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audio/video
Saggio
introduttivo alla documentazione del progetto multimediale, 1998
Bruno Sullo
Un incontro fruttuoso
L'incontro tra testo e immagine non è evento così naturale come può
sembrare, e come in effetti è nel caso di Borgato e Mandrino. E' ben vero che
tra non lontane esperienze di arte contemporanea si annovera un progetto di
interazione tra scritto e icona*,
noto con l'ambigua e in fondo impropria definizione di Poesia Visiva; è
anche vero, però, che si è trattato di un progetto di pura visualizzazione
estetica (2) del testo scritto, spesso proposto al di là e al di fuori del
suo significato, a esporre di se stesso l'apparire piuttosto che l'essere.
In verità, numerose sono le declinazioni in cui può articolarsi un
incontro tra testo e sua estrinsecazione visiva; tra esse due sembrano essere
paradigmatiche, una risultante dall'accostamento espositivo tra scritto e
immagine, l'altra dall'inserimento diretto delle parole nell'opera visiva (4).
La prima alternativa tradisce la sua natura di operazione a posteriori,
e lascia trasparire un non risolto dualismo tra le due componenti, che
mantengono i rispettivi ambiti linguistici (e fisici); ciononostante
l'accostamento condiziona in effetti la fruizione del lavoro globale, cosicché
si attua un reciproco anche se contenuto influenzamento, non insignificante
rispetto alla resa finale dell'opera.
La seconda via, che Menna ha studiato soprattutto in rapporto all'immagine
fotografica (4), ha come fine dichiarato la vicendevole contaminazione
tra testo e icona, e dà spazio a una sorta di insubordinazione della parola, che
non si limita più ad accompagnare e a chiosare l'immagine*,
ma tende ad occuparne lo spazio in termini fisici diretti, agendo da
protagonista in un campo, quello della visualità, che non le è del tutto
congeniale: è un primo passo verso una identificazione come arte visiva della
scrittura, ormai affrancata dall'immagine, o immagine essa stessa.
In questo tentativo della scrittura di coprire un ruolo paritetico
rispetto all'icona è attuato un doppio spostamento di codice, il verbale verso
l'iconico e viceversa: entrambi i codici abbandonano il proprio territorio
(senza invadere quello dell'antagonista), attestandosi in una dimensione
intermedia caratterizzata (4) da "un intercodice risultante dalla contaminazione
e dalla integrazione dei due". La scrittura viene a porsi al di qua della sua
natura comunicativa, cioè al di qua dei significati codificati dei segni che la
costituiscono, e l'opera visiva al di là del livello denotativo o
rappresentativo che le è tradizionale.
Questa seconda via è quella scelta da Roberto Borgato, che è uno scultore,
e da
Francesco Mandrino,
che è un poeta; nella scelta effettuata, essi affrontano certamente i temi e le
difficoltà concettuali che l'operazione impone; ma si pongono anche nella
prospettiva di una risoluzione obiettiva ed empirica di essi, giungendo quindi a
un lavoro dotato di connotazioni e di qualificazioni particolari. Per il
commentatore è opportuno seguire un percorso di avvicinamento, che gli permetta
di scendere nel dettaglio, individuando gli elementi peculiari dell'opera
prodotta, le scelte linguistiche adottate, il tema ideologico affrontato.
*
Viene usato il termine icona nell'accezione proposta da Filiberto
Menna (1),
descrittiva cioè di una immagine complessa e leggibile, contrapposta a figura,
elemento visivo primario e desemantizzato.
* Del resto, esistono esempi molteplici di subordinazione opposta, dell'immagine
al testo: basti pensare al fenomeno dei libri illustrati, in cui l'immagine è
spesso inserita come semplice abbellimento della parte letteraria, e che si è
avvalsa anche di artisti notevoli, da Doré a De Chirico.
I due autori
Rimane comunque determinante nel progetto di Borgato e Mandrino la
collaborazione instaurata tra due autori impegnati nel campo dell'espressione e
della comunicazione, ciascuno da un punto di vista che è proprio e personale, e
al tempo stesso ha dietro di sé un ricco e consolidato retroterra storico-culturale.
