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Elisa Lizzi

Padri e figli: mito e letteratura

Alla vicenda di Edipo fa da pendant, in un'interpretazione psicologica a distanza, la biografia inquietante di alcuni intellettuali dell'ultimo secolo e delle loro controfigure nei romanzi. Si tratta di storie che mettono a fuoco la disperata ricerca di autonomia, il disagio, l'intolleranza verso l'ingombrante figura paterna, col presupposto di realizzare se stessi in libertà.

In verità la cultura greca, sia epica che tragica, e l'eroe stesso sofocleo non fanno che ribadire l'importanza dei valori primi, non scritti ma interiorizzati ab aeterno nella coscienza, promossi dal genos e accreditati dalla fede divina; i principi affettivi si evolvono in valori morali e si espandono dall'ambito familiare, alla patria, al destino metafisico. E' nell'età contemporanea che esplode il conflitto tra generazioni, su un tessuto via via critico nelle sue istanze sociali e morali. Il ribaltamento dell'autorità, i sogni di libertà, nel mondo antico, sono esposti e contemporaneamente catartizzati dallo spirito comico, momento di evasione che non incrina l'esistenza dei valori e delle fedi collettive. Anche nella cultura successiva, la letteratura parodica si offre al pubblico come pausa giocosa e non pratica esistenziale. Nel nostro secolo, con avvisaglie già precedenti, si assiste al fenomeno della divergenza tra padri e figli, fenomeno che matura nel corso degli anni, in concomitanza con tante altre forme di dissociazione nei vari livelli di vita.

I padri dell'Ottocento appartenevano a quella borghesia costruttiva ed espansiva che non aveva ancora intaccato la morale tradizionale, all'interno della quale svolgevano il loro percorso di formazione. In una forma di quadratura del cerchio, i fini nuovi del profitto e dell'affermazione sociale convivevano con quelli autoritari e morali riassunti nella sacra triade famiglia, patria, Dio La vita si conduce all'interno di strutture ancora condivise e certe, il tessuto resta omogeneo e convergente. Con i figli si apre un passaggio epocale, la crisi dell'organico mondo borghese, delle sue fiducie e certezze; i figli, quelli reali e quelli descritti dalla letteratura, sono meno attivi ed intraprendenti, più istruiti, più problematici ed inquieti. Se il disorientamento è mascherato, apparentemente risolto nella fase degli eventi bellici, in cui la società nazionale ritrova forme di compattezza e idealità, con la pace, il riconquistato benessere, l'ampliamento storico e il confronto delle ideologie, emergono le pieghe di un retroterra disorganico ed irrazionale, molto simile al sottosuolo dell'omonimo romanzo di Dostoevskij. La corrosione, frutto dell'istruzione non suffragata da impegno e motivazioni ideali, scava nella fysis, intesa come dimensione di incontrollata autenticità, a scapito delle leggi della vita cosciente. Corrosione e senso critico producono inettitudine e debolezza, sia della volontà che della fede. I figli della narrativa novecentesca, da Pirandello a Gadda a Berto, si muovono in un quadro di patologie e in un paesaggio di macerie, spirituali più che materiali.

Su tale dimensione corrosa e lacerata si abbatte l'opera di formazione dei mezzi di comunicazione sociale; si tratta di una formazione consumistica ed industriale, che attecchisce su un'umanità labile e priva di adeguati strumenti culturali di sostegno; le paralogie comunicative agiscono su una natura umana regredita ad un livello primo, non per innocenza ma per disordine e sfrenato individualismo. I figli odierni, quindi, deboli e meno consapevoli, escono dalla tutela familiare per entrare in un'altra, dilatata socialmente, ben più subdola ed aggressiva.

Io penso che i risvolti di un fenomeno che affligge la gioventù odierna, ampiamente riflessi dai figli della letteratura novecentesca, vadano approfonditi alla luce della storia stessa dell'ultimo secolo, piuttosto che rintracciati nel mito. Il mito parla di tutt'altro, di rispetto e riverenza verso i padri, proiettando la felicità nell'intimo della famiglia; ne sono esempi scultorei l'amore di Enea e le convinzioni di Edipo che, in nome della sua morale affettiva, si compiace della pietà delle figlie, mentre maledice i due figli ribelli, destinati a morire, a conseguenza delle loro avidità sfrenata, sotto le mura di Tebe. Il mito parla un linguaggio di coesione, di saggia e consapevole felicità, di principi affettivi morali, per contrastare le forze oscure della vita naturale, su cui innesta quelle della vita morale.

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