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Elisa Lizzi

Non io

Mi era certo capitato di camminare sotto una pioggia scrosciante, con l’ombrello attaccato alla testa, ma mai con un senso di serena apatia e senza un minimo di fastidio. Quel sabato pomeriggio, procedevo lentamente, con un’andatura uguale, senza badare né all’acqua abbondante che scivolava intorno formando un circolare mulinello, né alle vetrine, né ai rari passanti frettolosi. Tenevo l’ombrello basso e lo sguardo fisso a terra. Che pace, dolce indifferenza, petto libero e sgombro! Il petto sembrava riposare, senza emozioni; la mente si limitava a registrare le minime cose presenti, il ritmo numerico dei passi, uno due tre, e di nuovo uno due tre, l’aumento e il rallentamento della pioggia, il colore della strada sotto l’azione dell’acqua .

Arrivata ad un porticato, mi fermai quasi senza pensare, avevo inavvertitamente cercato un riparo, come si fa comunemente in attesa che spiova. La tettoia aveva raccolto varie persone e tutte, mentre spiavano l’andamento della pioggia, facevano gruppo e gran chiasso. Non volevo lasciarmi coinvolgere,, come uno specchio mi lasciavo attraversare dal balletto dei movimenti e dal suono delle parole, rimanendo libera. Qualcuno, forse trovandosi più vicino, mi rivolse un cenno, in maniera sempre più decisa buttò verso di me delle parole; io volevo conservare la tranquillità d’animo e mi difendevo con un semplice – non so, non so, – ma l’altro mi piantava certi occhi davanti, richiamando a viva forza il mio io. In un barlume istantaneo, intravidi io e non io a confronto, capii che l’uno era chiamato in causa a riprendere la sua normale funzione di pensare e parlare, l’altro mi offriva una dimensione di dolce passività e di abbandono non compromettente, una pausa di fede cieca nel lasciarsi agire e vivere. Il vicino, forse un conoscente, non poteva comprendere il mio stato; io non feci nulla per risalire alla luce del pensiero, scelsi quell’ozio dello spirito..

Ripresi il vagabondaggio in quella pioggia che conciliava il pacato assopimento, e vagai a lungo, sentendo soltanto il tonfo dei piedi dentro le pozze d’acqua; cercavo di addolcire l’andatura per non disturbare la terra sotto i miei piedi, avevo la percezione che il mondo stesso non tollerasse la nostra invadenza umana e preferisse il silenzio per esprimere la sua essenziale voce.. Mi sentii in colpa di rumoreggiare e calpestare il mondo, capivo che anche col semplice movimento l’io faceva da arbitro, decideva i suoi minimi atti e faceva valere la sua posizione; era impossibile non essere e non recare disturbo al mondo, se non col pensiero, con l’ingombro stesso di un corpo di per sé volitivo.

Mi ritrovai in un bar a chiedere una bibita calda e mi posi nell’angolo più appartato, davanti alla vetrata, tutt’uno con le strisce di pioggia che si rincorrevano e si legavano lungo il vetro. Qualcuno venne proprio vicino e non sembrò disposto a dimenticarmi; era una mia amica con cui avevo tenuto certe discussioni impegnative. Sembrava che a questi nostri disegni passati volesse intenzionalmente tornare, Il binomio io-non io era di nuovo in gioco e questa volta l’io era preso di punta, non poteva restarsene all’ombra dell’altro, sotto bella tutela per non sbagliare.

– Ti ricordi di quel nostro discorso sulla vita, come è, come dovrebbe essere, per corrispondere ai nostri desideri; tu allora eri molto interessata al tema, coglievi tanti vizi e tante imperfezioni di questa nostra vita; mi piacquero molto le opinioni del tuo tracciato, A che punto sei nella ricerca?

Ero stordita e dibattuta se rientrare nel tema, a quelle mie pretese, che allora mi parevano legittime, sulla vita, nostra, non nostra, donata, da accettare, modificare, rifiutare. Era un bivio delicato che mi rilanciava nel conflitto e nel tracciato delle utopie; mi rivedevo col lapis a circoscrivere nella cenere o nella sabbia, o sul foglio bianco, le mille immagini di una costruzione che avrebbe dovuto sostituire l’attuale in cui vivevo. In quel tracciato mi perdevo e concentravo, Anche gli altri non erano da meno nel dipingere il loro foglio, gareggiando nelle linee e nei colori.

