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Elisa Lizzi

La cacciata dall'Eden

Tutti convergevano, dalla scalinata e dagli ascensori, verso la sala dei ricevimenti al piano terra. Si andava formando una ressa ciarliera intorno ad un tavolo imbandito, si espandeva l’euforia intorno ai botti delle bottiglie e alla fragranza dei pasticcini. Non era immediatamente chiaro il motivo della festa né l’identità del festeggiato, che non indossava un abito particolare e si mescolava agli altri. Una collega di lavoro ci dava il suo saluto, dava l’addio a noi e a tutto l’ambiente  della sale, dei computer, della biblioteca, in una parola alla sua trentennale vita lavorativa.

L’occasione e le modalità della festa mi suscitarono strane fantasie, ben altri collegamenti,  e mi vidi davanti la scena di un funerale, con un corteo di amici  e,  al centro, il festeggiato, colui che è uscito dalla vita e riceve lodi ed attenzione. Appartandomi dall’augurale battimani, mi dissi che ogni festa  è una fine, una morte; allora il clima festoso e le formule augurali sono una sorta di esorcismo, che permette, come un gioco, di rovesciare la realtà, di sfumare il male, di accettarlo evitando di nominarlo.

Rividi varie feste in questa ottica straniata . Una mia zia novantenne, parata a festa per l’occasione ,sorrideva stralunata nel vocio affettuoso di tanti nipoti e parenti; gli occhietti, divenuti piccini sulle guance squamose, parevano lacrimare di gioia, ma ella osservava il turbinio delle persone intorno con  stupore, come se seguisse un lento ronzio nell’ora appannata del crepuscolo. Così lei dava l’addio alla sua lunga vita, con la candida serenità di un vecchio albero che torna a spogliarsi dei frutti alla fine della stagione.

Anche nella mia vita ci fu una festa in tal senso memorabile, quella allestita al mio primo incarico di lavoro con la nomina al posto d’onore. C’erano gli amici più cari, quelli dell’università, quelli ancora più cari dell’infanzia, c’erano i miei genitori. Non mancò nulla: la sala allestita, fiori, candele, il tavolo imbandito, e sempre vocìo, battimani, auguri al radioso futuro .Poco distante già le valige erano pronte e l’orario ferroviario metteva ansia e fretta, il foglio della nomina  era al centro dell’acclamazione.

Con la festa ognuno di noi partecipava all’ambiguo gioco che ci permetteva di dire e non dire, di sopraffare la tristezza con il delirio dei rumori. Gli evviva erano per me tanti addii ad un passato che si ripresentava nell’immagine di una calma e distesa bonaccia, senza sconvolgimenti. Si festeggiava la mia cacciata dall’Eden, dall’eternità, da un passato immobile e lento, come senza tempo. Il tempo ormai si insinuava con i suoi battiti, i richiami dell’orologio, l’orario ferroviario, l’ora fissata per l’indomani, in una catena che non si sarebbe più fermata. Cominciava la mia vita nella storia, fuori dalla calma ed eterna bonaccia, nel clima di marosi in cui introdurmi con lo spirito della necessità e dell’avventura.

Poi, dopo la festa, l’accompagnamento alla stazione, con gli addii e le raccomandazioni; mia madre mi scandiva in modo  sicuro, uno dopo l’altro, i doveri del nuovo decalogo. Tutti sembravano allegri e proprio lei, mia madre non accennava a nessun dietrofront, come se avesse buttato dietro le spalle gli anni passati insieme. Tutto doveva essere così nel rituale dell’iniziazione; intorno a me tutti lo sapevano da secoli, ma gli atteggiamenti del sacro esorcismo erano violenti e spiritati. Il treno  segnò la fine del rito e mi immise nella vita adulta

Ho ripercorso spesso i momenti di questa festa, pensando ai  mille modi con cui avviene questa partenza , comune a tutti , eppure diversa.  Del resto anche l’Eden ha i suoi contrassegni personali. Erano la semplicità, la ripetizione, l’ombra di numi tutelari i contrassegni  dell’eternità e del paradiso? Certo poi la storia ha potuto offrire una realtà  più varia e stimolante nella sua complessità, ma non più la serenità dell’Eden.

 

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