Servizi
Contatti

Eventi


Elisa Lizzi

Una giornata tipo

In quella giornata mi mossi, mi trovai a fare il giro del quartiere, incontrai persone, parlai, seguivo uno schema normale di comportamento, ero simile alla gente che viveva intorno a me, non mi trovavo diversa, e penso che anche gli altri mi accettassero volentieri vedendomi affine... Sembrava che la vita l’avessimo tutti in pugno, svelata nelle sue piccole cose e priva di segreti.

Di primo mattino andai a trovare un’amica malata e depressa; non si sapeva se fosse indebolita dalle magagne fisiche, o fosse talmente infelice da vedersi addosso una serie di deformità che solo lei scopriva e vedeva. Pallida e gialla, si era allettata e non si sapeva come ridarle vigore e neppure su quale organo mettere le mani; Noi all’intorno, me compresa, facevamo un gran baccano con i nostri racconti appositamente trionfali; pensavamo di rianimare la malata con le risate e i facili auguri, mentre lei ci guardava con occhi di cane bastonato e avvilito. Lei sarebbe guarita tra breve, avrebbe riso con noi dei disturbi che si sentiva e che erano sicuramente lievi, forse immaginari, e con questa augurale panacea la lasciammo felici e contenti. Questo per noi era la missione dell’amico, augurare il bene all’altro e risolvere con le formule di speranza i problemi della vita.

Davanti ad un istituto scolastico fui sorpresa dalla ressa che facevano i genitori e dal loro vocio mentre attendevano i bambini, con esclamazioni ed acclamazioni di gioia ad ogni gruppo che varcava l’uscita: Fui coinvolta dallo spettacolo di slanci ed orgoglio con cui si aspettava il proprio figlio; le mamme parlavano anche del loro futuro, abbozzavano d’un lampo percorsi felici e gloriosi. Chi vedeva nel bambino delicato un futuro da artista, chi valutava i piccoli disegni forme di ingegneria in miniatura, chi scambiava la vivacità con i segni augurali di una brillante carriera politica, naturalmente con un fiume di bontà, bravura, generosità.. Partecipai anch’io volentieri a questo scambio di progetti che mi facevano balenare l’idea di un mondo felice in mano ai bambini cresciuti di domani. Bisognava per forza credere a tale idillio, ad una storia che procede di bene in meglio e ad una somma di intelligenze senza più punti oscuri.

Incontrai un vecchio e me lo trovai quasi dirimpetto che arrancava lentamente sul mio stesso marciapiede; gli concessi il passo e lui notò il mio rispetto rivolgendomi qualche parola. Era un uomo novantenne che stava tornando a casa con il piccolo fagotto della spesa; si storceva tutto sul suo bastone, con una figuretta stramba di bambino rattrappito che mi guardava dal basso verso l’alto; si vedeva che aveva l’affanno e non era contento delle sue gambe deboli, si lamentava tra sé e voleva farmi sentire i suoi improperi alla vecchiaia. Anche altri si fermarono con me e cominciò un vociante tramestio di incoraggiamenti augurali, veri applausi all’ultima età della vita, sosta serena, avventura spirituale, eterna uscita dagli assalti del tempo; il vecchio finì di lamentarsi, ci guardò questa volta in modo luminoso, come se dovesse vivere una vita da eterno Olimpo.

Fu una giornata tipo, o forse la radice quadrata di tutte la mie giornate, tolte le particolarità di ciascuna, una comune giornata elevata alla potenza per il numero complessivo; in fondo il viaggio ricominciava daccapo ogni giorno; nonostante l’apparenza della novità; era una commedia dal ritmo giocoso , un’operetta e un balletto cadenzato, il più possibile senza scosse e bruschi movimenti, tutto impostato sull’adagio, o adagio brillante. Era una commedia falsa, puro ritmo e gioco, piacere del movimento, godimento vitale senza perché, con i sogni della favola sempre risorgente. C’erano reucci ed eroi in questa favola, miraggi di felicità per tutti, possibilità di vita eterna, soluzioni allettanti dietro le peripezie. Non c’era il fondo amaro della commedia, quello della realtà dietro le illusioni, sempre sospes, ma pronto a scattare alla ribalta per bloccare le imprese dell’eroe.