Risposi – Sono cose d’altri tempi; oggi con questa pioggia, vorrei godermi la quiete del fine settimana. Oggi il disegno lo fa la pioggia, con punti , linee, strisce.

– Potremmo proprio qui – riprese l’amica – riallacciare la conversazione; anch’io nel frattempo ho letto libri significativi, ho ascoltato altri e soprattutto ho osservato come vive la gente per poter dire qualcosa di più; sai forse sbagliavamo tutte e due nel prendercela di petto; la vita non è nostra; tanta gente è serena per questo; ma certo, poi, l’impegno non si può tralasciare, è l’io che pensa e vuole...

Mi ribellai alla provocazione, non volevo a nessun costo riprendere quel tracciato, in quei tempi ne avevo molto sofferto come se avessi scorto l’insofferenza del mondo ai miei disegni, i fallimenti miei e quelli di tutti. Certamente il mondo procedeva per il suo verso, non accettando nessuna .variazione, era una vera audacia quella di voler circoscrivere mappe di vita.

– Non si può disegnare nulla, ha ragione la gente che vive senza pensare; il mondo vuole muoversi a suo modo, vuole essere libero e invece l’uomo si piazza con i suoi piedi al centro a calpestare, a trasformare, a gridare i suoi piani. Tutti castelli, simili a quelli dei bambini sulla spiaggia.; appena costruiti, vengono disfatti, ed ecco di nuovo, con lena a ripristinarli. E’ quasi una colpa., mancanza di fede, un io mai in pace...

Queste cose le dissi con una foga che la mia amica non conosceva; vidi che sorrideva per smorzare il disagio della conversazione e anch’io sorrisi, forzandomi le labbra. Era il sorriso di chi risaliva alla radice dell’ideale e vedeva sfogliarsi le speranze per non concepirne più

Di nuovo sola sotto la pioggia, ripensai alle antiche chiacchierate, in verità discussioni avvenute qualche mese prima, ma che apparivano futili chiacchiere in un vuoto lontano. Vedevo in quei tracciati pianure e cattedrali e gli uomini che si distribuivano in linea orizzontale o salivano nei vari piani fino al campanile. La cattedrale era il mio disegno e di essa mi piaceva abbellire la cima, a cui davo ora la forma di un vertice aguzzo e impervio, ora di rasserenante paradiso. Mi pareva che qui dovessero risiedere gli spiriti eccelsi, gli uomini migliori, dopo la scalata dei vari gironi, a godere la meritata gioia del loro sapere e del loro soffrire!

Ormai avevo buttato il mio lapis con cui avevo imbrattato la superficie del mondo e mi sembrava di essere di troppo; tutti gli io penso, ritengo, vorrei , sarei del parere non dovevano appartenermi più. Mi provai davanti ad una chiesa e mi sentii attratta dal suo appartato silenzio; feci per entrare, per immergermi in una penombra molto vicina all’indistinta quiete che cercavo. Subito le labbra si mossero a ripetere la nota formula della preghiera al mio santo amico: “Tu che sei grande, Tu che vegli su di noi, Tu che hai ricevuto il giusto premio…, Io che mi trovo ancora nel vortice della vita, Io che pecco per la mia debolezza, ...concedimi, ...aiutami, …fa che io, ...io, ...io…”

Non mi ero mai accorta che anche nella preghiera non facevo che inserire il mio io, un’individualità forte e presente, che si poneva al centro per disegnare la vita e il mondo a suo modo, rivestiva le cose della sua immagine, costruiva castelli, città, e sempre aggiungeva e modificava, Così avevano fatto tutti, lasciando imponenti segni della loro inquietudine. L’ordine assoluto del mondo lo avrebbe colto solo il non io, con la rinuncia alla sua volontà. Sotto la pioggia avrei voluto avere scarpe di bambagia e figura eterea, avrei voluto riscattare la mia colpa e quella degli altri, rendendomi non io.

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