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Elisa Lizzi

Tra male oscuro e cognizione del dolore

I due titoli suonano come formule, un residuo sentenzioso della verifica sulla vita. I romanzi di Berto e Gadda trattano storie di introversione e di nevrosi, e di questa psicologia malata contengono i classici elementi: la difficoltà a vivere secondo senso comune, il rapporto doloroso col padre con il formarsi di un imperativo superio ideale, il dialogo interiore paralizzante. In un unico luogo e tempo si annidano le ragioni della malattia, in quella notte del tempo che è la casa del passato, con le figure parentali, gli eventi, le aspirazioni e gli ideali che hanno predeterminato il futuro.

Di questo bagaglio i due protagonisti portano i segni nei ricordi, nei condizionamenti, nelle cose stesse del presente che parlano di quelle altre cose, acquistando valore alla luce di quelle. Il presente diventa la sede della decifrazione del passato, un gioco di rimandi e delicati intrecci. Quel passato, non ha contorni netti, è mitico, fa soffrire, destando un dissidio tra la storia che avanza, aprendo critiche novità e prospettive, e le immagini della remota ieratica profondità.

A volte la lotta contro il padre acquista forme oltraggiose, in un compiacimento di distruggere quella figura, per realizzare la libertà dell’io, ma tale lotta è sterile, perché quell’immagine, come presenza fatale, ha impregnato la struttura interna, cioè la condizione umana, restia ad ogni ragione critica.

Passato e futuro, mito e storia, condizionamenti della tradizione e libertà creativa sono i poli della dialettica in cui si dibattono i personaggi dei due romanzi. Essi intravedono gli errori dei padri, la vanità obsoleta dei loro modelli, ma un uomo nuovo, libero dall’ombra dell’imperante passato, stenta a formarsi in loro.

Gli idoli polemici sono, apparentemente, le consuetudini della società piccolo-borghese, che, negli obiettivi di avanzamento e di riscatto, ha ipotecato anche la vita dei figli, indirizzata verso il successo e l’accaparramento dei titoli; la villa, con i suoi muri di cinta, costituisce un altro degli obiettivi di progresso, un segno del primato conseguito, all’ombra dei valori eroici della patria e delle tradizioni.

I due protagonisti percepiscono la condanna soffocante della loro formazione e la vanità di quelle forme, inventate dai padri in un momento costruttivo della storia. Essi sono la generazione dei figli che, nella lucida scoperta della relatività, non trovano la forza di contrapporre forma a forma, restano nel limbo dello stato critico, in una conflittualità meramente negativa.

Gonzalo rifiuta gli ideali familiari, le istituzioni a sua tutela e quella logica, che del resto si va consumando lentamente intorno a lui, e nel suo delirio tenebroso appare un misantropo, un uomo delle origini. Intorno a lui il mondo è decrepito e rudimentale; azzerati i richiami alla civiltà , un silenzio di tomba avvolge la vecchia villa e la vecchia madre.

Il personaggio di Berto tenta ancora la via dell’integrazione, vivendo un’esperienza articolata di intrecci sociali, ma il risultato è ancora di disagio, incompatibilità, abbandono.

In verità, intorno a loro pullula una società decrepita e vuota, che, pur non ripudiando gli antichi valori, ne rappresenta il lento cedimento. Alla tensione etico - progressistica si è sostituita un abbandono all’effimero quotidiano, vissuto con apatia e superficialità. La società si adagia, scivola impercettibilmente verso una mondanità priva di sostegni ideali.

Sono gli intellettuali, come i due personaggi , portatori dell’istanza autoriale, che vivono il disagio della vanità delle strutture, ma il loro disagio senza rimedio va oltre le condizioni della storicità colorandosi di inquietudine, è piuttosto lucidità pura, coscienza universale, discesa agli inferi della natura umana, cioè cognizione del dolore. La storia, catena di fiducie e volontà dell’uomo, si vanifica di fronte alla condizione adamitica della vita, catena brutale di necessità, ciclo della materia, impulsi desublimati in un destino di dolore; Gonzalo è fratello di sofferenza dell’eroe bertiano, le reazioni soltanto si diversificano: l’uno si muove con scatti di rancore verso la società superficiale, ignorante della verità, di cui scompone tutti gli apparati, l’altro focalizza con una lente degradante tutta la dinamica della vita, l’atto stesso del nascere quale combinazione della materia, necessità della natura , non volontà di amore.

Naturalmente gli strumenti di analisi sono diversi nei due Autori; il soliloquio dell’uno fluisce in lunghi circuiti senza bordi, per afferrare nell’intricata ricerca una verità sfuggente, ma tristemente balenante intorno all’uomo; l’indiretto libero, in Gadda, restituisce la visione del mondo con occhi deformati, il discorso è contenuto, tagliente, come in una ripresa all’ultimo atto, che lascia sul terreno detriti asciutti di inesorabile rudezza.

Il ronanzo di Gadda sembra continuare, quindi, quello di Berto, ponendo un deciso epilogo al travaglio della coscienza che ha oltrepassato ogni ordine corrente per studiare la vita.

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