed effettivamente il rumorio cresceva: passi furiosi, vessilli strani e multicolori, bastoni e mazze, oltraggi e maledizioni; fui quasi per rinchiudermi, come nel passato, tra le formule e le fatiche dell’ufficio, ma la ressa impetuosa mi incollò alla grata; non vedevo uomini fulvi, dai tratti e parole straniere, venuti di lontano, vedevo nostri uomini e nostre donne, riconoscibili e familiari, che deformavano le nostre parole, che macchiavano il nostro abito, che squarciavano, con i gesti e la corsa affannosa, man mano che li vedevo, il mio mondo ancora intatto. Sembravano imbestialiti, abbandonati dagli Dei, materia incandescente senz’anima che andava distruggendo tutto quanto incontrava per via. Essi certamente non sapevano nulla del sacro fuoco, della sua sacerdotessa, della civiltà che vi ruotava attorno; secoli di lenta disgregazione ci dividevano, come se il tempo potesse correre in modo diverso, per me, certo, il tempo si era fermato prima che nascessi, secoli prima.

Io, la sacra Vestale, scoprivo la barbarie tra noi, bestiale e distruttiva come quella di Pannoni, Caledoni, Unni, ma trasferita tra noi; forse quei popoli non esistevano neppure, meri nomi e volti della nostra immagine del male.

Perché mi ero rinserrata nella reggia? Non avevo tentato di arginare i mutamenti del tempo, invece delle infinite e languide attese? Dove e come tutto si era potuto alterare nel nostro eletto popolo? Ero stata cieca come mio padre, ma almeno lui non vedeva e nei suoi occhi annebbiati aveva potuto continuare a fingersi lo splendore delle toghe, le urla di consenso dei cittadini, una folla devota attorno ai nostri cimeli; io mi ero mummificata nel suo mondo, in quello degli avi, animando i cimeli, le storie, l’armonia sonora delle formule lungo le volte; era un mondo di fantasie e di magiche fedi, racchiuso in questo tempio tra gli alberi e le salubri arie del colle; il tempo ci aveva sorpassati e dimenticati.

“Attizza, attizza...forza cittadini....”le parole riecheggiarono ancora, le mani del vecchio si aprivano in ampie volute verso varie direzioni; egli continuava ad immaginarsi un’illustre folla davanti, sguardi fieri, amore di patria, bei gesti di martirio; intonava il canto sempre più alto contro l’orda barbarica. In uno slancio disperato gettai legna sul fuoco, attizzai, armeggiai, ne trassi vampate fino alla volta, ne riuscii spossata, rivoli di sudore mi solcavano da ogni parte, ceneri deturpavano la veste.

Sentii già battere alle porte del giardino, ormai non avrebbero tardato ad arrivare, l’oasi sarebbe stata abbattuta, nessun Olimpo avrebbe avuto il diritto di resistere. Dovevo decidere in fretta: gettarmi sulle fiamme in un atto di eroismo degno degli avi, o assistere di nascosto alla vandalica distruzione, confidando nel miracolo che li avrebbe folgorati sull’altare di Vesta... Le immagini belle del mio mondo mi paralizzavano, imprimevo baci e lagrime sulle pieghe incenerite, su quel portamento di mummia vivente, mentre si facevano stridenti le rivelazioni dello squallore, degli stracci e della muffa dintorno, della veste risalente a chi sa quale passata cerimonia.

Pensai al mio bel gesto eroico sul palcoscenico dell’altare e alla bellezza dell’azione che si consuma e si immortala; subito dopo mi figurai il crollo e la rovina, visti da un angolo nascosto, magari dietro qualche colonna, e sentii lungo le vene il brivido forte delle cose che muoiono, la compiaciuta sensazione dell’Impero in decadenza.

Non c’era più tempo per una scelta; il movimento travolgeva la lentezza dei secoli, non potevo che deporre il simbolico abito in una realtà senza storia.

.

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza