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Elisa Lizzi

La mondialità

Entrai mentre la sala delle conferenze si stava riempiendo; presi posto, qualcuno si sedette vicino, e poi ancora altri presero posto accanto. A lato e anche dietro le persone si scambiavano saluti di sfuggita o piccole conversazioni di cui, pur non volendo, captavo qualche parola Cominciai a guardarmi intorno per vedere se conoscevo qualcuno, cercavo una signora che avevo incontrato giorni prima ad un altro ritrovo; la Lina mi aveva detto che lei amava questo tipo di aggiornamento dal vero e andava quasi ogni giorno ad ascoltare conferenze; preferiva, poi, roba esotica per spaziare nel mondo, oltre l’Europa e l’Italia. Mi sembrava impossibile che lei non ci fosse ad una presentazione di poeti africani, che appunto le avrebbero dato quel tipo di spaesamento culturale. .Continuai a girarmi e a cercare, per non sentirmi isolata e apparire a tutto l’uditorio l’ultima venuta; visto che non conoscevo nessuno, la Lina mi era divenuta indispensabile, le sue parole, forse buttate giù sbadatamente nella conversazione, mi suonavano come certezze e promessa di rivederci; mi sembrava di aver acquisito un’amica per le mie uscite culturali e di conoscerla bene, mi divertii a mettere insieme una piccola biografia che, appena inventata, mi suonò vera e familiare.

Facevo semplicemente come mio padre: un giorno tornò dalla messa con la gioia di aver acquisito un amico, una persona della sua età, un signore corretto e a modo che incontrava ormai da varie domeniche; immediatamente le frammentarie informazioni, vere o false che fossero, si composero nella sua mente in una vero medaglione di dati , in un’antica e solida conoscenza.

La Lina non venne e il relatore cominciò a recitare versi di poeti africani, soprattutto di Senghor, accompagnandosi con la musica locale; ero distratta, ma coglievo qua e là alcuni versi, coglievo la melodia tutta africana , colorita e gestuale; percepivo parole che parlavano di fratellanza, unità, abbraccio, e anche deserto, sole che brucia, paura di morte, smarrimento. Mi sentivo sola e demotivata, cercavo solo di fare come gli altri, fingevo attenzione e trascrivevo qualche parola, quelle che il ritmo martellante mi incideva nella mente. Appena una declamazione cessava, c’era il battimani; le persone sembravano intendersi e dialogare, con parole, gesti delle mani e del viso, e io mi chiedevo se tutti si conoscessero e si intendessero veramente; ancora di più me la prendevo segretamente con Lina che aveva promesso e mi aveva deluso, era lei la colpevole della mia solitudine, lei mi aveva dirottato tra gente sconosciuta, e di sicuro se la rideva del mio impaccio.

Si andò anche al bar, tra un’esecuzione e l’altra; il vocio era entusiasta, si parlava di globalità della cultura, di proiezione oltre limiti, confini, villaggi, patrie. Questa poesia esotica, con il suo colore e la sua intensa ambientazione, faceva sentire il mondo tanto piccolo, disponibile e presente; bastava volerlo, ( e chi ormai voleva fare il passatista rifiutando il mondo? ) per raggiungere tutti i popoli della terra; era un vero arricchimento la nuova prospettiva di vita dell’uomo del Terzo millennio. La stessa cosa, lo stesso commento l’avevano fatto gli ospiti della precedente conferenza, quella della settimana prima, e anche la mia amica Lina. Io avevo annuito per non essere, come si dice, retrograda, e anche ora mi girai con volto sorridente per dire di si all’idea che andava per la . Recitai Il mondo è così vario di popoli e culture che uno non si può più chiudere.. Oggi c’è il mondo, non la patria,….. e poi con i mezzi che abbiamo, è impossibile rimanere appartati,…. L’informazione non basta mai, corrono stimoli illimitati.”

I vicini, mentre sorseggiavano il caffè, si girarono verso di me e mi approvarono. Mi sentivo di nuovo accomunata e solidale come se avessi degli amici, come era accaduto con la Lina. Era bastato poco, essere dei loro, approvare una melodia africana, sentire lo slancio per le cose del mondo e l’intesa era nata. Chiesi, come avevo fatto la settimana prima, se ci saremmo rivisti alla prossima conferenza per continuare l’interessante discussione, ma nessuno sapeva del futuro; la città offriva molte opportunità, a volte era imbarazzante perfino fare la scelta; la signora, che mi aveva approvato, faceva certi risolini di intesa con la vicina; mi sembrò addirittura gonfia di una falsità superficiale , mentre teneva banco nel gruppo sulle infinite possibilità tra cui si sarebbe mossa. Sembrava che la città sguinzagliasse in tutto il suo perimetro le persone affette da mania di modernità. C'era già pronto un calendario di incontri: scoperte archeologiche sulle mura antiche della città, la poesia religiosa indiana, la datazione della mummia ritrovata tra i ghiacciai delle Alpi, la riscoperta di poeti minori locali, recitazioni in vernacolo, usi e costumi dei popoli islamici.

Facevo fatica a seguirla, mi sembrava di essere tanto ignorante, non riuscivo a tracciare collegamenti tra le sue citazioni; anche la promessa di amicizia sfumò, e questa volta in modo più chiaro. Tra me e gli altri, tra me e i potenziali amici, si frapponeva l’illusione di mondialità, anche la Lina aveva dimenticato di farmi compagnia perché preferiva le persone lontane , appartenenti al mondo.

Conclusi l’esperienza con l’ultimo applauso, il più lungo e clamoroso e mi portai via, stretto sotto il braccio, il diario con le quattro parole che avevo annotato, certo non più di dieci. La testa mi girava, mi sentivo leggera e pesante, ignorante e contemporaneamente più sapiente.. Per la prima volta avvertii la presenza del vasto mondo intorno a me: una superficie immensa e vorticosa che mi schiacciava; una presenza imprecisa e soffocante. Questo mondo si allargava nello spazio e nel tempo, comprendeva secoli e secoli, e poi terre e terre, investite e moltiplicate dal processo di metamorfosi ; una persona, il canto di un poeta, un uccello dell’aria, una mummia che riappariva tra i ghiacci, erano piccole larve, che si sollevavano per un istante, un punto, per rituffarsi nel vasto gorgo; e in questo gorgo c’ero anch’io, la Lina e tutti quelli che entravano nell’area della vita.. Non so se sognai, o vidi mentre ero profondamente assorta, vidi me stessa e le signore della conferenza cadere una dopo l’altra nell’abisso del mondo; anche la Lina vi finiva, mentre altri, tanti altri prendevano immediatamente il nostro posto; così tutto era velocemente rimpiazzato, il mondo era teatro di presenze momentanee e successivi sipari..

Volevo tornare indietro al mio paese e non sapere nulla del mondo, magari avrei proposto questa esperienza alle gentili e superbe signore del giorno prima. Come si sarebbero sentite nella ripetizione di quel girotondo umano nell’unica piazza da sabato del villaggio? Avrei mostrato le cose che mi appartenevano, avrei detto:”Questa è la mia amica, questo è il mio gatto, la mia maestra, la mia comare……” Come rimpiangevo quella vita e la opponevo alla morte del mondo, ormai fattosi troppo grande per assicurare la vita a tutti i suoi esseri.! Mi ricordai della scomparsa del mio gatto e del vuoto che mi lasciò, sempre con lo sguardo fisso verso i campi per vedermelo riapparire; ricordai la partenza della mia amica per andare a lavorare lontano e la solitudine in cui lasciò i vialetti di campagna, il balcone, la strada per la chiesa, luoghi dei nostri abituali incontri. Quando non eravamo entrati nel mondo, eravamo vivi e vitali, pieni e leggeri; e la terra era solida sotto i nostri piedi; allora esistevo perché gli altri mi vedevano e mi chiamavano; anche gli altri esistevano per me, io li vedevo e li chiamavo.; anche il gatto esisteva ed era importante; ogni distacco e assenza erano ferite a quell’io che pulsava dentro e diceva di esistere.. Rimpiansi quelle ferite alla morte cui il mondo mi destinava.

 
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