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Elisa Lizzi

La tela di Penelope

Anche quel giorno ripresi il lavoro della tela, decisa a definirla una volta per tutte. Di punto in punto, di giro in giro, essa si veniva formando sotto le mie mani e si ingrandiva nel corso della giornata.

Cominciai la mattina e continuai fino a tarda sera, con ritmo ordinato, ma anche casuale: ordinato perché seguiva certe scansioni ricorrenti, come le pause dei pasti e le abitudini della mia vita; casuale perché gli imprevisti allungavano o accorciavano i momenti del lavoro, costringendomi ai recuperi per cercare di rabberciare le file della matassa. Fili e colori riflettevano umori e sensazioni, che si diversificavano col tempo, non so se quello interno o quello esterno delle cose, col sole, con l’aria, col caldo del mezzodì, con l’ombra serale.

Fu difficile cominciare a predisporre il lavoro di mattina, quando, appena alzata, mi sentivo un mondo confuso e strano da esprimere, come se l’alba non avesse ancora dissipato i fantasmi del sonno, anzi, dopo il tempo del letargo, li rivelasse in modo sospeso ed enigmatico, com’è della realtà dei fantasmi. Era la fascia oraria delle memorie che rifluivano in modo inesauribile e pretendevano di prendere il primo posto nella tela. Bisognava scegliere colori, punti e pose per dare vita a ciò che si faceva presente a distanza incolmabile, pullulava nella mente e non si assestava mai, richiedendo un grande lavoro di adattamento.

Quella mattina i fantasmi tumultuavano più che mai, sembravano rifiutare una qualche consistenza, sembravano non volersi acquietare in un’immagine ordinata sulla tela. Sistemai i fili alla meglio e ne ricavai una scena fortemente intrecciata, come certi quadri ad intensi chiaroscuri che mozzano il respiro degli osservatori, nella tormentosa ricerca di un equilibrio da ricostruire oltre la parete. I personaggi della memoria erano tante anime del purgatorio, sofferenti e oranti, che chiedevano a me pace e senso.

Poi venne la parte centrale della giornata: il sole si sollevò brillante nella sua focosa estiva energia, dissipando le ombre della valli, anche le più riposte. La tela cominciò a procedere con più velocità; questa volta descrivevo e imitavo, trasferivo semplicemente le cose e i fatti intorno a me nell’orizzonte della tela. Il lavoro prese corpo e si ingrandì; quasi non facevo in tempo a riprodurre le scene in movimento della vita che si rinnovava, dal filo d’aria che si muoveva in senso sempre diverso, alle persone che si fermavano, gesticolavano, commentavano le loro emozioni, si disperdevano per riunirsi in nuovi gruppi e disposizioni diverse.

Io non pensavo, non ricordavo, cercavo di muovere l’intrecciato armamentario con tutta l’abilità che possedevo, lo ingrandivo imprimendovi le comparse occhieggianti e pullulanti della vita.

Tralasciai il lavoro e lo ripresi dopo cena , nella pace dell’ombra serale, ormai notturna. Mi accorsi che, più che procedere, dovevo costruire un contorno alla fasce già combinate. Ne venne uno sfondo senza scene, indeterminato, necessario per racchiudere i tanti momenti di vita opposti tra loro e tutta quell’inquieta trama di gesti ed emozioni delle fasce ricamate. Punti gialli su sfondo blu, stelle luminose ma rade in un cielo profondamente azzurro, richiamavano mondi oltre il nostro mondo, in cui rinviare i tumulti della vita quotidiana; Tutta la trama di fantasmi e gesti, che si rincorrevano attraverso i giri e gli intrecci, trovavano un senso appagante nel cerchio infinito del contorno. La tela si concluse con un respiro di sollievo, come chi pensa di aver agito bene, trovando un ordine in cui posare le membra stanche.

Pensai così, ma l’indomani le ombre ripresero a volteggiare in senso diverso, togliendomi la soddisfazione della sera precedente Si atteggiavano in altro modo, ponevano altri interrogativi da esprimere e rivelare. Il lavoro del giorno precedente venne disfatto e ripreso con altre raffigurazioni, più adatte a far vivere quelle nuove immagini, che non si ritrovavano nell’ordine fissato e pure chiedevano di uscire dalla mente per piazzarsi da qualche parte, in un qualche punto dell’ordito Questa volta sembravano meno eteree e aleggiavano in un contorno di sostanza storica; impressi nei vari margini scene di guerra, di lavoro, di città, passaggi e cunicoli tra gli ambienti in cui si era costruita la loro concreta vita.

Il giorno dopo, ancora scontenti di sé, si attorniarono del parentado, in una bella scena da nido familiare e coro paesano, carico di nostalgia d’altri tempi. Altre volte si accamparono in primo piano drammatiche monadi in un fosco chiaroscuro esistenziale. Poi riprendevano, con un lavoro di più semplice mimesi, le descrizioni variegate della vita di attualità, e poi, per provvidenziale compenso ai meriti della lunga fatica, il sopore pacifico dello sfondo, che permetteva al quadro di concludersi.

Ormai capivo in me la vicenda di Penelope, l’avventura della tela, sempre disfatta e inconclusa, perché non poteva concludersi, come la vita stessa.

 

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