Servizi
Contatti

Eventi


Prefazione a
Poesie come dialoghi

Franca Alaimo

È la parola che trascorre di testo in testo nella sua oppositività a fare di quest'ultima silloge di Francesca Luzzio una compatta metafora dell'appartenza/estraneità della poetessa (forse, di ogni poeta) al suo tempo. La parola tiene vivo con la forma del dialogo, il dramma di un'interiorità che si rappresenta, come su un palcoscenico, attraverso uno sdoppiamento (talvolta, anche attraverso una frantumazione plurale) del punto di vista, da cui si pone ad osservare il mondo tra consapevolezza storica delle sue storture, ingiustizie, violenze e sentimento doloroso della propria estraneità ad esso. Del resto, solo fondendo insieme i ruoli e dell'osservatore e della vittima, l'autrice non si lascia nuda di fronte al grido e al disprezzo, perché il suo offririsi quale creatura di sacrificio le consente di innalzare dall'alta temperatura del suo ardore intimo, le fiamme di una tenace fibra morale e sentimentale, pur nelle sue continue oscillazioni.

Tra la pesantezza della materia e la leggerezza della combustione si allargano le ali (spesso di colomba, simbolo di purezza e di amore), figura reiterata della volontà di uscire fuori da, di cercare altri più liberi e tersi spazi. E, tuttavia, se si trattasse solo di questo, se queste ali fossero sempre alte e ferme, si potrebbe concludere che la poetessa riesca comunque a trovare un porto sicuro all'infelicità sociale e storica e che la sua poesia, col dire e rappresentare un'alterità, sappia positivamente sciogliere ogni grumo di disagio.

C'è, invece, un ostacolo interno che spesso sembra peggiorare la situazione: si tratta di un sentimento di insufficienza, di autonegazione che lascia l'io inerme e senza energia; in questa direzione ci portano tanti versi e in particolar modo, la bellissima strofa da "Dialogando con un' amica" che così recita: "Io, animale acquatico, | non raggiungerò | come salmone il fiume. | Non ho energia, né determinazione. | Mi lascio andare | non cambio colore. | Digerisco il mio corpo | solo nell'attesa di finire": è un'immagine potente in cui la ricerca della propria identità, che è un altro dei temi portanti della silloge, conduce verso una volontà di disintegrazione di sé ad opera di se stessa, rappresentata dall'atto di digerire il proprio corpo. La condizione attuale, di lei adulta, sembra cedere all'altra tenera ed inconsapevole dell'infanzia, con i suoi giochi, le bambole, gli affetti, le fantasie (poi ritrovate nella propria figlia bambina), ma anche questo recupero d'innocenza e di remota armonia serve poco a consolare, perché il passato è vissuto come una spoglia abbandonata per sempre.

Perfino la sua parola potrebbe essere inghiottita insieme al proprio corpo, priva, come lo stesso corpo, di ascolto duraturo, di direzioni ultime, cibo, come ogni altra cosa, del gesto divorante del Tempo: "La poesia? Nessuno l'ascolta. | Le sue voci sono effimere orme | passi calcati su sabbiosi deserti | senza sentieri" si legge nella poesia Rivelazione, apparentemente affermativa, ed invero indirizzata ad uno spazio concluso, poiché non basta avere trovato uno, i pochi, che sanno apprezzare i suoi versi e non volere cessare di scriverli, se essi sono destinati all'ascolto oggi e qui, e perfino con un non nascosto stupore di inattesa corrispondenza.

A questi alti e malinconici sentimenti, che fanno della poesia della poetessa un'occasione di profonda meditazione, ne aggiungerei altri più legati al quotidiano: una sorta di percezione grigia del proprio tempo, fra una somma di doveri pressanti e frustranti, che lasciano poco tempo per la gioia spontanea e libera dell'esistere, e un avvertimento della opacità della propria storia personale, coincidente per lei con la normalità senza scosse e novità, che non riesce a soddisfare la complessità di una personalità inquieta e desiderosa di maggiore protagonismo, o, con un termine più ricercato, di una proiezione verso l'eterno, che alla fine assegna alla sua scrittura seppure incerta della meta finale.

Questi sentimenti, sebbene possano essere giudicati a prima vista trascurabili, invece devono essere tenuti in grande considerazione, in quanto rappresentano quelle traiettorie sempre più percorse dalla donne-poeta, nel tentativo di dare di sé un'immagine globale e veritiera.

