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Elisa Lizzi

Nero di treno

Il treno, nero e fumante, avanzava imperioso, occupando tutto lo schermo, si ingigantiva man mano che dallo sfondo si stagliava in primo piano e sembrava protendersi verso di noi, come per prelevare anche noi nella sua fosca corsa. Fumava e sferragliava energicamente, coprendo tutto l’orizzonte e raccogliendo la moltitudine umana proveniente da ogni parte.

A volte apriva il suo enorme ventre per spiegare le sue potenziali risorse: corridoi, camminamenti, cantucci raccolti, spazi collettivi, in cui gruppi o singoli si ingegnavano a coprire la noia del lungo percorso. Non si vedevano più nere lamiere, camini sbuffanti, occhi atroci, ma uomini cullati da ricordi recenti o lontani, da progetti prossimi o lontani.

A volte la sua tetra immagine si sfocava, impallidiva per lasciare posto ad ampie radure, campi ridenti, boscaglie solitarie; qui ci si adagiava immemori, come fiduciosi nella quiete e nel benessere, qui si sognava l’amore e la felicità. Ma ecco di nuovo irrompere quel potente Demiurgo a ricondurre le serene pecorelle nell’ordine del suo immenso e cosmico ventre; lui sapeva quando allentare e quando restringere la sua autorità; lui solo conosceva il suo ordine e il suo fine.

Questo treno che tornava dal campo di concentramento e rappresentava la tregua degli orrori, a me dava l’impressione di un campo che si estendesse ed addensasse le tenebre in tutto il mondo. Lui con la sua sinistra figura, non faceva altro che estendere per ogni dove fumo e orrore perché dappertutto scendesse l’inferno. Le immagini filmiche alludevano ad eventi precisi, a Tedeschi, Ebrei, campi di sterminio, ma a me richiamavano simboli pregnanti della vita, della vita in universale, avulsa dalle ingegnosità della storia; erano immagini che, con la partecipazione conscia o inconscia della mente ideatrice, suggerivano problemi. Quelle teste rasate non differivano da tante teste calve o dai miei capelli bianchi su cui si era sbizzarrita e avrebbe continuato a sbizzarrirsi la vita; quei miseri corpi svuotati e soppressi da altri uomini non erano diversi da milioni di esseri disseminati nel tempo e nello spazio, per esseri esposti al lavorio corrosivo delle leggi dell’esistenza. Mi vennero in mente le numerose isole incantate e i paradisi che ci si aprono davanti come attraenti promesse e le scure tenebre del male che ci avvolgono sugli infiniti binari terrestri.

Ebbi pietà degli Ebrei, dei Barbari, dei Negri, ma soprattutto dell’essere uomini e di me stessa che a quella universale progenie appartenevo.

 

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