Elisa Lizzi

La discesa agli inferi

Il teatro dei ricordi è un paese, piccolo lembo di terra che io non voglio caratterizzare con un nome, perché non esiste su una comune carta, e neppure nella realtà, se mai qualcuno dovesse essere spinto dal mio curioso disegno a ricercarlo, pensando che tutte le cose dette e vissute siano presenti e tangibili. Io, facendolo mio, l’ho rivestito di segni criptografici, che custodisco come un prezioso patrimonio da non dividere con nessuno, con le sue figure interessanti solo per me e quella disposizione più confacente ad un archeologo che ad un viaggiatore in ferie, simile ad una antica camera tombale, dove si scende e si sosta, con lo sguardo rivolto alle reliquie delle pareti.

Ma io,con tanta audacia, oso definirlo il paese di tutti, il luogo del destino, così chiaramente impresso nel suo seno, come in nessun altro luogo della terra. Com’ero stata fortunata a nascere qui, vivere un’esperienza unica, a tu per tu con gli esseri dell’universo, che altrove non avrei saputo più riconoscere sotto la coltre della sensuale varietà delle cose!

Il paese cominciò a rivelarmi la sua profonda magia soprattutto quando riunii nella vicina città le povere cose scampate al furore degli eventi: foto, sedie impagliate, attrezzi da focolare, cimeli di un tempo che fu, in disaccordo con i più moderni ospiti, imperanti nell’ambiente imbiancato di fresco. Ma io, vedendoli riuniti sulla panca, me li figuravo a loro agio e quietamente in posa come un tempo, con un lavorio della mente che di continuo si affannava a sostituire muro a muro, visione a visione. Anche la finestra in alto, al terzo piano, dava verso quella direzione, verso la strada che risaliva, incespicando con lenti giri, verso le colline che custodivano dall’altra banda il paese.

In pratica io protendevo lo sguardo verso quella parte, valicavo la cinta bruna dell’orizzonte collinare e mi ritrovavo a vivere là, tra le vecchiette sedute sui ballatoi, le donne riunite sulle scale, le finestrelle basse quasi all’altezza di occhi di bambino, gli odori e i mormorii correnti.

A chi mi chiedeva perché ogni estate tornassi là e cosa ci trovassi, io non sapevo rispondere in modo convincente, specie ora che non tornavo propriamente al paese, ma a quello che era semplicemente una finzione e un triste surrogato. A volte negli scambi con le persone sulle vicende della vita passata, mi preoccupavo di raffrontare i miei ricordi con i loro, beandomi delle analogie, quando le scoprivo, quando potevo dire: "Anche tu hai potuto assistere alle devote processioni nelle viuzze di un paese? Hai visto le Sante con le collane e i mantelli? Le vecchie che raccontano favole? I lavatoi con le tele stese ad imbiancare?" Mi immaginavo di esserci stata con loro a vivere e giocare, come se tutto il mondo fosse contratto nel mio paese, ne avesse abitudini, modi di dire e di fare .

Ma dovevo riconoscere anche le diversità di cui ciascuno portava traccia: chi aveva visto l’Etna con i suoi spettacoli di fiamma e fuoco, gli ampi anfiteatri della costa o le larghe spianate di pioppeti intorno ai fiumi del Nord, non poteva accondiscendere all’importanza di paesi che usurpavano quasi il loro nome, simili più a gusci, conchiglie e tane. Chi poteva godere di un’ampia veduta in un orizzonte a perdita d’occhio o dominare lo spazio dall’alto, roteandolo liberamente all’unisono con i raggi del divino e potente sole, non si sarebbe mai adattato a guardare dal basso in su una porzione di cielo o un residuo di splendore al tramonto, dopo che tutto il grande teatro collinare intorno se ne era indorato e saziato.

Effettivamente, partendo dalla strada provinciale, che era come un’istituzione politica ed economica per i rapporti con i centri cittadini, si scendeva gradualmente sotto volte alberate, anche fitte, fino al fondo su cui erano adagiate strettamente le case, convergendo con finestre e scale su una specie di piazzetta. Bisognava per forza addossarsi e stringersi per essere contenuti dal piccolo guscio di quella conchiglia, sul fondo di una conca remota, dove forse avevano trovato rifugio i suoi mitici abitanti, quando, tornata la terra all’asciutto, si erano voluti occultare agli occhi dell’alto Iddio.

Mi sembrava sempre di più, man mano che crescevo e capivo, una discesa lungo lo stretto cono degli Inferi e ad essa contrapponevo in alto le montagne gemelle, che apparivano appunto quando si risaliva dalla conca .Queste imperiosamente toccavano le nubi e al tramonto si coprivano di una fulgida trasparenza, così da attrarre, come un mondo immacolato, il viandante del percorso sotterraneo.

Nei gironi del cono e sui ballatoi del fondo ognuno continuava a recitare la sua parte di verità e a descrivere il destino del mondo incisivamente impresso per ogni dove, nelle striature della pietra come nel trasudare rugoso delle piante. Cosa avrebbero potuto fare i suoi abitanti, stretti quasi dentro le pieghe del mondo, se non le arti più antiche e magiche per captare il mistero posto lì a portata di mano, o tentare di esorcizzarlo con le loro favolose invenzioni?

Qui trovavi contadini, creature quasi magiche, con gli occhi roventi e gli strumenti di scavo, intenti a cercare qualche seme fecondo, qualche fossile remoto, qualche larva primordiale nelle viscere profonde della terra. I vecchi, raccogliendo l’intera verità, continuavano a lanciare scongiuri e preghiere in nenie che essi soli conoscevano, per piegare il Santo in loro protezione nell’eterna lotta contro il male. Si elevavano lungo i piedistalli dei gironi,alcuni artieri sommi, ispirati da Giunone e Mercurio nel guidare, messaggeri fidati, lungo il viaggio della vita e della morte .Nei meandri della pietra foracchiata correvano non solo odori, sospiri e voci, ma cantilene di banditori, vere comparse araldiche nel teatro della vita, che annunciavano di bocca in bocca gli eventi di nascite, innamoramenti, morti .. Non mancavano figure strane e solitarie che quel lembo di terra partoriva; c’era chi, non so se più acuto o più debole degli altri, si aggirava con lo sguardo aggrottato e un balbettio di voce ; la gente lo additava con paura come persona fuori dal gruppo, ma forse aveva visto più addentro la verità e ne era uscito folgorato.

C’era poi un ultimo e singolare parto di quel membranoso utero terrestre, che non concedeva neppure morbidezze prenatali; egli nasceva già con segni non so se di elezione o di condanna. Lo chiamavano, ammirati, il poeta, lo lasciavano vagare in tutti i sentieri senza interessarlo alle loro parziali verità, lui che la verità, secondo loro, la possedeva per intero. Lui non si legava ad un girone o un’arte, per percorrerle tutte e riassumerne l’essenza. Così, pur non capendo quel nome e quella funzione, la gente li riteneva importanti e di vitale necessità.

Mi era chiaro, ormai, che quel lembo di terra avesse segnato marcatamente i suoi nati con stimmate più o meno profonde, più o meno dolorose, da renderli, non so se migliori o peggiori, certo riconoscibili sulla faccia tanto variegata del mondo.