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Elisa Lizzi

La lezione

Mia madre, mentre parlava, spesso inseriva la metafora del piatto di minestra, le piaceva parlare pateticamente di piatti donati e non donati. Io vi abbinavo la parabola del Vangelo e mi vedevo davanti Cristo stesso che, affamato e mendico, stendeva la mano ad uomini indifferenti. Rivedevo anche quei poverelli che a volte bussavano alla porta per chiedere l’elemosina, cenciosi, con logore sacche sulle spalle; mia madre offriva loro avanzi di cibo e un po’ di companatico, assumendo un atteggiamento compassionevole che le si leggeva in tutto il volto.

La frase, che lì per lì sembrava un popolare e sapido modo di dire, era enunciata con altri sottintesi: si rivolgeva alla mia generazione, a noi figli, poco generosi ed apatici. Cominciai ad avvertire questo senso riposto e la nostalgia d’altri tempi. Meditai spesso sulle sue parole tanto semplici, quanto allusive, e pensai di dedicare a mia madre un ciclo di lezioni; si trattava di conversazioni libere, perché ero sicura che non ci potesse essere un maestro sulle questioni di vita, ma le cose, dette e ridette in modi diversi, avrebbero perso quell’alone di unicità; presente e passato, ieri ed oggi avrebbero forse cessato di fronteggiarsi.

Un giorno le proposi, in via del tutto confidenziale, il tema del corpo, che non ha bisogno solo di minestra, ma di tante altre cose; cominciai ad enumerare le infinite possibilità che il problema mi suggeriva e lei mi veniva dietro con sue aggiunte. Si allinearono davanti a noi, man mano che la voce avanzava, i mille piatti e ricette e vesti, per tutte le fasce e stagioni. Lei subito, ridendo con aria di superiorità, mi faceva presente che aveva badato ottimamente ai pasti della sua famiglia.

“Hai pensato alle malattie che affliggono il corpo dei bambini e quello dei vecchi? ”Le chiesi, per cercare di coglierla impreparata. Lei subito, pronta, ricordò la figura del nostro medico di famiglia cui si ricorreva in questi casi; c’era di che sorridere sulla sua audace semplicità, su quella tramontata figura di medico, che revisionava, una volta l’anno, come la regola di un precetto, la macchina del corpo. Enumerai come potei case di cura, specializzazioni mediche, laboratori d’analisi in cui il nostro corpo, specie nelle fasi più deboli, si aggira alla ricerca della salute.

Non so se lei fu convinta della mia lezione sui bisogni del corpo, certo fu molto combattiva e intervenne criticamente più volte a smentirmi; fu come uno studente che si fa apprezzare per l’attenzione, ma che non accetta docilmente di essere educato, perché la sapienza lei credeva la possedessero loro, gli adulti, e non i figli e nipoti.

Un altro giorno, prendendo spunto da una sagra, cui avevamo partecipato, posi il problema del tempo libero “perché il tempo ce lo gestiscono gli altri per far funzionare la società; ma quando sopraggiunge un giorno di libertà, allora bisogna inventare il proprio tempo; programmiamo, ci agitiamo e magari non accade nulla, la paralisi in tanta agitazione, la scontentezza in tanti sogni. Un vero problema il tempo quando è nelle nostre mani, figuriamoci il tempo lungo dei vecchi, quello dei bambini...”

Lei con nostalgia ricordò come si divertivano i bambini al suo tempo, a rotolarsi sui prati, a nascondersi nelle capanne, a lanciare sassi e palline e la sera si tornava stanchi e lieti; i vecchi, poi, non richiedevano attenzioni, si riunivano tra loro nella piazzetta, o ai piedi delle scale, a lavorare a maglia. Anch’io avevo nostalgia di quelle semplici evasioni, che erano state le mie in quel particolare mondo ormai trascorso.

Mi riebbi con un sospiro ed elencai, descrivendoli, i luoghi, i tempi, le occasioni del tempo libero, elencai tutti i ritrovi, i luoghi di feste, sport, creatività, che avevo percorso con lei; parlai di ristoro e di sfinimento, di elevazione e di scialo, di salvezza e perdizione. Mia madre era disorientata, non pensava che il tempo libero richiedesse tanta fatica di ricerca, tanti rischi e qualche raro frutto prezioso. Era fissa col ricordo a quei prati, alberi, balconi tra le case, che offrivano spontaneamente possibilità di giochi e chiacchiere; e quelle feste, dove l’avevo condotta, lei le aveva interpretato a suo modo, occasioni e luoghi apparsi magicamente nel nostro orizzonte, senza neppure chiedersi se questo tempo speso insieme avesse avuto qualche risultato per noi.

Un altro giorno volli parlare dell’anima; la parola sembrò caduta per caso, ma se ne sentì subito lo spessore e lei, questa volta, temendo una lezione, volle troncare immediatamente il tono di sussiego, arieggiandolo con l’ironia; lei era una persona di fede e cercava di mettere in pratica i precetti appresi. Com’era semplice la sua vita, con la sola filosofia del piatto di minestra, il canto in coro con le altre donne nei campi, le funzioni religiose in cui sciogliere il proprio precetto! Non sapevo da dove cominciare, le parole mi venivano alle labbra sconnesse, il pensiero faceva fatica ad articolarsi.

“L’anima è tutto, tutta la vita in noi e fuori di noi, è lei che sostiene il nostro corpo, senza di lei saremmo materia, solo un ammasso di materia che cresce e si disfa; invece, così, noi siamo molte cose, una vera potenza infinita; ho provato a fare la storia dell’anima, ma non ci sono riuscita: ho intravisto la fase del bambino in fasce, poi quella sognante del giovane, quella lucida dell’uomo adulto, ma poi mi sono arenata in quel guazzabuglio misterioso dell’anima completa e infinita. Ho riposato sull’idea della maturità dell’anima, giunta finalmente al suo traguardo, forte e sicura nel mondo, ma poi sono tornati ad affacciarsi i mille perché, l’inquietudine, e sempre sogno, evasione, sospensione...” Buttai fuori tutta la mia pena nel ritrovarci insieme a tavola, con quel piatto davanti, tutti presenti e partecipi alla gioia del desco, ed invece tutti lontani ed assenti, sbalzati verso altri mondi, mentre le mani afferrano il cibo e il corpo seguita a svolgere la sua parte. Perché sicuramente la nostra anima, io pensavo, non era con noi e ci abbandonava all’aridità del nostro nutrimento; fare delle offerte al bimbo e vederlo immerso nelle sue finzioni di gioco, dedicarsi al vecchio e vederlo scontento per la sua anima in combutta e in disarmonia con un corpo pesante: questo accadeva tra noi, e io stessa andavo e venivo, mai stabile nella scena che ci riuniva. Anche quel poverello, che mangiava la nostra minestra sulle scale di casa, noi pensavamo di accoglierlo tra noi e farlo dei nostri, almeno finché rimaneva con noi, ma anche lui non ci gratificava con la sua presenza: trangugiava e pensava, sognava, progettava i mille sentieri della sua potenziale vita.

Mi sentii stanca della lunga filosofia, come svuotata di un magone che avevo partorito con dolore; mia madre, invece, era immobile e in preda ad una forma di stupore, come quando si esce dal teatro e ancora sotto l’effetto dello spettacolo, prima che ne sortisca qualche logico senso. Non so se un senso seguì, nel momento fu già tanto per me mettere a fuoco una mia teoria sull’anima e riuscire ad esprimerla con parole.

 

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