Elisa Lizzi

La conoscenza

In tutta la camera erano sparsi indumenti in un grande disordine, sul letto distesi, sulle poltrone e sulle sedie appesi e raggomitolati.

Dovevo sistemare la roba appartenuta a mia madre, che sarebbe andata in parte ai suoi parenti e parte al vicino ospizio; alcuni capi più cari li avrei tenuti per me e li andavo individuando nel rimescolio generale .La sistemazione procedeva su tre ordini, in un lavoro lento che non impegnava la mano e la ragione, non era un catalogo, ma un vero percorso interiore. Memoria, pensiero, emotività, immaginazione concorrevano in una densità operativa che trascendeva, talora, in vere "intermittenze di cuore", in arcane e stupefacenti supposizioni.

In questo flusso di sentimenti e immagini che ne balzavano, di scene ricostruite e rifinite fin nei dettagli, mentre le mani operavano, correvano storie personali, relazioni generazionali, intere società, trapassanti lentamente l’una nell’altra. Forse neppure le persone interessate, che avevano concorso a crearle, se ne erano rese conto come me che su quei resti mi interrogavo, ricostruendo con le mie supposizioni i nodi del percorso, sistemando in vario modo i tasselli del variegato mosaico. Era il tempo, la vita che procedeva, rivista a ritroso con lo strumento di una macchina del tempo, sciorinando varietà ed occasioni.

Rivedevo gli abiti di seta a fantasia indossati per i vari anniversari, i numerosi foulards che avevano impreziosito le tenute invernali, sprizzando fulgidi baleni attraverso i risvolti di scuri paltò, la serie di fazzoletti rosa e ricamati che uscivano da tutte le tasche degli indumenti. C’era un ordine in tanta congerie di oggetti, ovvero vari ordini, a seconda di punti di vista e criteri conoscitivi; alcuni oggetti finivano per imporsi in veri incroci tematici che illuminavano il viaggio della mente nella storia. Cappotti e pellicce mi indicavano un trapasso di tipo economico, mi parlavano di quel progresso che aveva interessato la società contadina; anche mia madre si era comprata, ormai in età avanzata, la sua pelliccia e lei vi si pavoneggiava dentro, dicendo addio ai vecchi paltò, destinati a gente che ancora non poteva permettersi di meglio. In questo crocevia di nuovi passaggi si disponeva la serie dei fazzoletti, un vero e proprio programma che si annidava in ogni borsetta e taschino, un desiderio di preziosità e appariscenza, un riscatto dal vecchio e duro ordine di cose.

Dal fondo dell’armadio emergeva una massa scura di abiti, calze, fazzolettoni copricapo a darmi un interrogativo sgomento. A quale epoca essi risalivano? Sicuramente appartenevano ai lutti di mia madre, quelli per i genitori e suoceri. Mi tornarono alla mente le intere famiglie vestite di nero che in fila, in modo triste e bigio, si avviavano alla vicina chiesa, dimostrando davanti a tutti i segni del loro lutto, incutendo rispetto e pensosità. Era la simbologia stessa del destino e della morte, impressa nel tipico colore, a suscitare rispetto. Anche mia madre si era rinchiusa per anni interi in quelle tele scure ed informi, che volevano con tanta evidenza offuscare il colore e la luce, negare la vita. E poi, frammisti a tale nero addobbo di morte, si allargavano abiti di velluto fortemente colorati, a tinte vive ed uniche, segnando nella vita di mia madre un’alternanza netta e decisa senza camuffamenti. Tutto doveva essere stato, allora, semplice ed essenziale, senza mezzi termini ed ambiguità; non c’era possibilità di dimenticare la morte e i suoi simboli di negazione, non c’era neppure possibilità di sfuggire al suo opposto, la vita, come festa collettiva, spettacolo di spari, processione inneggiante intorno al santo patrono.

Io ho amato mia madre, quella più antica, vicina alla nonna, non quella recente degli anniversari con le sete a fantasia e gli scialli traforati delle passeggiate lungo la spiaggia. In questo abbigliamento moderno ed appariscente non riuscivo più a collocarla, anzi questo stonava addosso a lei tanto austera che, pur così conciata, tornava ad accomiatarsi in silenzio, come se lei stessa spregiasse la farsa a cui aveva voluto partecipare, semplicemente per ammodernarsi.

Ormai avevo capito quale sistemazione, tra le varie che mi si erano proposte, io preferivo dare all’abbondante materiale dell’armadio: era quella che mi coinvolgeva, mi forniva elementi per la storia, costituiva una conoscenza ampia e profonda. Non avevo fatto altro che cliccare di qua e di là per conoscere la storia mia, di mia madre e forse dell’uomo sulla terra, come attraverso le finestre di un computer.

Che strano e orribile termine di paragone! Non avevo mai imparato di là quello che venivo imparando ora. Il pretenzioso strumento, senza un ahi, un sospiro, un aggrottamento di ciglia, mi sciorinava freddamente tutto il sapere del mondo, ma il mio metodo personale di tastare oggetti era per me come il mio vecchio professore di greco, e tale immagine si impose a tutto lo scenario, parte confuso, parte ordinato. con cui finì per identificarsi. Egli, con la fronte corrugata, con uno sguardo fulgido o spento e con una voce dalle infinite sfumature, decantava la tragedia di Edipo ed Oreste e più epicamente ancora elevava le sue corde nel caso degli inni dei cori. Le donne vestite di nero, quelle del coro, comprendevano per me anche mia madre e mia nonna e mi rendevano chiaramente i problemi del destino dell’uomo.