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Il varco

Nota a
La distanza da compiere

Francesco Scarabicchi

Gli argini di questo cammino in versi stanno tra “La deriva” che apre e “L’approdo” che chiude; l’uno in prosa, l’altro in versi. C’è sempre una trepidazione vigile che accompagna la lettura di un testo, sia esso “nuovo libro” o “libro nuovo” affidato al tempo e ai suoi sentieri. Tale trepidazione cresce con il disamore dell’epoca e della società per la poesia, con la distanza che l’una e l’altra hanno dal senso del valore della poesia come spina, anima e ago d’esistenza. Sembra allora una scelta anacronistica quella di seguitare a farlo impunemente (“Se ne scrivono ancora” secondo un insostituibile incipit di Vittorio Sereni ne Gli strumenti umani) deviando dal percorso consueto, prendendo un arduo sentiero senza speranza. Così non è e non lo è per molte ragioni. Quella che ai miei occhi appare come la più evidente e limpida sta nella profonda purezza, dolente e sensibile che questa generazione porta in sé come stemma nascosto, come taciuta verità che preme alle porte in ombra della necessità d’essere e d’essere nell’autenticità. La poesia è il fiume segreto che esprime e guida queste emergenze che spesso sono umiliate da una mancata attenzione, ferite e deluse dalla nostra incapacità di udire l’altro che a noi si rivolge nell’attesa di un segno, di un cenno di assenso che varchi la porta stretta delle ore che non torneranno, superando le isole del silenzio che ci circondano, vincendo anche la faticosa diffidenza che accompagna la via dei versi in Italia.

Deriva e approdo, si diceva, le sponde del lavoro di Danilo Mandolini e anche del vivere e dello scrivere. In balia delle onde fino all’attracco, l’unico che dirà del viaggio e del suo compimento, l’unico che avrà ragione dell’impresa. La distanza da compiere si intitola questa prova ulteriore del poco meno che quarantenne osimano che ha scelto la misura piana e trasparente di una lingua distesa ed esatta, che predilige le sottili fessure del reale, i paesaggi silenziosi, le sfumature, “un soffio di luce”, l’infinito dei verbi. Ascoltare ciò che si consuma, sentirne il respiro, considerare il tempo, avvertirne i passi, “dal chiarore al buio”. E’ scrittura di segnali e di avvisi, di bagliori, di impercettibili mutazioni e particole lucenti. “[…] un diverso guardare” con la sensazione “di essere scampati al nulla” avendo affidato ai versi il bisogno che tutto non precipiti in quell’abisso di niente dove ogni cosa ha destino. Salvare “una goccia di splendore”, secondo l’ultimo De André, toglierla alla deriva perenne, sottrarla all’ignoto fondo. La misura che cadenza l’intero disegno e fa di questa esperienza una piccola partitura di attese è data da una sorta di vocazione taciuta di Mandolini: disporsi con gentilezza all’amor delle cose udendo il mondo per dimenticarlo, andando affinché si colmi la distanza che separa, tutti, dall’apertura “di una porta bianca”.

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