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Elisa Lizzi

Autenticità nello spazio comico del personaggio di don Abbondio

Manzoni, visto come tipico rappresentante dell’impegno culturale romantico, esprimerebbe, secondo la voce della critica,  una tensione costruttiva in tutti i campi del vivere politico, sociale e soprattutto religioso, dal momento che la religione doveva fornire il supporto alla nuova società che si stava costruendo.

In verità si è fatta strada una visione più pessimistica anche della sua opera matura, sottolineando la figura misteriosa  della provvidenza come  Deus absconditus, il drammatico rapporto personale dell’uomo con la storia, la sfiducia nella attività politica e nell’agire sociale. A questo punto mi pare che i personaggi del romanzo si dispongano in una scala gerarchica che, partendo dagli illustri rappresentanti del mondo istituzionale, si concentra in verità su quelli, per così dire liberi ed autentici.

Al primo posto si collocano i signorotti locali e tutti gli esponenti del potere politico e religioso, al centro la figura sublime del cardinale Borromeo e, nella zona più intima e confacente alla ricerca dell’autore, le due figure, diversamente connotate di fra’ Cristoforo e don Abbondio. La figura del Cardinale può veramente fungere da cerniera tra i due gruppi, anche perché è trattata nel romanzo idealisticamente, riposta in una dimensione di santità  astorica sublimata, come rivela l’edificante agiografia.

Fra’ Cristoforo è il primo dei personaggi dall’umanità autentica, che percorre tutti i gradini della scala sociale nella sua esperienza quotidiana di vita, ma è esente dalla logica formale delle classi e delle istituzioni, sceglie lui le forme e i modi dell’impegno, valuta secondo criteri di profonda ed essenziale religiosità, scoprendo che tutte le cose possono essere munda mundis.

Anche don Abbondio merita di porsi in questa zona appartata del romanzo, al di fuori e in comica opposizione col movimento della storia che gli turbina intorno, come il frate denota la stessa opposizione  in chiave tragica. Sotto il velo della comicità egli cela la simpatia dell’autore, che non ha potuto  presentare come personaggio positivo ed esemplare un povero curato ai margini della storia, sebbene a lui risulti congeniale. Manzoni, in tal modo, distacca il personaggio dallo spazio delle sue convinzioni pubbliche, per collocarlo, con tutte le cautele del pudore, in una zona dove meglio può risaltare l’autenticità dell’uomo.

Don Abbondio accetta la società e le sue forme solo come male minore, come forma di sopravvivenza e di difesa; per questo ha scelto l’unica funzione che permette a lui, povero ed indifeso, di tutelarsi dai problemi esterni ma, nel contempo di coltivare il suo io interiore,  libero e critico. Certo, spesso rimane irretito nelle maglie delle istituzioni sociali, per giunta arbitrarie, ma, proprio in questo appare personaggio moderno, che anela ad uscire dalle forme,  accettate per necessità. In lui è prevalente la pars destruens, il giudizio critico, nelle varie forme della comicità, alla struttura della Chiesa, mai accettata con  convinzione, alla cavillosità del diritto e della politica, all’impegno sociale e all’attivismo dell’uomo che, a suo parere, si disperde in cose futili ed è usurato dalla smania di vivere. Respinge Renzo e gli si mostra ostile,  nella convinzione che anche il matrimonio dei due giovani  sia una forma di dipendenza dalle leggi della natura, da cui bisognerebbe affrancarsi per vivere meglio.

Certo Manzoni non gli affida una parte importante e dimostrativa, lo rende goffo e bizzarro, quasi agisse per indolenza e semplice egoismo, ma, nel suo mondo chiuso ed ovattato, egli giunge a cogliere i problemi dell’esistenza, usurata dalle leggi prime della natura e da quelle secondarie dell’etica sociale. E’ un individuo solitario e scettico, si esprime meglio nel soliloquio, in cui il suo pensiero fluisce liberamente e il viaggio della mente non è coordinato dalle forme codificate .

A distanza la sua controfigura letteraria è Zeno Cosini , a cui può essere appaiato per analogie di sapiente comicità .Don Abbondio, come Zeno, non si affeziona alla vita così come è strutturata, e forse neppure alla vita in sé, è sempre sulla difensiva, che gli pare l’arma migliore per durare di più, senza rischi. Augusta e Perpetua svolgono nei loro confronti un’azione di difesa e protezione materna, come si fa con i deboli, sforniti degli strumenti del saper vivere. In verità questi deboli si sostengono  con strumenti del tutto personali ed individuali: distacco, apatia, stupore costituiscono forme di superiore lucidità, di puro senso critico, mai coinvolto nella realtà esistente, sempre dubbioso e bizzarramente interrogativo sullo spettacolo della vita altrui.

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