Da una parte lo scultore, teso alla rappresentazione fisica del concetto,
alla sua sintetica epifania, al suo inserimento nello spessore della materia,
che affida dunque a quella che Pareyson definisce forma formata (5) il
proprio particolare modo di comunicare. Dall'altra parte il poeta, uomo
abituato a scavare nel proprio io per cercare senso e verità, attento
agli impulsi contraddittori tipici dell'uomo, ma disposto al rimando forte, alla
presa di posizione, al coinvolgimento personale nei problemi dell'esistere.
Tra i due si attua una cauta ma convincente contaminazione, con la quale
ognuno pone a disposizione dell'altro il proprio modo di essere artista, il
proprio mondo espressivo, per giungere alla realizzazione di un lavoro che è
altra cosa dalla s
cultura
e dalla poesia, ma le contiene entrambe, fuse armonicamente tra loro.
Roberto Borgato,
scultore, lavora con forza la creta, forgiandola in forme ora drammatiche ora
sensuali ora autosignificanti; gira intorno alla figura in tutto tondo, ma
spesso l'impatta frontalmente, schiacciandola in una prospettiva bidimensionale
che l'avvicina alle opere classiche della pittura, attuando così un percorso
inverso rispetto a quello di molti artisti visivi, partiti dal "quadro" e
approdati alla materia tridimensionale e all'oggetto: a testimonianza del
superamento dei canoni e dei confini nosologici cui l'arte contemporanea ci ha
abituati.
Da parte sua,
Francesco Mandrino (6)
è un poeta vigoroso, impegnato a indagare il senso profondo delle cose, a
disvelare l'abbandono e il tormento (cocci taglienti disseminati sul terreno,
pozze di temporale, rive paludose, polveri di pneumatici), ma anche a cantare la
vita e l'amore, cogliendo delle esperienze vissute il particolare che turba,
l'immagine che rievoca (i fronzoli di una gonna, il cigolare di un carro gitano,
l'allodola che al sorger del giorno cessa di cantare). In più, Mandrino dimostra
interesse e attenzione alla proprietà, alla resa linguistica, all'adeguatezza
lessicale: e ciò si traduce in un grande impegno profuso a rendere il
concetto, perché sia libero, forte, convincente. Nel suo testo che, con qualche
modifica, riempie le formelle di Borgato è presente il consueto aire poetico
posto al servizio di un progetto che definirei scientifico: la descrizione
critica, analitica, delle strategie di persuasione attuate dalla comunicazione
di massa per ottenere il consensus gentium. In versi disagevoli, talora
ruvidi, Mandrino riesce a conservare intatto il messaggio, che anzi analizza con
lucidità, e al tempo stesso riesce a traslocarlo nel campo specifico della
poesia.
L'installazione
Il testo poetico è inserito, con la semplice tecnica dell'incisione nella
creta fresca, in cinque formelle approssimativamente quadrate (circa cm 22x22),
secondo una sapiente disposizione in campi che obbligano l'occhio a un percorso
sequenziale, facilitandone la lettura. Ciascuna formella ha una sua specifica ed
autonoma organizzazione spaziale, che vale la pena di descrivere.
La prima formella si articola in strisce spesse e sporgenti, a
decorso curvilineo, che si inseriscono armonicamente le une lungo le altre, a
formare brevi tragitti di lettura lungo i quali l'occhio si posa e che è portato
a seguire, trascorrendo senza soluzione di continuità dall'uno all'altro.
La seconda formella è costituita da strisce di lettura più lineari,
che si estendono (quasi tutte) da un lato all'altro del quadrato; esse seguono
una direzione diagonale ma non parallela, poiché due brusche intrusioni
circolari interrompono audacemente il ritmo, lo complicano con un effetto di
divergenza e finiscono per produrre un risultato di contenuta drammaticità.
La terza formella è quella più "scultorea": risente meno dell'uso
cui è destinata ed è dotata di soluzioni formali più autonome, quali l'effetto
scala che l'arricchisce sulla sinistra, e la grande area circolare concava,
scabrosa, inquieta, in cui finisce, come una freccia stanca nel suo bersaglio,
una delle strisce incise del testo.
