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Relazione del prof. Tommaso Pisanti
sull'opera poetica di Giuseppina Lungo Bartolini
Benevento, 20 novembre 2006
in occasione della serata omaggio
dedicata all'autrice
Parlare di poesia va diventando, a quanto pare, sempre meno
agevole. Più facile è parlare magari di sociologia, di fisica, semmai (si fa per
dire...), nel senso che si tratta pur sempre di argomenti "puntuali" ben
delineati e precisati... La poesia, invece, resta più che mai mobile, sfuggente,
ardua, ogni volta da centrare e precisare... E tuttavia alcune "certezze" sono
state ormai stabilite, ed è da un pezzo ormai che è caduta la famosa, equivoca
identificazione della poesia con il "sentimento". (Oggi diremmo, ad ogni modo,
non "sentimento", ma "dati emotivi"). Dati emotivi che sono, ovviamente, alla
base, a dare solo un primo avvio, per dire; ma la poesia in quanto tale è un
"risultato", non, romanticamente, una premessa. È, per l'appunto, un risultato,
una "costruzione" in termini di "linguaggio".
Poesia non è pertanto neanche – in termini crociani –
"intuizione lirica", ma, appunto, "linguaggio": come è stato del resto bene
indicato nell'ambito della modernista "rivoluzione del linguaggio",
dell'eliotiano "correlativo oggettivo", ecc. Ma senza le devianti esasperazioni,
s'intende, di certe attuali forme di "sperimentalisno"...
Efficaci dunque, a dare stilizzazione alla poesia, le
metafore, la condensazione simbologica. E Giuseppina Luongo Bartolini riesce a
tenersi in un suo saldo equilibrio pur nella sua ampiamente articolata
produzione (e, direi, con consapevolezza proprio, anche, di teorie e discorsi di
poetiche). Protagonista, "soggetto" è lei stessa, l'io parlante, con le
molteplicità delle esperienze, con le sue varie situazioni emozionali di base,
con la sua ricca mobilità del sentire (e dissentire). Facendo confluire il tutto
in espressività e procedimenti stilistici da globale "confessione", lunga
"confessione": talvolta forse un po' protratta, qua e là, nei singoli
componimenti, ma robustamente articolata, ogni volta, per dir così,
dall'interno. In versi e svolgimenti liberi, fluenti, senza o con scarsi segni
di punteggiatura (il joyciano "stream" ha influenzato non soltanto i narratori,
ma anche i poeti...), raro uso di strofe; ecc.
Varietà dunque, si diceva, all'interno stesso del lungo
dettato. Con procedimento ora lineare, ora più labirintico, ora più pacato, ora
più squillante, ora dolente e tormentato ("ho respirato oscura notte
d'angoscia"), ora indugiante, ora contrastante, ora conciso (la LuongoBartolini
è autrice anche di concisissimi haiku: tre versi in tutto, un quinario, un
settenario, un quinario), e tra ossimori, metafore, appunto, indicazioni
simboleggianti. E con tratti anche un po' sinteticamente narrativi e discorsivi.
È lei, la poetessa stessa, protagonista focale e "cronista" di se stessa, lungo
i tanti ricordi ("per sole stanze memorie annose"), lungo situazioni di letizia
("traboccano o miei gerani nel grande mattino"), di pietrose cupezze
("All'orrore della catena mugolava il cane"), di attenta osservazione (nei
viaggi: il pallido Baltico di Amburgo, la magia di San Pietroburgo, la mistica
Gerusalemme; ma anche gli "sterpi" del natio Sannio, le brume del "sabato e del
Calore"). E lungo le stagioni ("Sulle tegole l'ombra del grande noce. | Era
l'estate..."). Un andare insomma, così, lungo le vie del grande mondo: un andare
così pregnantemente indicato da quei calzari impolverati, da quei biblici
calzari del titolo (La polvere dei calzari).
Più pacatamente meditativa (e stilisticamente monotematica,
in certo senso) la raccolta Terra di passo. Protagonista è sempre lei, la
poetessa, io poetante; e con esperienze di carattere, e cadenza, più riflessiva.
E più concentrato, più interiorizzato è il procedimento stesso di "confessione",
di dichiarazione. Poesia "di pensiero", comunque, anche qui, con accentuazione
anzi dialogica (di agostiniano dialogo con un superiore Tu, con la sfera
altissima del divino). E, del resto, di "pensiero poetante" si può ben parlare,
a voler globalmente definire il tutto, per quanto concerne la poesia della
Luongo Bartolini. Di quella "poesia di pensiero" che l'equazione
poesia-sentimento aveva escluso, e che giganteggia invece in un Lucrezio, in
Dante stesso, in Leopardi (altro che "idilliaco" Leopardi!), in Eliot, in
Montale...
In Terra di passo ritorna anche, in uno squarcio, il
ricordo dell'amore perduto ("Tu che solo conosci, fatti salci | il padre e la
madre | il mio volto nel sonno"). E ricorrono più pressanti domande. Ma
chiuderemo con la poetessa stessa, quando dice: Eccomi, "col poco che mi
ritrovo, | col molto che ho donato".
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