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Elisa Lizzi

L'inferno nella letteratura

E’ incredibile quanta parte dell’oltretomba dantesco, e soprattutto della simbologia infernale, si sia riversata non solo nell’immaginario collettivo, ma nella produzione letteraria. Il progresso scientifico e tecnologico ha operato in modo tale da portare allo sguardo dell’osservatore attento e sensibile immagini di tipo infernale.

La tecnologia ha portato alla ribalta la materia, annullando lo spirito, considerato mera ipotesi della filosofia precedente, o espressione della struttura fisiologica dell’uomo ai livelli più raffinati.I saperi di base, fisica e chimica, con i loro modelli di pensiero meccanicistico ed organicistico, padroneggiano la realtà cognitiva, fornendo il sostrato per la medicina e le scienze umane, col presupposto di migliorare la vita dell’uomo in armonia con l’ambiente. Un universo materiale con le sue leggi verificabili e le sue necessità teorico-scientifiche attornia l’uomo, aggredendo la sua identità interiore e le sue misteriose finalità.

Ecco allora insorgere la lucidità scettica ed incredula di Diderot e Voltaire di fronte a scoperte che minano ogni umanistico entusiasmo. Leopardi non trova neppure logica la costruzione del mondo fondata su un creazionismo negatico, sull’iter dal nulla al nulla. La Natura, interrogata dall’uomo, rivela una teoria irrazionale ed incomprensibile; l’uomo, tra stupore ed affanno, traduce nel suo verbo il risultato di quell’incontro. Non una serie di principi emanano da esso, teorie e principi sarebbero strumenti di comprensione e dominio, ma un’amara e stupita rivelazione sullo stato del mondo, cui poco si attagliano le fiducie del binomio progresso-scienza. Subentra l’immagine della vita come “stato depresso, voragine, condizione di dolore compenetrato con la globalità cosmica; la dura e secca realtà senza illusioni fa preferire la condizione dopo la morte.

Zola, nell’universo dei nuovi saperi, cerca appigli per la salute dell’uomo, ma tra le increspature del suo pensiero balugina la negatività fatale della materia, nella continua azione corrosiva e disgregatrice delle forme della vita. Con Zola l’inferno si impone nella realtà terrestre, come, d’altro canto, contemporaneamente nei “Fiori del male” dei poeti simbolisti. La stessa terminologia letteraria declina lungo i versanti del male e della morte, senza possibilità di elevazione e riscatto. Né i viaggi nell’ottimismo scientifico, né quelli in luoghi esotici alternativi valgono a sanare la purulenza delle condizioni terrestri in cui l’uomo si aggira. L’ammazzatoio, La bestia umana, Il ventre di Parigi, romanzi di Zola, già dal titolo indicano l’abbassamento del livello di vita, tutto risolto su impulsi bestiali, sul ventre e sul senso. Il ventre rappresenta il ciclo materiale fisiologico della vita, il corpo-macchina in cui avvengono le reazioni degli elementi vitali; la macchina stessa, come veicolo di circolazione, o strumento di lavoro nella fabbrica, si modella sulla struttura umana nel suo ciclo di alimentazione e consumo di energia. L’intera città è somma di ventri, anzi unico grande ventre che consuma, produce energia e movimento. Riappare la teoria degli umori nella struttura e nella caratteriologia: bellezza, secchezza, serenità, asprezza sono le reazioni del laboratorio corporeo visibili e influenti socialmente. All’istinto di conservazione si associa la tensione verso la morte, due leggi ed inclinazioni della materia, e con esse bestialità, tare, malattie, tutta la fragilità della condizione terrestre ridotta a pura materialità; a nulla valgono i propositi di ordine e buon senso per il funzionamento della fabbrica sociale ed individuale; la materia corre verso la morte: vizi e smodatezza, il lavoro stesso del ventre, l’azione dell’acquavite e dei grassi la corrodono, proiettandola verso la disgregazione. Il ventre è, in definitiva, un ammazzatoio; intorno ad esso ferve tutta la struttura sociale, in apparenza fabbrica e progresso, in effetti servizio richiesto dalla bestialità, strumento di morte e violenza.

Non esistono sentimenti umani, ma solo reazioni di forme materiali a contatto tra loro, senza sublimità e salvezza. Lantier prova per la locomotiva che guida le stesse sensazioni che riversa sulle persone, anch’esse mera oggettualità con cui scontrarsi e, si tratta di materia che annulla e distrugge altra materia, come le erbe per estendersi devono soffocare le altre intorno, e gli impulsi brutali non sono passibili di giudizio morale, in quanto avulsi dalla coscienza e da interiori criteri di scelta.

E’ la città il luogo dell’inferno, come se il trapasso epocale, con la caotica urbanizzazione e la struttura industriale, avessero fatto esplodere una brutalità prima dominata e catartizzata. Da una dimensione mitica roussoviana , con i suoi dei e valori in un mondo spiritualizzato, si passava ad una condizione dura e circoscritta in un vuoto di ideali di cui Zola era profeta. L’inferno della città moderna, con l’esplodere delle masse, il disordine dei sensi, la violenza, viene descritta da Zola con espressionismo tipico delle bolge dantesche; i dannati dell’aldilà si agitano e si muovono come i nuovi dannati delle città, incollati alla loro condizione depressa, incattiviti, deformati. Veniva alla luce il concetto di una natura non più creatrice idillica e benefica, ma ciclo e sistema distruttivo, movimento e dispendio. Quale epoca era più adatta a formulare una nuova visione della vita se non quella della industrializzazione, quando il lavoro non è risarcito dalla madre Natura, in un rapporto interpersonale e finalistico, ma incapsulato nelle rigide formule che mettono al servizio della forza-lavoro le leggi della materia. E’ l’inferno la vera condizione dell’uomo sulla terra, non castigo per le cattive scelte dell’uomo lontano da Dio, ma effettivo stato in universale. Come non ricordare le pietraie delle bolge dantesche, l’atmosfera fosca senza luce, le piaghe, le deformità , la metamorfosi dell’uomo in bestie e piante, la fatale reciproca lacerazione dei dannati spinti dal male. Tale realtà di eterna sofferenza non è eventualità del futuro per un ipotetico uomo che si è allontanato dal bene, è l’unico possibile stato di vita sulla terra; fuori da illusioni e dottrine esaltanti, l’uomo risulta insieme bestia e pianta, ammasso di materia che cresce e poi si deforma con moti di violenza che lo accomunano agli animali della giungla, tra livelli del bosco e sottobosco.

 

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