Servizi
Contatti

Eventi


Elisa Lizzi

La messa della domenica

La chiesa del convento francescano richiamava di domenica afflusso di gente dai paesi vicini,  d’estate si univano i forestieri che tornavano  dalle città al luogo d’origine. Io vi andavo per riprendere contatto col mio mondo e sentirmi come se il tempo non fosse passato; bastava che mi girassi intorno, per rivedere tutto il paese. Mi piaceva ripercorrere i particolari noti e coglievo immediatamente le novità che non avrei voluto trovare in quel mondo di sempre.

 Anche quella domenica abbracciai con rapido desiderio tutto lo spazio delle navate; i  vecchi si presentavano come sempre, con certe giacche penzoloni sulla schiena, e le vecchie con certe vesticciole malamente arrangiate; l’unica preziosità,  una specie di pezzuola legata dietro con fiocchi e orlata di merletti e piegoline. Qualcuna, per non venir meno al suo precetto di fede, si era acconciata alla buona, non dimenticando però quel paramento merlettato, distinzione del giorno festivo. Sembravano tutte uguali,  così semplicemente decorate,  e io tornai ad amare quel mondo dove anche l’abito era secolare. Una signora si pavoneggiava con falcate dell’abito nuovo; la sua scia, che scomponeva man mano le file, si arrestò sul fondo e scomparve.

Ritrovai la sacralità del tempio nell’altare ornato di fiori e ceri e nella  bella Madonna lignea, ardente e pietosa sul suo baldacchino, come una madre amorevole verso i suoi  fedeli. Rammentai, nell’eredità della mia memoria,  la lunga processione, sfilata a piedi scalzi lungo le campagne  che l’aveva intenerita, ed Ella aveva mandato la pioggia ristoratrice. Un velo di devozione si  depositò dolcemente sulle fasce del mio pensiero e le ricoprì.

 Il momento della predica troncò il fervore delle devozioni personali e richiamò occhi ed orecchi verso il sacerdote. Fui attratta dal tema annunciato,  quello della salvezza. Sentii più volte le parole  salvarsi e salvezza,  parole d’ordine del discorso, risuonare nelle navate in tutti i timbri del sublime. Tutte le volte che la predica si abbassava, come per dialogare con i fedeli, ecco che, d’un tratto, la parola  “salvezza” riportava  attese e speranze.

 Chi avrebbe rifiutato la salvezza, risolvendo così le fatiche quotidiane, le discordie in famiglia, le ansie del futuro? Il relatore riusciva a semplificare il problema, raccoglieva  metafore dalla realtà, faceva balenare davanti l’immagine di un cammino sciolto, senza bagagli e senza fasci d’erba sulle spalle, poi descriveva  una mensa  gioiosa e invitante, come uno di quei banchetti nuziali che intercalano ogni tanto la vita  dei contadini.

 Dopo annunci, promesse e percorsi sicuri, di sorpresa giunse il paradosso: la mescolanza dei primi e degli ultimi, una conclusione uguale per tutti. Pensai a qualche noto malfattore della zona, che sarebbe arrivato primo a ritirare il premio, mentre gli altri lo seguivano a distanza,  e temetti di perdere una sicurezza che mi era appena balenata; sfumava, tra l’impalpabilità delle cose astratte, l’illusione della salvezza e con essa il premio, il banchetto, la mensa felice per chi aveva protratto, tra tanti pesi,  la sua esistenza sulla terra.

Le teste degli spettatori seguivano imbambolate e sbalordite  le parole avvolgenti dell’oratore, che  sembrava  appellarsi,  per conferma, alla Vergine, beata tra  lo sfolgorio dei lumi e i raggi delle vetrate. Qualche testa,  più candida delle altre,  era giunta ad appisolarsi, nel sogno di un futuro  migliore,  in un paradiso prospero e  verdeggiante. Poi la massa dei fedeli passò alle preghiere e ai canti, guidata dolcemente per mano dalla successione delle liturgie .Io osservavo quell’immemore serenità e non osavo incrinarla, pensavo che il mondo ne avesse tanto bisogno; dimenticai il mio irriverente tormento, difesi quel dolce velo, che avevo ritrovato e mi isolava dall’esterno, ed elevai parole di beatitudine a quei fedeli oranti e sognanti sulle immagini del testo sacro. Cercai di farmi come loro nel canto e nella fede, mi lasciai guidare dalla melodia della parola “salvezza “, dai ceri, dalle luci.

La cerimonia si concluse e all’eco dell’ultimo canto la moltitudine si avviò verso l’uscita tra incontri e saluti. Formicolio e vocio facevano ressa in prossimità della porta.  Non più trattenuti dal vincolo sacro,  udito l’invito ad andare in pace, defluivano vivacemente, desiderosi solo di tornare all’aria aperta. Io li osservavo, come una nuvolaglia estiva che scorre aerea e spensierata, per nulla  toccata dall’enigma della vita.

Fuori li attrasse  la macchina degli sposi, contraddistinta da fiocchi bianchi,  tutta festosa, come se essa richiamasse in sé,  concretizzandole, tutte le idee di salvezza, di paradiso, di banchetto nuziale.  Avanzava la sposa, parata come una Madonna  con il suo pomposo abito bianco, le ciocche  bionde sporgenti dal velo, un’andatura maestosa e dolce; seguiva  lo sposo,  attorniato da un’ala di parenti,  quasi a disagio, nell’abito scuro, tra le note della marcia nuziale. La gente si accalcò dietro il gruppo, mentre rimbalzavano, intrecciandosi e sovrapponendosi, voci di curiosità sulla bellezza della sposa,  sulla preziosità dell’abito, sulla serietà dello sposo, sulle due famiglie d’origine, certo elevate e dabbene.

L’entusiasmo, il brivido, la curiosità sembravano arrivare alle stelle, nessuno si ricordava più dei bagagli da sostenere per un bene futuro e dell’attesa della mensa, visto che la vita alleggeriva anche quaggiù i suoi pesi e proponeva spettacoli così meravigliosi.

Pareva proprio che si avverasse quel banchetto, promesso dal buon Dio, nel suo giorno diletto, dopo le fatiche della settimana.

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza