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Elisa Lizzi

Una terra nel mondo

Ci eravamo allontanati parecchio, lasciandoci dietro le nostre sventure; proprio queste ci avevano ispirato la partenza alla ricerca di un’altra terra che potesse darci quiete e dimenticanza. Ci doveva pur essere un luogo apposta per noi, senza orrori, tempeste, punizioni! I dolori degli ultimi tempi sembrava che alludessero ad una colpa da espiare, sottile e recondita, al di là della nostra possibilità di cognizione, una di quelle colpe avvertite e mai rivelate, quasi tutt’uno col nostro esistere,di cui solo il mistero religioso si fa portavoce. La partenza, quindi, doveva essere un pellegrinaggio di fatica per purificarci. La terra che calpestavamo sarebbe stata nostra buona guida: essa ci aveva dato segnali di disapprovazione, essa ci avrebbe illuminato, con i suoi segni, sulle vie da percorrere fino al finale compimento; essa, finalmente placata, ci avrebbe indicato il luogo del nostro riposo.

Ecco eravamo giunti in un luogo collinare su cui cominciavamo un’erta arrampicata, ormai affannati e privi di lena, ma una voce ci chiamò verso una striscia di terra che balenava tra le altre, come chiamandoci in soccorso. Essa, coperta di sterpi, esprimeva il desiderio di essere dissodata per comparire alla pari della altre, riacquistando il suo abito ornato. Così disadorno, questo angolo del mondo sembrava che avesse patito come noi e fosse in attesa del suo liberatorio momento di vitalità.

Chi aveva potuto condannare all’abbandono tali creature, privandoli dei loro diritti alla vita, punendole sotto una fitta coltre di malefiche sterpaglie? Ma anche per loro sembrava arrivato il tempo del riscatto con il nostro arrivo; insieme avremmo ripreso il gusto della vita, rinfrancati e leggeri dopo tanta umiliazione. Attrazione, sopore, una stanchezza che intorpidiva le membra erano i segni della fine del viaggio, in un angolo del mondo che ci invitava a fermarci perché aveva bisogno di noi. Posammo le nostre cose e ci mettemmo in ascolto per essere sicuri che la voce segreta partisse proprio dalle viscere di quel seno recondito e mi sembrò sempre di più che un cuore palpitasse di sotto, il cuore del mondo, quello che metteva in moto i meccanismi della vita, che dava affanni e gioie, creando il ritmo dinamico. Alle nostre spalle si avvistava la cortina dei monti, ai nostri piedi i colli si congiungevano con una pianura che si dilatava all’unisono con la mia fantasia, e poi la distesa infinita del mare a perdita d’occhio. L’ampiezza dello spazio mi ispirò, di rimbalzo, l’ampiezza del tempo e pensai di essere diletta agli dei, beneficata da loro.

In primavera la terra lavorata cominciò a risponderci con entusiasmo riempiendosi di bacche, e poi fiori e poi frutti a rotazione; le varietà erano state mescolate, perciò non c’era tratto che, esaurita la fioritura, apparisse brullo. Anche i caprioli del vicino parco sconfinavano da noi e se ne partivano sazi e soddisfatti.. Cominciarono ad affacciarsi i vicini, guardavano, chiedevano e io a ciascuno raccontavo la mia semplice storia:” Veniamo da una terra distante da qui, stretta tra i monti, brulla e poco felice; dei segni ci hanno sollecitato a partire, dei segni ci hanno invitato a fermarci, indicandoci la volontà divina.” Ad uno che, ascoltata la storia, se ne stava stupito senza replicare, mi misi a lodare la nuova terra offertami senza dubbio da un destino benevolo; anche lui rispondeva alle mie lodi con altrettante e ancora più sensazionali, perché lui, fortunato, abitava questa terra da sempre e non aveva dovuto cercarla al lume di lanterna, incespicando nei labirinti del mondo; lui era stato posato sul verde di un prato che sarebbe stato suo, avrebbe creato la sua struttura e la sua fantasia, avrebbe risposto alle sue domande senza bisogno di andarle a gridare per ogni dove. Gli chiesi se sentiva queste voci che emanavano dal profondo, che cosa aveva potuto apprendere, forse possedeva il vero sapere, quello che ci fa sostare beati e arresta la ricerca; qui lo spazio e il tempo sembravano infiniti, infinita la rotazione dei raccolti e della fioritura, il mio spirito, bloccato dalle nevi dei monti, vi aveva trovato respiro. Il vicino continuava a guardarmi stupito, non capiva tanto mio affanno a fare confronti, interrogare, osservare le cose cercando ciò che sfuggiva; per lui bastava quel suo sguardo sornione ad abbracciare il suo mondo e possederlo.

Un giorno i campi intorno si adornarono a festa, vennero appesi svolazzi e festoni, vennero riempiti per ogni dove canestri di fiori e frutti, vennero bardati vivacemente anche gli animali; poi si riunirono folle di contadini, si sentirono canti con musiche e danze; fu chiaro che si trattava di culto e religione, così si ringraziava la divinità del bene che concedeva, così si chiedeva ancora bene per il presente e il futuro. Il mio campo appariva spoglio tra tanta dovizia, senza canti, né preghiere, mio padre si diede a ricordare qualche antica formula e l’andava farfugliando; io mi rammentai che anche là, nel paese tra i monti, eravamo usati festeggiare i nostri santi perché ci proteggessero, noi e i nostri campi,. anche noi rivestivamo le strade di drappi e fiori e cantavamo. Io non possedevo più alcuna religione, perché l’antica l’avevo dimenticata e quella dei nuovi vicini non la conoscevo.

Mio padre cominciò a recitare scongiuri, si sentiva abbandonato e senza fede; qui la gente aveva i propri santi, noi a chi avremmo rivolto le nostre voci supplichevoli? Io lì per lì mi sentii rassicurata; ripensai alla voce misteriosa, certo la voce di un Dio, che ci aveva tanto beneficato; il mio era un Dio più antico del loro, era quello che si avvertiva senza parole e si amava senza ricorrere alle formule, era antico quanto la terra e si faceva conoscere con forme di afflato profondo, proprio come era successo a me. Mi sdraiai sul verde, mi assopii tra gli alberi, accarezzai terra, piante, perfino i rovi e tutto mi sembrò clemente e concorde con me.

Ma un’impotenza cominciò a pervadermi, la sosta qui cominciò apparirmi come un abbaglio, una risposta dei sensi e della stanchezza. Dappertutto la gente temeva il mistero, quella terra arida e traballante sotto di noi, quel cielo vuoto e mutevole al di sopra, gli assegnava un nome, lo riveriva e si univa collettivamente per cercare il suo amore; cosa significava tale sfavillio di suoni che vedevo per i campi all’intorno, tale arte sempre più perfezionata, una vera sospensione della mente, un abbandono fervido e sconnesso del cuore, se non la magia per cogliere la profonda armonia del mondo e possederla con sommo amore? Bisognava essere uniti per far si che il miracolo si avverasse e lasciasse le sue orme benevole per un anno intero.

Mi sentii distante dall’azione collettiva di vicini, già da un pezzo cercavo il mio personale destino dentro quello comune che affiliava le creature del mondo; mi ero messa in viaggio come un uomo antico che si recava a Delfi per interrogare il Dio, o altri in forma moderna che avevano cercato una città per loro; la ricerca era sempre la stessa, quella di un luogo e di una forma dell’esistere che fosse concessa; una faticosa espiazione, come se la terra non ci accettasse e vedesse ogni moto come un fallo. Non c’era riposo nel pellegrinaggio bisognava ogni volta ripartire; qualcuno, mi avevano raccontato, era riuscito dopo tanto ad approdare alla terra votiva, ne aveva ricevuto forti segni, una folgorazione, un vero inizio-fine.

Mi rimisi in viaggio, trascinandomi dietro il vecchio padre; lui sarebbe rimasto volentieri sui colli faticosamente cercati, si era affezionato alle piante e al ritmo dei raccolti; si era messo ad orecchiare i canti liturgici che gli parevano simili ai suoi, quelli del suo paese e già ne imitava la nenia. Me lo trascinai dietro scontento e affannato, del resto ero scontenta e affannata anch’io, rincorrendo la caverna dove avrei letto il divino responso.

 
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