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Elisa Lizzi

Mondo della terra e mondo delle idee

Oggi, nel nostro secolo, nessuno si muove più dal contesto terreno per affrontare un viaggio verso una dimensione sopraelevata che con la sua stessa presenza, dà slancio, guida gli aneliti umani, illumina le tortuosità della vita; sembra che non ci sia tale opportunità, in un mondo in cui l'umano è diventato troppo umano, forse esclusivamente umano, senza ulteriori risvolti, quelli del sublime, dell'eterno, dell'assoluto. Quando non era ancora avvenuto lo squarcio, di sapore pirandelliano, nel cielo vuoto di presenze, quando quella dimensione era non solo ipotizzata, ma presente ed operante nelle coscienze e ad Oreste non si era sostituito Amleto, da lassù si traeva luce e mete per vivere, si credeva di essere certi dell'origine e dell'approdo, si procedeva con quella eterna immagine olimpica sopra di noi. Perfino l'uomo comune sollevava gli occhi al cielo, ad indicare il luogo delle eterne fiducie, variamente denominato. Certo siamo rassicurati da sostitutive fedi che scienza e tecnica si compiacciono di offrirci, ma i loro risultati, pur i più generali, si esauriscono nel rimescolio della contingenza, sempre parziale e dubbia. Qualche filosofia non ipotizza proprio il cielo vuoto, ma si limita a descriverlo tanto lontano da non risultare più percepibile, come per un imperscrutabile destino; né si sa se e in quale futuro tornerà a rivelarsi nuovamente all'uomo.

In tale condizione, descritta da un tipo di scrittura di sapore sempre più saggistico, non resta che l'esistenza umana, nuda e detritica così come essa si svolge nel mondo, senza illusioni e neppure gistificazioni; la legge del mondo è l'incertezza e la mancanza di senso, nel vuoto della metafisica; il male accanto al bene, e più del bene, non riceve risposte; presenze, assenze, eventi, ideologie sono, forse, il prodotto di quel movimento a vuoto, a cui l'uomo non rinuncia, che in effetti è la vita. Una delle simbologie più espressive della condizione umana, immersa nel male ingiustificato, è la Orano di Camus, afflitta dalla peste, su cui né la scienza, né la fede possono operare per il meglio e trovare delle soluzioni; la città è costretta a chiudersi su se stessa e ad assistere all'orrendo spettacolo di morte, mentre anche il sogno di felicità lontane lascia il posto ad una matura necessaria consapevolezza dell'accettazione della realtà. Orano è la terra, lo stato depresso della vita, senza spiragli, varchi, o possibilità di ascesi verso una zona superiore, fuori della prigione che serra.. Il medico non può essere orgoglioso del suo sapere scientifico, ma solo modestamente impegnarsi per alleviare la sofferenza; il sacerdote assiste impotente e stupito le vittime innocenti; il giovane giornalista vede allontanarsi i sogni di felicità della sua Parigi per immedesimarsi nella chiusa realtà dell'inferno di Orano. Orano è la vera ed unica realtà che l'ha vinta su Parigi e su ogni possibile attesa o prospettiva.

Quanto diversa la visione precedente, con i suoi assoluti, fini e coronamenti del percorso della vita! Una simbologia antitetica al deserto desolato della peste è la montagna incantata che svetta in un limpido cielo, luogo dell'ascesi, offerta da Mann agli uomini desiderosi di spiritualità. L'occasione è la malattia, ostacolo per l'uomo comune e le sue convenzioni sociali, privilegio e stimolo per la ricerca di un'alternativa più elevata. Il lettore segue passo passo la salita del protagonista, attraverso balze innevate fino alla cima che, lontano dalla terra, si perde tra le nuvole, in uno scenario di un'ampiezza pura ed infinita. Nel castello della montagna la vita si ricompone in armonia, con la grazia di una corte e l'idealità di un luogo platonico. Malattia e morte sono superate nella resurrezione della bellezza e dell'armonia. La montagna appare il luogo delle Idee, che solo qui, fuori dal tempo e dalla materialità, possono trovare consistenza e appagare lo sguardo degli ospiti. Accade ai pellegrini della montagna incantata quello che accade al pellegrino Dante, che nel tripudio del paradiso, uscito fuori da se stesso, riconosce stupito quelle sostanze in cui prima aveva potuto soltanto aver fede.

All'eternità della montagna si accede non con i mezzi della teologia, ma con l'aiuto di quelli altrettanto illuminanti dell'arte; si tratta, comunque, di un percorso analogo a quello dei credenti di una fede religiosa, culminante anch'esso in una visione mistica ineffabile e di puro godimento. In un primo stadio di vita della montagna, come in cieli ancora toccati dal cono d'ombra della terra, si assiste alle discussioni di personaggi che riepilogano le due grandi narrazioni, umanistica e mistica, perché qui, in alto l'intelletto può elaborare la sintesi della totale storia dello Spirito in cui convergono i fili della discontinua storia terrestre. All'opera dell'intelletto, che si esprime nel dibattito colto, Mann fa seguire la contemplazione mistica dell'Amore, nell'Empireo della montagna. Il momento culminante dell'apoteosi è una festa corale, scandita da messaggi d'amore in un codice di arcane analogie, di ossimori coincidenti nell'unità. L'idea dell'Amore, quindi, da attesa e tensione terrestre, da credo e professione di fede, perviene a vera realtà d'incanto. La contemplazione della bellezza ideale ricompone in pieno dominio le narrazioni della storia e permette la resurrezione dell'uomo dal dolore e dalla morte. Sempre ritorna l'analogia con la dimensione beata e pacificata del paradiso, con la fede religiosa e la sua elevazione mistica; qui è l'arte che si fa visione, preghiera, percorso inziatico, inno e canto.

La montagna di T. Mann non è il luogo della teologia cristiana, è un luogo di ricerca alternativa alla materialità squallida del reale, simbologia di una perfezione ideale attinta con sussidi estetici. Alla mente di Mann, platonico e prezioso esteta, non riaffiora soltanto l'aldilà della Valchiria del grande predecessore germanico, ma, senza scansioni e diaframmi, in una simultaneità di eterne sostanze, tutti i luoghi del più sostenuto canto poetico, antico e moderno. Delle citazioni colte, ben rimaneggiate, egli si avvale non con il gusto del virtuoso, ma per far consistere l'altezza vertiginosa del suo ideale, per ritrovare, entro spettacoli di sfacelo e tristezza, occasioni di slancio e luce, per assistere al rito della resurrezione, promessa a chi, fornito di una fede, può aprire i duri legami delle leggi della natura e arrivare al godimento di templa serena. Il personaggio tipo dell'opera di T. Mann non si accontenta delle pastoie della grezza realtà, ma ha la capacità e il privilegio di varcarla e di veder compensati i suoi squarci con la rivelazione di spazi ove rifulge l'Idea, come Lucrezio si compiace di opporre a spettacoli di morte i modelli di una divinità beata.

I due romanzi, con le loro evidenti simbologie, attestano visioni opposte della vita e indicano come l'uomo, favorito o condizionato dalla sua storia e dal suo tempo, possa chiudersi entro limiti duri di un'esistenza arida e brulla, o possa iniziare un'ascesi verso zone di luce ideale.

 
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