Grazie alla loro presenza e nemmeno tanto sotterranea, l'autrice si consegna al lettore come una sorta di tutto tondo, visibile in tutte le sue dimensioni, senza tacitamenti, senza infingimenti, senza, e questo è un suo merito che mi piace sottolineare, aggiustamenti: il meglio e il peggio di lei, ombre e luci, perfezioni e macchie, debolezze ed eroismi quotidiani, terrestrità e spiritualità, ne compongono, infatti, un ritratto vivo, mobile, veritiero, completo.

Certo, non sempre è così, accanto a considerazioni e stati d'animo e convincimenti negativi, pure rilucono le gemme del proprio io e quelle stesse del mondo non tutto lordato, altrimenti si dovrebbe parlare di monologhi e non di dialoghi e la parola non avrebbe scopo ad interrogare ed interrogarsi: la fede, innanzitutto, che costringe la poetessa, nel dovere della speranza, all'attenzione per i più piccoli segni della presenza divina ("Spalanca gli occhi, | non sono poche le fessure | che lascinao intravedere | la luce dei misteri"), a trovare reazioni dentro di sé che non siano soltanto i ritorni alle memorie senza frutto del passato, qualora non si traducano in slanci attuali dello spirito; aggiungasi le fresche oasi di beltà al di fuori degli opprimenti spazi cittadini, caratterizzate da vivace abbondanza di colori, gioia oculare e spirituale, perfezione edenica. Questo ed altro impongono guizzi di gioia, bagliori di luce e soprattutto educano l'anima all'attesa, che si identifica, infine, con la morte, ospite insistente dei versi di questa silloge, davvero così raramente pronunciata, ma nascosta in ogni dove, sia che l'autrice la guardi con serenità cristiana, sia che si presenti come crudele sottrazione delle forme viventi attraverso una moltitudine di correlativi oggettivi, alla maniera di Montale, e l'affastellarsi, nei momenti più bui, di sillabe aspre, corrispondenze, reiterazioni, contrappunti.

Nella seconda e ultima parte della raccolta sono più frequenti le voci degli altri: gli ultimi, i diseredati, che raccontano difficoltà, timori, dolori, vittime di una logica del potere, che, secondo l'autrice, non verrà mai meno. È significativo, infatti, che il messaggio affidato alla poesia conclusiva si ripieghi sull'oscurità e sulla paura: la gente impaurita chiude le porte, che forse mai più saranno aperte a chi bussa, esiliate per sempre dal mondo la speranza e la volontà. La porta chiusa, più volte promessa di intimità e raccoglimento, tepore casalingo, si trasforma in una negazione senza speranza di possibilità, di aperture al meglio, al futuro. Son, così, venuti meno pure i tanti forse che introducevano speranze e ragionamenti e prospettive di benefici mutamenti.

Il presente stende le sue ali bituminose su tutto il tempo a venire, chiude il mondo sotto un coperchio pesante, come nella famosa poesia Spleen di Baudelaire.

Tutto questo è pronunciato in uno stile sobrio, attento, efficace, apparentemente semplice ma, in realtà, nutrito di molta cultura letteraria e filosofica (ne sono spie molti termini dell'ambito filosofico e molti versi riecheggianti altri già celebri), che annoda in modo personale fili tratti da molti altri bozzoli: Petrarca (con il quale condivide la stanchezza di sé, la presenza della natura come stato d'animo, il travaglio del pensare), Leopardi (dal quale assume la dolorosa resistenza al male, in nome e contro la ragione), Montale (del quale sembra ripetere l'angoscia della labilità delle cose), ma anche Manzoni (con la sua tragica concezione provvidenziale della storia) e molti altri autori testimoniano la necessità, profondamente avvertita dall'autrice, di una tradizione rinnovata e vivificata, accolta e fatta avanzare verso il futuro, non disdegnando i mutamenti, i neologismi, gli ibridismi, i termini stranieri, ormai entrati a buon diritto nella lingua contemporanea della comunicazione orale e scritta, ai quali come poeta sente il dovere di offrire una consacrazione letteraria, perché la lingua della letteratura dia voce al tempo mutante del quale lei-poeta, ogni poeta, si fa testimone nella doppia fúnzione di presente/assente, al di qua di esso e al di là, in un brivido sibillino di premonizione.

autore
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza