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Elisa Lizzi
da Punto di Vista, n. 30/2001, p. 256

Una risposta preordinata

Nella panca dell’ambulatorio Gina aspettava il suo turno, tenendosi sulle ginocchia le cartelle e i certificati clinici. Accanto a lei altre anziane rimanevano con lo sguardo fisso alla parete senza scambiarsi mai parola. C’era una vecchietta che guardava inespressiva lo stesso punto, un’altra non controllava il tremolio di una mano agitata, un’altra piangeva ricordando la sua mamma. Lei non era in quelle condizioni: oltre al bel vestito aveva un bell’incarnato, un’ampia e bianca fronte, delle mani piccole e regolari, non aveva nessuna apparente deformità fisica ed era ancora molto lucida. Con quel vestito e quell’aspetto illusoriamente florido non sarebbe riuscita a convincere i medici, neppure se l’avesse gridato.

Eppure era inquieta ed insicura. Ormai l’equilibrio, con cui era solita ricercare le ragioni delle vicende, si era rotto, pensava che i casi della vita fossero preordinati e che la fortuna non l’assistesse. Era molto cambiata negli ultimi tempi; ripensava a quando, ancora bambina, guardava certi signori, dirimpetto alla sua casa, che si godevano l’ombra e gli inchini dei loro servitori.

Fu tutto un ricordo quella sosta sulla panca d’attesa, che la estraniava dagli altri, dalle cose intorno e perfino da me. In quel passato energico di ragazza, lei decise di darsi da fare per migliorare la sua vita e sentì che poteva farcela. Non le rimase che fuggire quando poteva di casa per andare da una sarta del vicinato ad apprendere il mestiere. A furia di lena e costanza era riuscita a sollevarsi dalla condizione contadina per entrare in quella migliore degli artigiani. Insieme a suo marito aveva accumulato un certo patrimonio ed era contenta di ascriverlo al suo saper fare e alla sua intelligenza. Il modello di sé la portava a martellare con giudizi critici impietosi quelli che nel cammino della vita erano rimasti indietro, cercando da parte sua di trovarsi con quelli che avanzavano audacemente.

Ma da quando quella malattia cavernosa, che si era introdotta tra l’udito e la mente, la teneva chiusa in sé e nei suoi foschi pensieri senza poter scrollarsela di dosso, aveva cominciato ad avvertire qualcosa di incognito e non svelato nella sua vita e in tutte le vite. In fondo l’estenuante lavoro di tanti anni aveva indurito i suoi muscoli, senza mai condurla all’agognato godimento dei suoi vicini. Ne aveva risentito anche la sua anima, spossata dalla lotta e dolorosamente ripiegata. Capì non solo che il suo punto di partenza era troppo basso per appianare quel divario, ma che ogni situazione era decisa dal destino che se la rideva delle volontà personali.

Quando udì il suo nome ed entrò nell’ambulatorio, non le sfuggì la vista di un medico freddo ed apatico, di un’infermiera dalle mani tozze da contadina e certe maniere frettolose di osservare le cartelle come una ritualità doverosa. Io la vidi pensierosa e, conoscendola, capii che tra se’ andava rivolgendo i soliti increduli discorsi sulla vita e sulla sorte. Rispose alle domande e seguì con una certa ironica curiosità le operazioni del dottore che andava riempiendo le pagine di un questionario, in parte scrivendo, in parte barrando numeri e simboli. Seguì la mano che scriveva la sua data di nascita 12 ottobre 1917, arcuando la penna ora a sinistra ora a destra, addensando in poco spazio punti, cerchi , volute. Con un taglio da sinistra a destra sul numero sette, l’iscrizione natale fu completa ed ora faceva bella posa sul foglio, come unica espressione tra croci e linee.

Quello che mi rivelò all’uscita fu incredibile e spiegò la sorniona disattenzione con cui aveva partecipato ad una vicenda, che pure doveva coronare tutto un’iter burocratico; lei, da donnetta del popolo, si era già fatta sapiente osservatrice, ma ora si scopriva una mistica iniziata alle visioni ultime dell’universo.

In quell’arabesco nero, tornito ed ondulato si era persa, vedendovi racchiuso il mistero della sua vita che si era andato man mano svelando, ma conservava chiuso ed impervio ancora il massimo interrogativo. Aveva visto la sua Bilancia ruotare nel circuito planetario insieme con la Vergine, il segno di suo marito, aveva attribuito all’una una sapienza consapevole e sofferta, all’altra un candore semplice, simile a quello di un bambino che disarma grandi e potenti e tutto ottiene. Così credette di interpretare il significato delle due stelle, ma molto al di là rimaneva oscuro, mentre seguiva con l’immaginazione il movimento radiale dei cieli che, alla pari delle volute delle cifre, avevano segnato la sua posizione nel mondo.

 

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