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Elisa Lizzi

Necrologia

Da un po’ di tempo mi piaceva tracciare la biografia postuma degli estinti, scegliendoli tra le persone che avevo potuto incrociare nella mia vita, tra amici, parenti e perfino conoscenti rimasti, in qualche modo, a volte senza perché, vivi nella mia memoria. Sbirciavo con interesse, nelle informazioni dei notiziari, casi clamorosi di vita e di morte Ero convinta che non ci fosse mai standard nel cammino di un individuo, semmai un misto di capriccio suo e della sorte, così intrecciato da non potersi facilmente dipanare. La conoscenza postuma, però, mi appariva la più vera, quando ormai la figura assumeva la posa a tutto tondo e come una statua si poteva misurare da tutti i lati. Non c’era nulla da aggiungere, il marmo era stato sbozzato fino a raggiungere una sua armonia di contorni, oppure era rimasto grezzo, spigoloso, contorto, oggetto di studio in entrambi i casi.

Mi avviai dunque verso la casa del recente lutto, nello stupore dei familiari e anche mio sulla mia strana passione, non sapevo bene se morale, mistica, o conoscitiva; quale motivo potevo avere per un’inchiesta simile? Tutto intorno all’estinto era stato chiarito e sulla lapide sarebbero presto apparse le coordinate e la foto.. Effettivamente a chi poteva interessare la vita di una persona morta, se non alla questura, all’indagine statistica che inquadrava i casi per rubriche, ai sacerdoti per la loro casistica morale, o alla stampa per creare la notizia clamorosa? La biografia, poi, riguardava solo chi si elevava alla statura di personaggio. Qualcuno mi aveva consigliato di dire una preghiera, se proprio non riuscivo a distorcere la mente da quello strano caso di rinuncia alla vita. Mi decisi di bussare a quella porta per visitare l’ambiente in cui si era decisa quella vita e quella morte, tra cose che dovevano ancora recarne segni ed impronte. Inquadrando le mosse di un altro, contemplando un capolavoro di compiuta perfezione , su cui era stata passata l’ultima mano, credevo di poter raccogliere la mia vita, anzi gli elementi di una grammatica generale .

La madre mi condusse in un breve itinerario: la stanza col letto e la scrivania, la taverna con il caminetto e il mobilio rustico, il balcone con le sdraio. Mi enumerava le azioni di una giornata tipo: qui sul letto lui si adagiava al ritorno dal lavoro e rimaneva talvolta a lungo, qui davanti allo schermo del computer passava altro tempo a scrivere e navigare, qui sul poggiolo prendeva il sole, nella taverna d’inverno riceveva gli amici.

Tutta la vita era racchiusa in poche succinte note, azioni sommarie e scheletriche, ripetute centinaia di volte, e perciò descritte una volta per tutte; una vita di tanti anni la si poteva contenere in poche righe, quasi nei soli dati della lapide; era la vita nella gabbia di un appartamento, su cui biologia ed etologia potevano esercitare le loro competenze ..

Volli sostare nella stanza , presi il mio taccuino e cominciai a scrivere, cominciando ad interrogare gli oggetti che si erano messi in dialogo con lui, frugando sotto la loro corteccia, come scrigni dalle mille storie. Anche la foto sul comodino sembrava sorridere di uno strano sorriso; la foto ricordava il momento felice di una festa e lui aveva al suo fianco un gruppo di amici che lo abbracciavano, così mi andava illustrando la madre, continuando a parlare delle abitudini di un giovane a suo modo gioioso. Ma la figura mi si rivolgeva da un’altra dimensione, con un distacco ironico, con una sapiente elegiaca superiorità; voleva dirmi tante cose che lui sapeva e io ancora non sapevo e nemmeno potevo intuire, facendomi sentire .vergognosa.. Mi concentrai sul letto , convinta che qui si celasse la chiave di tutto, delle scelte, dei ripiegamenti, delle azioni, di tutto il vissuto, certamente assaporato nei fili del pensiero prima che nella realtà.

Cominciai ad appuntare alcune impressioni: quel giorno il letto gli recò conforto e rifugio, tante erano state le umiliazioni degli amici più arditi di lui nell’incontro col bel sesso; rimaneva con lo sguardo sospeso nel vuoto e non si decideva a dare una svolta alla sua vita, l’impegno risultava inverosimile e lontano; dalla finestra entravano raggi luminosi, ma lui avrebbe desiderato solo il buio della notte per non pensare più; la madre lo chiamava, lo invitava ad alzarsi, si sentiva infiacchito, il letto era un filtro alle domande e agli sguardi degli altri, un alibi per non dare conto, fingere di dormire, affogando le grida del suo dolore; la distensione gli dava carica, gli prefigurava mille itinerari entro i quali decidere e immettersi; dopo un periodo intenso e disordinato aveva bisogno di pensare per organizzare un’azione più coerente, il sangue pulsava affannosamente sul cuscino, come dopo una corsa affannosa che aveva bisogno di una pausa rasserenatrice.

A casa con calma avrei sviluppato gli appunti, cercando una ricostruzione verosimile, ma il giovane del ritratto continuava a sorridermi dall’aldilà della sua sapienza superiore, quasi per porre in scacco i miei .tentativi di lettura. Chi ero io che pretendevo di far parlare la sua realtà segreta? Solo lui e Dio la possedevano intera, e non l'uomo come me, ancora impedito dalla dura corteccia dietro cui si celano le cose.. Pareva che così mi suggerisse nel suo estatico sorriso, ma , d'altro canto, pareva anche che mi incoraggiasse e mi sfidasse a continuare, ad interrogarmi meglio. Dovevo sviluppare quelle note, le rilessi prima di uscire per non dimenticare nulla di quanto poteva essermi suggerito.

Sentii, appena fui all’aria aperta, il gravame che mi stavo addossando, incamminandomi in quel mondo di caverne interiori, senza gli strumenti di una legittima ispirazione; avevo pensato di poter narrare la vita di un uomo, ripercorrendo i segni da lui lasciati, ma i segni erano carichi di potenzialità , non rivelavano nulla alla mia conoscenza, potevano parlare solo alla mia visione interna, se ne fossi stata capace.., oltre i sensi, oltre l'intelletto, oltre la mia coltre corporea. Gli appunti mi pesavano tra le mani come macigni e abbagliavano lo sguardo; ogni frase da sviluppare si infittiva di sensi , non sarebbe bastata una vita per decifrarli veramente, bisognava scendere sempre più giù nel profondo, dove, forse la mia anima, entrando in consonanza con l'estinto, avrebbe risposto alle domande. Tuttavia sentivo che non potevo rinunciare al compito, i gradini della conoscenza volevo percorrerli tutti. Sarei stata in grado? Non mi sarebbero mancate prima le forze? Ma nel fondo avrei trovato soddisfazione; bastava questa sola biografia, perché la decifrazione postuma della vita di ciascun uomo risultava il nodo del mondo.

 
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