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Elisa Lizzi

Parola e realtà

Il medico mi chiamò nel piccolo ambulatorio tra le corsie, preparò tutto il materiale della ricerca, predispose sullo schermo la pagina che mi riguardava. La sua voce, calma e decisa, accompagnava le vedute e qualche volta con il dito evidenziava i particolari.

La realtà anatomica si dipanava, l’addome si rivelava con le sue pieghe e i suoi piccoli canali, il segreto lavorio del nostro corpo. Un lavorio che passa per lo più inavvertito e inosservato, mentre nel tempo segna la fatica e il destino del nostro essere.

Io mi lasciavo condurre in quel viaggio esistenziale, come in un viaggio turistico, in cui l’accompagnatore inizia il suo pubblico curioso con avvincenti lezioni, depliant e fotografie. In effetti mi sembrava di vedere vere mappe geografiche, con colline, valli e tutto un serpeggiare di fiumi e rivoli che ora trovavano inceppi, ora proseguivano liberi, congiungendosi in nodi più grandi. Simili a laghetti. Certo la voce alludeva a ben altro, ma essa stessa, non percepita del tutto, finiva col focalizzare il suo surrogato, la visione. Le parole della scienza apparivano curiose e pittoresche nella loro ignota composizione e pregnanza. Di talune, captate tra le pause del discorso, facevo l’etimologia, in un divertito gioco culturale, che le isolava dal contesto, tuffandole nel profondo universo del mio passato. Parola e immagine si combinavano così bene sullo sfondo azzurro dello schermo, in cui credevo addirittura di veder formicolare le stelle.

Quando, nella corsia, mi ritrovai davanti al letto di mio padre, quell’universo pluridimensionale si infranse: vedevo un povero vecchio pallido, dai capelli scomposti sul cuscino, che si lamentava e offriva, tra le coperte, una sagoma esile e agitata. Cadde il rapporto tra depliant e gita turistica; qui le belle vedute non si attagliavano alla realtà e mi sentii ingannata. Non potevo permettermi di vagare tra nuvole e suoni, ero chiamata ad un’azione che mi coinvolgeva in modo crudo e difficile.

Ma intorno a me sentivo ancora parole e un sommesso continuo vociare dei parenti visitatori tra i letti. Una signora mi si avvicinò col pretesto di informarsi sulla malattia di mio padre, e cominciò a raccontarmi di ciò che era capitato a suo marito, anche lui degente nel letto vicino.

Erano felici e affiatati, ormai alla loro età, quando, sistemati i figli, avevano trovato una completa armonia e solidarietà di vedute. Ora vivevano in città, ora si trasferivano nella loro casa di campagna, tra le collina, la coltivazione dell’orto, e i vecchi amici. Ed ecco che il sangue, circolando, aveva trovato impedimenti e ostruzioni; si era cercato di aprire canali, di ripulire le vie, ma i sedimenti, che le inquinavano, avevano prodotto il blocco.

Mi persi nel suo racconto, tanto semplice e convinto; ancora una volta le parole descrivevano paesaggi, ora verdi e incontaminati, ora inquinati e profanati .Mi figuravo, ascoltandola, di vedere la serena campagna collinare, con il fluire ordinato dei ruscelli, e poi l’ambiente cittadino, con gli intoppi della circolazione e il cielo plumbeo.

Ma lì, di fronte c’erano i letti, dove i malati continuavano ad agitarsi e ad impallidire, con il sangue che ostruiva non i ruscelli, ma vene ed arterie. D’un balzo mi riaccostai al letto di mio padre, lo osservai in silenzio, cercando di capire i bisogni di quella realtà corporea, nuda ed impenetrabile. .La realtà della malattia si imponeva, mentre io l’avevo dimenticata sulla rotta delle parole e delle immagini. Le interpretazioni della scienza, gli strumenti delle analisi, la mia stessa attenzione alla lezione medica con i supporti dell’etimologia, mi avevano portato da un’altra parte, in un mondo ordinato e in sé composto. Era il mondo della cultura, della logica, della fantasia, delle stesse parole, combinate secondo loro criteri nell’universo della comunicazione. Ma la realtà veniva solo descritta e superata, forse per essere meglio accettata. Mi feci forza e posi un lungo sguardo sulla fila di letti con le esili pallide sagome malate, rifiutando tutti gli orpelli che la mente mi offriva a mo’ di scampo.

Mi ricordai della scena che l’idraulico mi aveva recitato qualche giorno prima; tra il cemento e gli spruzzi di silicone, in una pausa del lavoro di ristrutturazione del mio bagno, anche lui si era inoltrato nell’immaginario della parola, descrivendo in modo fantasioso il percorso serpeggiante di tubi e tubicini nelle viscere dei muri. Non vidi più la grezza materia, a cui io avevo legato inesorabilmente la sua professione, ma, d’incanto, la favola delle acque che energicamente affrontavano la loro vita, inerpicandosi tra salite e discese, ed estrinsecavano la loro gioia vitale nei punti dello sgorgo.

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