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Elisa Lizzi

La lettura di un ritratto

Impossibile che quella figura di ragazza, che mi era parsa subito bella, fosse invece poco gradevole; il naso troppo pronunciato, il mento appuntito, il colorito scialbo e insignificante: così, qualche tempo dopo, altri, che la conoscevano bene, me la dipinsero. Io, invece ricordavo i capelli di un biondo tenue, gli occhi pacati e la flessibile armonia con cui si era posta al mio livello, quasi con naturalezza.

Sembrava che ci riferissimo a persone diverse, tanto i nostri ritratti differivano e io pensai ad un mio abbaglio. Non l’avevo ben osservata, non sarei stata in grado di riconoscerla tra la gente. Dunque che cosa avevo visto? Come potevo parlare di una cosa priva di realtà? Era un ricordo sfuggente, una suggestione, un’idea che baluginava in me, dopo quell’incontro, senza veri contorni.

Io e la fanciulla, un giorno, ci eravamo incontrate, l’incontro era fuor di dubbio. Non ci guardammo, parlammo di un tema che sembrò introdursi fra noi quasi per caso, ma vuol dire che era in cima ai nostri interessi, in quel momento speciale che ci unì. Il pudore si interponeva tra le parole; io cercavo di nascondere i miei timori e le mie prefigurazioni, lei evitava accuratamente ogni riscontro personale e parlava dei suoi vecchi, quelli che vedeva nel suo reparto, figure lontane, trasfigurate da un rapporto di mediazione, in una passerella da laboratorio di ricerca.

Ma la scienza, nelle sue mani, non rimase impassibile; lei aveva trovato tra i suoi vecchi un vero interesse di vita. Perché aveva scelto questo tipo di ricerca? Io mi chiesi e chiesi a lei apertamente. I giovani non vogliono pensare alla vecchiaia, così lontana, deforme, scioccante. Lei rispose che i vecchi non erano così, i suoi vecchi erano persone intelligenti e interessanti; fuori della vita, essi avevano capito la vita. Citò alcune parole di discorsi, non più discorsi, voci intermittenti, ma forti che si facevano strada nei lunghi silenzi.

 Era attratta da una strana vecchietta, che aveva sempre male dentro e non c’era modo di poterla capire e curare. Il male ce l’aveva dentro, non in una zona del corpo, solo dentro, dove nessuno poteva penetrare; diceva sempre “ io ho male qui..” e faceva segno al suo petto con l’indice ben dritto, per indicare le zone più interne, “non tu, non voi, non gli altri...” Che ironia sui medici e sulle cure! Aveva creduto che la vecchia fosse depressa e demente, che non capisse neppure le parole più semplici,  come medico e medicina; invece aveva ragione e non poteva esprimersi meglio, concluse la mia interlocutrice; nessuno poteva curare il suo male e quando uno ha quel tipo di sofferenza, non chiede più nulla agli altri, ci sono “io” e ci sono “gli altri”, e questa sofferenza era la vita stessa . Lei la guardava e capiva che la sua vecchina, ora che la vita l’aveva trascorsa, la possedeva nelle sue mani, la percorreva, a volte la contemplava ansimando come in sogno, la riduceva in frammenti e poi di nuovo la riavvolgeva, compattandone le disarmonie; la vita le era tutta dentro, perciò era diventata un male.

Io seguii il particolare resoconto e pensai che era vero, annuii e ne soffrii. Però la fanciulla era ancora animata  dal suo compito e aveva fiducia di poter rimediare a quello strano male; lei dimostrava di aver compreso e poi di nuovo non aveva compreso; era come se avesse attraversato la vecchiaia con i sogni della giovinezza,   che soffrisse anche lei per la vita, raccogliendo quei tesori di sapienza, ma volesse serbare anche quei doni di serenità che le erano ancora garantiti e volesse, anzi, raccoglierli prima che vacillassero.

La trovai bella mentre così parlava con me e diceva, lei giovane, le stesse cose che pensavo io adulta. Le feci notare che si può essere vecchi e pensare da vecchi prima di esserlo; chi si apparta a pensare é come il vecchio, che ripensa, ricorda ed ha male dentro. Non aggiunsi molto, temevo di portare riflessioni troppo serie, da persona adulta a lei giovane; lei aveva bisogno di non pensare, già pensava troppo per via del suo lavoro. Non so se raccolse il mio spunto, come io avevo raccolto il suo, seguendola nella conversazione.

Certo, durante il nostro dialogo, mi parve molto bella, mentre altri poi tentarono di contraffare il mio ritratto con delle pennellate a sproposito. Le allungarono il naso, le appuntirono il mento, le colorarono il viso di una tinta pallida, rendendola scialba. Non mi ero interessata delle parti anatomiche del suo viso; la mia immagine si era creata spontaneamente, partendo da corde interne che si erano così sapientemente intrecciate nel foglio della mia mente.

 

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