Elisa Lizzi

La parentela

Man mano ho portato a coscienza, se così si può dire, perché la coscienza delle cose è graduale e molteplice, quello che era uno stato d’animo avvertito, goduto, sofferto. Questo stato d’animo lo constatavo in mia madre e finivo col subirlo anch’io, non so se di riflesso, per una fluida comunicazione delle sottigliezze dello spirito, o se per influenza di una fonte comune a cui attingevamo. Certamente lo subivamo e lei, adulta com’era, mentre io ero prima bambina, poi adolescente e giovane, ne era trascinata e pervasa, senza saperne il perché, senza ragionarvi sopra.

A volte lei andava da sola dai suoi parenti, percorrendo alcuni chilometri, né molti né pochi, se si pensa alla discese e salite, alle curve a gomito, alle strade franose e dissestate, ancora imbrecciate e polverose.Io immaginavo la fatica del suo cammino, ma intuivo che c’era un profondo desiderio, un richiamo, un qualcosa di forte e indefinito che la spingeva, e questo si capiva sia alla partenza sia al ritorno, durava per tutta la sera, finchè il giorno dopo ricompariva lei, con la sua vera figura pratica ed energica.

Cominciai ad accompagnarla anch’io quando le comunicazioni tra i due paesi si fecero più rapide. Tuttavia, nel percorrere i sentieri di campagna per arrivare alle diverse case dei parenti, che erano parecchie, disseminate nella stessa zona, cominciavo a subire anch’io, per via del suo sguardo e delle sue parole, il senso dell’attesa, come di qualcosa di noto e di felice che si dovesse per forza ripetere; si trattava della felicità dell’incontro tra parenti, un evento rituale eppure indicibile per le corde dell’emotività che andava a toccare e schiudere.Una dimensione, tenuta a bada e sommersa nella quotidianità ordinaria, si risvegliava in modo acuto, destando delle pulsioni tumultuose che, come una speciale patologia, facevano sussultare il cuore e agitare la mente; anche la parola, in quel profluvio di sensazioni, veniva fuori a strappi, come se si volesse dire tanto e non si riuscisse a tenere l’ordine.

Io cominciai a partecipare a questi slanci fatti di abbracci e baci schioccanti che ti lasciavano il segno sulle guance. Poi venivano i racconti intorno al grande tavolo, racconti che si sbrogliavano disordinatamente da una matassa densa e lacunosa, come una tela a chiazze rattoppata per la vecchiaia; vivi e morti allo stesso modo erano i personaggi delle narrazioni, come gli eventi risultavano recenti e immediati con rimandi ai padri, chiamati "beati", con un senso popolare che non li allontanava in un mondo superiore, ma li rendeva solo più buoni e sentimentali. Da questi immediati ed efficaci narratori si dipanavano i pezzi di un variegato resoconto: si tesseva una storia, la storia della famiglia, a varie voci e punti di vista su un sostrato comune. Da grande io, nel ripensamento, ho risentito tali dialoghi interiori, ascoltati dal vivo e pronti a trasferirsi sulla pagina o su un palcoscenico, se qualcuno avesse voluto. Poi veniva lo scambio dei doni d’ambo le parti: carne dei propri pollai, dolci fatti in casa, camicine confezionate. Nessuno avrebbe osato regalare cose diverse, e per anni io assistetti a questo scambio di primizie essenziali, rese dolci dal lavoro delle proprie mani. Io poi seguitai ad attingere a tale repertorio, anche quando esso aveva perso ogni legame con il piacere del fare e ne conservava solo la semplicità, cioè uno dei tratti dell’antico atteggiamento del donare.

La visita ai parenti, insomma,era un pellegrinaggio cui si partecipava intensamente, come e più che ad una funzione religiosa, perché qui le tappe e i testi non erano scanditi dall’officiante e non partivano da un’autorità, bensì venivano costruiti dalle voci e dai gesti di tutti i partecipanti, forse qualcosa di simile ai banchetti dell’antica romanità, in cui le leggende si creavano dal turnare dei racconti degli ospiti. Ognuno aggiungeva, con ingenuo fervore, traboccante di sentimento, con le lagrime e certi bagliori agli occhi, e ne uscivano figure come quella di un cugino eroe che aveva da solo sfidato il suo orribile male, di uno zio cavalleresco, nato per uno sbaglio di natura nel loro ambiente contadino, che aveva continuato la sua vita avventurosa in America e, mentre si atteggiava a signore, vi si era perso, e della nonna dura e forte, la cui sopportazione le aveva incanutito precocemente la testa, simile ad una corolla soffice di lana bianca sulla fronte corrugata dai pensieri.

Poi veniva la visita alla stalla, luogo allora importante, più importante della stessa abitazione, annerita dal fumo e dal fetore limaccioso, irrespirabile, dei buoi a riposo, sulle alte volte arcuate che terminavano con strette finestrelle. Gli animali, di grandezza impressionante, inchiodati ognuno al suo posto nella mangiatoia, davano da parlare, venivano presentati con delle pacche affettuose sul dorso ed entravano a far parte, come pezzo forte, della storia familiare. In seguito ho attagliato agli ospiti della stalla, al bue e alla giovenca, le funzioni del corteggiamento amoroso, appropriandomi ironicamente del linguaggio di Piero Angela, ma allora, con tutta serietà, vi scorgevo la rappresentazione epica della vita, accolta per secoli, nella stalla secolare, dalla pazienza e sofferenza dell’animale.

Questa era dunque la parentela: lo schioccare dei baci, l’abbagliarsi vicendevolmente cogli occhi, il costruire, arricchendolo continuamente, il tessuto della storia della famiglia, una storia non letta e imparata, ma vissuta e rivissuta allo stesso tempo.

Poi, crescendo, mi sono chiesta che cosa fosse veramente la parentela come realtà,in cui ci sentivamo presi e persi fino ad obliare i doveri e il lavoro. Perché per parentela non si intendeva e non ho inteso solo l’insieme delle persone, casualmente legate da una storia comune, ma uno stato d’animo che in me e negli altri si verificava, modificandone del tutto le consuetudini, creando una brusca, eppure attesa e benefica sospensione. Cosa generava e ha continuato a lungo a generare in me tali sintomi?

Che fosse l’emergere occasionale del patrimonio genetico nelle persone che si incontravano? Certo io ritrovavo in me la rotondità del volto della famiglia materna, a fronte di forme più marcate ed ossute dall’altra parte, e una certa disposizione ad un’ingenua quiete, anche se un po’ instabile per via dell’inquietudine dell’altro patrimonio, della famiglia paterna meno baciata dalla benignità della natura.

Certo anche la variegata storia comune, ripercorsa e rappresentata tutte le volte che ci si trovava insieme, doveva essere responsabile di tanto caloroso turbinio di sentimenti, come gli attori che si preparano e si immedesimano insieme nel dramma che rivisitano e recitano.

A me tutta la densa sintomatologia, al ripensamento più lucido dell’età adulta, è sembrata quella di una malattia, una malattia simile all’amore di cui essa parentela è una fattispecie. Si tratta di una particolare affezione che fa desiderare, attendere, gioire e anche soffrire, un male dell’anima che socialmente si avvia sempre più ad essere sconfitto e superato in favore di ben altri mali. Se si trattasse di comportamento dei geni dentro di noi, io non me ne sono più occupata; mi è bastato sentire e risentire il male dell’attesa, del ricordo, dell’incontro con i parenti dentro di me al di là della parvenza esterna, per coltivarlo e difenderlo, beandomene, da tutte le moderne terapie.