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Elisa Lizzi

La giungla

Mio figlio era là, davanti al tavolo, con lo sguardo fisso sul foglio, apparentemente attento alle illustrazioni  ben concatenate al nero delle parole. Io passavo, sentivo perfino il fruscio dei miei passi e l’ansimare tenue del respiro nel silenzio che inondava la stanza; tacevo e mi sembrava ovvio tacere, senza nostalgie e rigurgiti d’altri tempi. Nessun suono, nessuna sillaba si levava da qualche parte; parlare avrebbe significato manifestare la presenza dell’anima, decifrare il mondo e collocarsi volontariamente in qualche sua parte. Egli  era assorto,  indifferente alle cose vicine, in attesa forse di un segnale per spiegare le ali e partire. Le righe orizzontali della pagina si semplificavano,  per lui, in geroglifici, o meglio in visioni e miraggi :visioni di aria aperta,  piani erbosi, acque dissetanti, insidie, agguati, mostri notturni.

Risentivo dentro di me  le voci di mio padre e mia madre, di tutta la comunità dei parenti ed amici , e mi sembravano non sensazioni memoriali, ma voci concrete, le uniche voci umane che non si disperdessero nei suoni dell’aria e della terra. Ne percepivo le modulazioni e le varie cadenze,  che si intrecciavano armonicamente tra di loro. Questo  concerto di voci si componeva in forme di rappresentazione, in un dramma collettivo.

Rivedevo le immagini del vivo scenario e del  dramma che tornava a ripetersi ogni giorno con tutte le comparse al loro posto , vivi e morti, ad indicare i sensi e le direzioni della vita. Vicino a me si disponevano  i parenti, gli amici, con la fronte imperlata dal sudore e la pelle annerita dal sole,  più in alto, sul piedistallo, gli eroi del bene, in disparte, nascosta vergognosamente tra i rami della quercia, l’oziosa cicala che tutti schernivano e nessuno avrebbe preso ad esempio, come in disparte si ponevano le vittime del male, esposte alla riprovazione. Anch’io cominciai a prendere il mio posto all’interno della rappresentazione e a proferire le prime battute, accordandomi con gli altri.. Poi imparai sempre meglio la mia parte, contribuendo con  parole e gesti alla descrizione del mondo.

Ora, venuta meno la parola, scompariva la possibilità del dramma, e io mi sentivo disorientata in un universo indecifrabile . Provavo a ripetere la mia parte, quella che avevo imparato, ma il mondo restava sordo e senza ordine, né la mia sola parola bastava ad organizzarlo. Senza il dramma crollava il mondo e la vita tornava ai  primordi. Provavo nella mia solitudine a guardare la terra e vedevo un’immensa giungla, percorsa da un esercito di non uomini, bisonti tesi a scorrazzare  per la radura, senza il dono della parola, dell’immaginazione, del pensiero. Intorno a loro le cose, opache e materiali, restavano cose e non rinviavano a nulla; gli scenari della terra non acquistavano luce e denudavano la loro semplice miseria terrestre.

Il mio sguardo, sospeso tra cielo e terra, mi offriva tale visione deformata. Avrei voluto scegliere  il cielo con la sua realtà virtuale tra le nuvole, con la mia memoria d’altri tempi, e dimenticare quello spazio laggiù, tanto feroce e brutale, ma sentivo di non appartenere agli dei e una forza imperiosa mi risucchiava sulla terra .Anche là, tra i bisonti, non trovavo una vera sistemazione, procedevo nella retroguardia perché le mie gambe erano lente, non esercitate alla corsa; la mia mania di pensare e decifrare il mondo, dovunque mi trovassi, mi impediva di correre. Ritrovandomi con gli altri, ricominciavo a recitare la mia parte e perdevo terreno sul campo della naturale vitalità .Mi rivolgevo ai miei lenti compagni per salutarli, dire il mio nome e chiedere il loro; esprimevo una mia visione del mondo, osservando scenari ora luminosi, ora tetri.

“ Fermiamoci un po’, le cose belle mi fanno pensare a Dio, alla presenza di una  Provvidenza; quando sono triste, invece, penso ad una dura Necessità ......”

Se vedevo  vicino a me qualcuno ferito e dolente, mi veniva naturale chiedere :”Vuoi che ti sostenga ? Non hai famigliari ? Dov’è tuo figlio ?”

 Mentre così parlavo, costruendo con gli altri e con le cose la scena, mi accorgevo di essere rimasta sola; tutti, anche i più lenti si erano allontanati, anche mio figlio  sicuramente procedeva nelle prime file, indifferente e irriconoscibile tra gli altri, spinto dalla forza dell’aria e della terra.

Parola, pensiero, scena, dramma, tutto inutile nella giungla, e inutilmente io li ricercavo.  Non era neppure necessario vedere tanti alberi, farli crescere rigogliosi, per collocarvi il branco La giungla moderna, quella che io avevo davanti,  era tutta artificiale; con i suoi stendardi, pinnacoli, fari abbaglianti, costruzioni informi,  non aveva bisogno di alberi, fiumi veri, grotte vere; essa sapeva simularli così bene da soddisfare pienamente i suoi abitanti; pensai, rabbrividendo, che non potevo sperare in una sua futura  scomparsa e che  non  ci sarebbe più stata alcuna evoluzione nel corso dei secoli.

 

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