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Elisa Lizzi

Il romanzo e la vita

Che la scrittura poetica costituisca  un’espressione alternativa all’esistenza, capace di appianare nelle sue dinamiche dimensioni i problemi della realtà, è ampiamente dimostrato nel romanzo di Umberto Eco, “L’isola del giorno prima”, in cui il protagonista, costruendo il suo romanzo, trova una spiegazione alla sua vicenda e una conclusione gratificante.

 La creatività dell’arte si impone come espressione necessaria  all’uomo, per il potere dilatante, che permette di oltrepassare il reale offrendone il fondamento interpretativo. La creazione di illusioni non oblia le leggi del percorso terrestre, ma, indirizzando il  viaggio verso luoghi di straniamento,  penetra i segreti del mondo. La stessa magia della parola, nel suo corpo autonomo, senza vincoli operativi e logici, nel puro impasto di suoni e segni, crea catene metaforiche e moltiplicate immagini del mondo.

Roberto,  il protagonista, apprende le meraviglie del “Cannocchiale aristotelico” del padre Emanuele, macchina costruttiva di  “illimitati possibili” ed alchimie verbali, attraverso cui  si apre e dinamicamente si compone un numero infinito di enunciati e  di prospettive mentali. Compiuto il processo di formazione, attinge in proprio  gli strumenti dell’invenzione, sfruttandone le possibilità illusionistiche.

“L’isola del giorno prima”,  in un racconto di vicende che sollecitano  la formazione dell’eroe, non ha una collocazione letteraria definita, attraversando i caratteri di ogni forma narrativa, a cominciare  da quella omerica. L’eroismo  dell’eroe omerico, uomo bifronte, che ora sceglie di affrontare il destino in un incontro diretto con la morte, ora dilaziona il momento fatale, cercando di portare a conoscenza i sensi della simbolica fantasmagoria della natura, viene  ridimensionato in un’ottica storica.

 La guerra  del Monferrato perde il suo valore aristocratico e nobile di fronte ai nuovi strumenti politici e cortigiani del successo, anzi viene narrata con una  tecnica erosiva e disincantata che ricorda le pagine manzoniane. L’avventura marittima viene storicizzata intorno al problema della  longitudine e del punto fisso, finalità conoscitiva che scatena conflitti di competizione politica e  dibattito religioso.

Soprattutto il romanzo  presenta se stesso nel farsi, mette a nudo le tecniche della scrittura, le maschere del narratore, le motivazioni di base; lo studio del romanzo è lo studio in senso più ampio della forma delle forme, luogo di invenzione e condensazione poetica, matrice di tutto il linguaggio dell’arte. Assistiamo, attraverso gli aneliti della vita cosciente, al lento aprirsi dell’idea, che porterà l’eroe  a spogliarsi dei condizionamenti storici per attingere l’isola felice,  abbraccio con l’assoluta femminilità della Natura.

Come non ricordare le isole felici descritte da altri autori come Omero, Orazio, Shakespeare, Pirandello, sempre connotate da innocenza e naturalità. L’isola di Eco porta già nel titolo tali connotazioni, come se, valicando il primo mitico meridiano, potesse azzerarsi, nella culla di una favolosa beatitudine, la storia, pregna di passione e dolore. Il tema del dolore, motivato teologicamente dalla vicenda del Cristo, si risolve in una forma di misticismo naturale tutt’uno con un pacato abbandono. La Natura con le sue mitiche creature, come la Colomba Color Arancio, svela il suo volto più bello, un’eterna giovinezza creativa avulsa dai dilemmi  della colpa e del dolore Ad essa, spazio protetto fuori della storia, ci si affida come ad un grande corpo che ci attira e rigenera, una dolce culla ed urna. Il personaggio vi si affida  non diversamente dall’eroe dantesco, finalmente rasserenato nel movimento sidereo dei cieli.

La favola del regno felice non dimentica la patria d’origine e ne sottende per opposizione i problemi: le necessità  della storia, un’inquieta dialettica di attrito, una volontà individualistica che lacera il tessuto affettivo e sociale. A grande distanza si può rintracciare la stessa carica conoscitivo-creativa nella favola di Aristofane, che crea tra le nubi il mondo felice degli uccelli,  per riflettere  sulle imperfezioni del mondo degli uomini.

Nel “Nome della rosa” il luogo dell’aspirazione idealizzante è la biblioteca, spazio circoscritto del monastero,  ma  infinito della cultura, arca segreta del riso dionisiaco,  momento liberatorio,  di profonda e piena vitalità, opposto alla dimensione storica normativa. Idea segreta, chiusa nel cuore del monastero medievale e  velata dalla cultura successiva, razionalistica o didascalica, ma sempre riemergente nell’attività creativa  dell’uomo.

Nell’Isola del giorno prima, quindi, Umberto Eco, accanto alla fabula sviluppa un microsaggio di estetica in cui, come negli articoli saggistici, mostra di non perdere la fede nella poesia e nella sua funzione fondante. Di fronte alle opinioni di tramonto dell’arte del nostro tempo, sembra volersi ricollegare a quelle nozioni romantiche che da noi, in ritardo rispetto all’Oriente,  indicavano creazione e rivelazione come le prerogative del linguaggio poetico.

 
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