Tornai indietro per incontrare di nuovo la mia amica malata, i bambini all’uscita dalla scuola, la figuretta stramba di vecchio novantenne che forse ancora si trascinava lentamente lungo il marciapiede.

Volevo imprimere al secondo incontro un nuovo registro, tutto opposto, per bilanciare il falso entusiasmo della prima parte della giornata, aggiungendo alla favola la morale, all’emozione illusoria la giusta dose di riflessione.

Non sapevo come esprimermi per non essere brusca e sgradevole; inventai un gioco serio in cui c’era la realtà accanto al sogno, facendoli convivere come due fratelli, Parlai di una persona malata che tuttavia riceveva il conforto del sole, del vento tiepido, degli uccelli che si posavano sul davanzale, degli amici generosi che la amavano fortemente; tanto era l’amore che lei trovava intorno a sé, mai sospettato prima, che non temette di finire i suoi giorni, come un abbraccio alla fonte del bene che aveva solo assaporato.

Feci appena in tempo a fermare il gruppo di genitori ancora vocianti sull’avvenire dei figli bambini; non mi opposi ai loro progetti, come si poteva dir male di tanti angioletti con gli occhi limpidi che si muovevano leggeri come farfalle! Volli solo aggiungere la mia idea alla loro. Prospettai un tempo antico, da favola, in cui i bimbi erano belli e candidi, erano il conforto e il sogno dei padri e delle madri che vedevano un futuro rosa e fiori, certo migliore del presente. Ma la storia non andò avanti in felicità, si inceppò e prese altre direzioni, travolgendo nella sue maglie quei bambini cresciuti. La società non fu la nuova mamma che li proteggeva, ma una vera mezzana dalle arti subdole; questa meretrice astuta, dalle molte menti, sapeva trascinarli per gli infiniti luoghi del suo immaginario; riproduceva se stessa tramite loro, allargando i brutti tentacoli; non ci furono né buoni artisti, né buoni e valenti politici o professionisti, per quei bambini cresciuti ci fu un mondo alla rovescia, come nessuno si era augurato I genitori però non lo seppero mai, essi seguitarono a percorrere il loro sogno e ad aggiornarlo sempre secondo ipotesi risorgenti di felicità. Non so se non vollero dissipare quel velo intessuto per i loro bambini, cullando le loro consuete immagini, o se in quel velo si avvolsero sempre più per evitare il freddo gelido del mondo.

Quanto al vecchio, dovevo necessariamente inventare una storia serena, non potevo, fragile com’era, parlargli della morte, l’unica vera e probabile realtà della vita di un novantenne; io gliela vedevo alle spalle, pronta a torcergli il capello fatale con un’agilità indolore, ma lui sembrava aver piacere solo dei complimenti e degli auguri, non mi sembrava che facesse il calcolo delle probabilità, né che conoscesse una qualche mappa della vita. Gli parlai figurato dell’emigrazione nelle sue varie forme: c’era chi emigrava in America, e lui doveva saperne qualcosa di Italiani in America, chi emigrava perfino in altre regioni d’Italia e d’ Europa, si pensava anche di emigrare sulla Luna; ognuno poi, dopo varie esperienze, finiva per emigrare nell’aldilà; si trattava sempre di ricerca di nuove sistemazioni, l’uomo voleva tentarle tutte fino a quella ultima, forse la migliore.

Il vecchio mi guardava confuso, forse ripensava ai suoi vari spostamenti e alle regioni che aveva visitato per lavoro o altro, non riusciva a districare i vari sensi della parabola, ma era soddisfatto di dover avere ancora altre esperienze di migrazione.

autore
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza