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Elisa Lizzi

Lettere a Lucilia

Nell’ufficio postale c’erano varie file e la più numerosa era quella dello sportello n. 15 in cui anch’io ho preso posto, con il mio pacchetto marrone stretto da cordicelle. In effetti, tutto il gruppo con cui dovevo solidarizzare per una buona mezz’ora, stringeva tra le mani lo stesso oggetto, da affidare, tramite il servizio postale, alla sorte della città di Lauria. Tutto lo sportello ne echeggiava, come se avesse voluto pubblicizzarlo clamorosamente, con le grandi lettere dell’insegna "Premio letterario città di Lauria" e la voce invitante del postino, che si rivolgeva con riverenza alla platea particolare affidata al suo servizio.

La figura fiera, con lo sguardo lontano meditabondo, un’apparente sicurezza, o meglio a dirsi autonomia interiore, era il prototipo del gruppo a cui appartenevo, e, distintivo peculiare, quel sogno, impresso nei nostri volti, tenuto desto da Lauria, che ci raccoglieva in un nobile certame. Facevamo corpo unico, formavamo una miriade di specchi orientati verso la stessa superficie, verso un punto abbagliante di essa, simile al punto salvifico che attrae il pellegrino terrestre nel mondo dell’eternità. Non avevo mai pensato che ci fosse sulla faccia della terra, immaginavo infatti le file disseminate nelle altre città, una moltitudine così numerosa di esseri peregrinanti dietro una forte fede.

Nel silenzio rotto dal ritmo quasi regolare di timbri e bilancini, ho avuto un lampo di stupore; mentre la mia ombra appariva solida, disegnandosi sul pavimento ferma e composta, la mente turbinava di vergogna e insoddisfazione. Mi sono venute alla mente le sale da gioco, i mercati, le offerte speciali e tutti i biglietti delle lotterie, destinati ad abbacinare i cervelli con le migliori formule incantatorie.

Certo noi dello sportello 15 non volevamo sentirci alla stregua dei bottegai e delle casalinghe, attenti ai prodotti del mercato, eravamo una èlite composta, non accettavamo il confronto con la moltitudine vociante delle sale da gioco, cercavamo solo un piccolo ramo di alloro per le nostre teste gravi, un semplice assenso per poter continuare il nostro itinerario. Eppure c’era alla base la stessa logica del concorso, della competizione e in cima si assideva il Caso, come ente giudicante con il suo potere decisionale.

Il postino armeggiava senza sosta con timbri e bilancini, si dondolava euforicamente sulla sedia girevole, con solenni "prego, avanti" accoglieva ad uno ad uno gli scrittori della fila, sentendosene onorato, riverendo qualcuno più degli altri, come se riconoscesse in lui l’illustre laureato e la fama avesse già diffuso l’immagine augusta del vincitore.

La città di Lauria, con il suo bel nome programmatico, era benemerita, come gli altri enti commerciali e televisivi, verso la popolazione, perché la teneva in vita con i suoi miraggi, ovviando col sogno alle malattie nervose della frustrazione reale. La città di Lauria si rivolgeva, anzi, alla gente più malata e inquieta del mondo, che non si accontentava di offerte alimentari, o di proposte di viaggi e buone sistemazioni, ma desiderava l’immortalità. Questa schiatta di solitari affidava ai propri diari pensieri e pensieri sulla vita, poi si illudeva di aver colto la verità, anzi di aver colto nel segno, strappando tutti i veli ingannevoli, in cui gli altri si trovavano inconsapevolmente irretiti, e incollando la vita alle proprie responsabilità. Questo gruzzolo ben congegnato di verità essa consegnava, come generosa offerta, all’umanità con l’illusione di elevarla verso mondi sublimi.

Proprio là, davanti alla fatidica vetrata n, 15, al gruppo nel frattempo fattosi più folto di aspiranti laureati e all’impiegato tanto riverente, ho avuto un lampo di lucidità e mi sono sottratta a tutti i richiami della dolce e bella eternità; l’Olimpo dei geni, già troppo affollato, non accoglieva più, vuoi per il senso di superiorità sui piccoli moderni aspiranti, vuoi per orgoglio e difesa del prestigio. Mi sono acquietata al pensiero che i nuovi piccoli semidei non sarebbero mai riusciti a terminare la scalata verso il cielo in cui i Santoni si erano da tempo chiusi, perdendo ad uno ad uno la fuggevole aureola.

Avrei spedito i miei fogli, per una via ben più familiare, alla mia amica Lucilia che, ad onta del suo nome sfolgorante, si accomiata spesso con me nella dimensione più sommessa del pensiero; oltre all’affetto, mi è sembrato che ella lo faccia per liberarsi dal condizionamento del suo nome, a volte anche con l’intenzione di temperare con la sua luce la mestizia della meditazione. Ormai siamo diventate complementari: io leggo e lei, con la luce del suo sorriso, intende e interpreta; io, in qualche modo, mi assicuro la comprensione del mio messaggio ogni volta che leggo, ella si libera sempre più dei lampeggiamenti del suo nome ogni volta che ascolta.

Continuerò così, vuoi che Lucilia sia una sola amica, vuoi che le amiche di tal nome proliferino nel mondo, o che si tratti della mia controfigura, china sul foglio a rileggere e reinterpretare un messaggio

sempre sfuggente sulla vita, degno solo di una divina Lucilia.

 

 

 

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