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Elisa Lizzi

Meditazioni a Piazza Cavour

In piazza Cavour c'è il bar che porta lo stesso nome, bar Cavour, con il suo tendone e le sedie di colore verde. Salii al primo piano, anche qui gremito di tavoli, ognuno col suo vasetto di fiori e il tipico vasellame. Non intendevo sedermi, ero sola, mi guardai intorno per rintracciare il posto che qualche anno prima, forse solo un anno, avevamo occupato io e i miei amici; forse, anzi sicuramente, era uno di quelli vicini alla finestra e al termosifone che, in una primavera ancora rigida, continuava a spandere calore. Là ci eravamo seduti, gli uni di fronte agli altri, in un momento affollato di un pomeriggio domenicale. Ora l'ambiente era solitario, in un giorno e un'ora in cui la gente era al proprio lavoro. Il cameriere era uno solo e intento alle pulizie; mi guardava con segno di curiosità, o di disturbo, come a dire Perché viene a quest'ora, non vede che sto riordinando?- oppure- Dove si siede, cosa comanda? Lo prevenni, chiedendo un po' di tempo per osservare il bel locale e poi decidere di consumare qualcosa. Senza dare all'occhio, seguitai a puntare lo sguardo su quel tavolo che avevo riconosciuto e volli rivivere la scena di quell'incontro, ma in cui forse si sommavano tutti gli incontri settimanali, lungo la serie di vari anni.

Mio marito aveva pensato alla prima presentazione con un fare e un dire un po' enigmatico, non tanto sull'amico, suo conterraneo, ma su sua moglie, donna del Nord, come a dire, incerto dell'esito di quanto stava intraprendendo, Vedremo, bisognerà essere tolleranti, accettare, adeguarsi; forse sono diversi da noi, ma non è detto che non si riesca a dialogare….e poi suo marito è dei nostri.

Le due figure si inserirono tra noi e nella nostra vita, come un alimento che ci nutre e ci fa crescere man mano, o come un veleno che man mano ci corrode. A ripensare all'annoso rapporto, diventato sempre più necessario, con gli incontri settimanali alla messa delle undici, le passeggiate, il tè sorseggiato insieme alle chiacchiere, non sapevo quale ne fosse il risultato. Quell'amicizia era stata benefica, confortevole per vivere, ma anche, d'un balzo, alla fine, corrosiva, scavata, come del resto ogni cosa che ci attraversa, ci accompagna nel cammino e ci riempie, ma anche ci fa sfiorire, ci invecchia e ci interroga. Perché li avevo incontrato? Perché quell'inizio, perché quella fine? Come ricominciare adesso un'altra esperienza?

A quel tavolo rividi il gelato a vari gusti, sormontato da un monticello di panna, da cui fiorivano le chiacchiere, i nostri problemi sui figli, sui giovani in genere, sul lavoro e la vita. Poi apparve tra noi, per non andarsene più, il fantasma di una donna, una giovane donna collaboratrice al suo ufficio, che il nostro amico un bel giorno, di ritorno da una missione ispettiva, fece comparire, evocandola nel suo racconto. Una donna emancipata, senza sottili scrupoli, brillante e fascinosa, oltre che all'altezza della situazione e competente. Ogni sabato lei tornava dalla sua famiglia lontana e ogni lunedì era al suo posto di lavoro; non recava con sé ricordi e problemi, non portava nessun segno di una vita dissociata e divisa in due, era tutta là ,donna e funzionario, lucida e attraente con la sua cascata di riccioli sulla fronte. Non come noi, non come me , noi tutti, bella intelligente, senza problemi, per questo è bella, intelligente. -diceva il nostro amico. Si, era diversa da me, e spesso ero io ad interrogare e interrogarmi a voce alta Come fa questa bellezza a conservarsi così, madre, moglie e funzionario modello, un essere che brilla senza foschia? Io e tutti noi, non solo al bar Cavour, ma ad ogni incontro ormai, la sentivamo arrivare fulgida, mitica, a sorvolare la nostra esistenza di persone affannate e a disagio nel tenere insieme le varie redini della realtà; mi sembrava di poterla riconoscere tra tanti, miraggio ed esempio per tutti, per noi che alla nostra analisi ci sentivamo sempre fuori posto, ma anche per gli altri, come incarnazione perfetta di uno slogans, la gioia di vivere bene. Certo lei seguitò a interporsi tra noi, col suo ritratto presente al nostro tavolo, come un santino che uno porta in tasca e poi estrae per mostrare agli amici, come una cometa che dà il massimo splendore e poi scompare senza traccia.

Perché tutti questi incontri per anni? Perché l'incontro al bar Cavour, col gelato e l'apparizione di quell'incantevole figura? Perché la caduta di un tale incanto nella nostra vita come di esseri balbettanti tra le cose del mondo? Era costei il frutto di una perfezione celeste, o di una società che si consumava tra bagliori ed ardori del momento fuggevole?

Mi sedetti e chiesi una bibita; chi sa quanto tempo era passato e il cameriere chi sa quale idea si era fatto dell'insolita cliente. Capii con un sesto senso, inverificabile e indimostrabile, che i perché ci avevano tagliato fuori dalla vita, impedendoci di vivere come comete e di spandere il nostro fulgore; anche allora da sola continuavo ad interrogarmi e non mi avvedevo che, invece del premio peri miei atti morali, mi destinavo al pallore dell'inesistenza. Le cose, invece, fluivano lente, diverse da una parte, sempre uguali dall'altra; non c'era rischio di sbagliare se non all'apparenza; eravamo noi a tagliare la vita in pezzi, con inizio, fine e messaggio. E sempre quell'idolo tornò a pararmisi dinanzi, a sollecitarmi verso la vita, non quella del ricordo, né quella dei problemi, ma la vita in sé, attraente proprio quando non lascia traccia.

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