La quarta formella ha un ritmo severo, rigoroso, organizzato in uno
schema orizzontale-ripetitivo, reso però variato dalle brevi interruzioni
verticali e da rari intervalli liberi; l'effetto globale non dissimula il
riferimento a un muro di mattoni, che aggiunge una nota di denotatività a un
lavoro che di denotativo ha ben poco.
Infine, la quinta formella riprende il tema curvilineo della prima,
riproducendolo però in negativo, disponendo cioè lo scritto in strisce concave,
a levare come si direbbe in linguaggio michelangiolesco; in più è
arricchita da alcune aree libere, una quadrata in basso a destra, altre
triangolari a sinistra, che sembrano riferirsi alla formella 2 che infatti,
nell'installazione, viene a trovarsi proprio sopra; infine è fortemente
caratterizzata da una serie di creste, veloci e tormentate, confluenti verso
l'angolo alto di destra, che sembrano prodotte da un'azione di stiramento, come
se una mano abbia afferrato le fila del discorso e le abbia tirate a sé.
A completamento, un'ultima formella, la sesta, si pone come il
titolo dell'operazione, audio/video. Potrebbe apparire un semplice
espediente tecnico, una sorta di etichetta apposta a posteriori: ma non è
così. Le dimensioni più contenute, la forma del tutto asimmetrica, la
spigolosità dei contorni (che, adattandosi alla scritta, si oppongono alla
ortogonalità delle altre formelle) sono importanti elementi di contrasto in un
lavoro che, senza questo disturbo, potrebbe risultare monotono. Inoltre, altro
motivo di destabilizzazione è che, mentre le altre formelle fungono da luoghi
per la materializzazione del testo, questa è essa stessa testo: qui la scultura
non si predispone ad accogliere le parole, ma è costituita dalle
parole, e ciò produce una aritmia che è in grado di ravvivare l'intera
composizione.
Le formelle costituiscono un forte e compatto complesso sul quale la luce
indugia e si frantuma in mille effetti di aggetti e di ombre, tra cui il testo
si distende, seguendo i propri spazi, e trascorrendo da formella a formella, ad
ogni passaggio acquistando nuova vita dal diverso assetto formale di esse.
L'effetto finale è quello di una specie di leggìo, sul quale il testo è poggiato
secondo la più nobile modalità di leggere la poesia, ma in cui la forma del
dire, i livelli di adesione, il modo stesso di proposizione del messaggio sono
sempre rinnovati e quindi diversi. Inoltre, i diversi complessi scultorei,
derivanti dalle formelle assemblate, presentano un'espressività non ripetitiva,
poiché è diversa, per ogni complesso, la nouance di colore che la
caratterizza, all'interno del range del marrone, da toni rossi a toni
ocra. Questa differenza, che si nota maggiormente nell'installazione finale, in
cui i singoli complessi consistono nella stessa area espositiva, è un ulteriore
elemento di rinnovamento dell'interesse e di ricchezza linguistica del discorso
poetico, il quale, ripetuto in contesti di diversa tonalità visiva, riafferma il
concetto, presentandolo ogni volta con un aspetto di contenuta (ma non
irrilevante) novità. Un bell'esempio, molto moderno, di quello che Francesco De
Sanctis (7) intendeva quando, ragionando con grande lucidità sulla natura
dell'arte, dichiarava che la forma (qui il contributo dello scultore) senza
contenuto sarebbe vuota, e il contenuto (qui la poesia con il suo
messaggio) senza la forma sarebbe muta.
La performance
Le formelle, assemblate insieme e disposte in posizione strategica,
caratterizzano senz'altro l'operazione di Borgato e Mandrino; questa, tuttavia,
non è una semplice esposizione di opere visive, ma molto di più. Di più c'è, per
esempio, l'inserimento di un evento performativo in linea con il progetto, che è
una revisione fortemente critica di quella comunicazione di massa che
condiziona con tanta forza la nostra vita di uomini alle soglie del Duemila. Il
fenomeno della "persuasione occulta" (che oggi di occulto ha ben poco) è già da
tempo in atto, ma ha subìto una notevole accelerazione negli ultimi decenni di
questo secondo millennio d.C., quando è divenuto un vero metodo di comando,
collegato con finalità di vantaggio economico e/o di imposizione ideologica.
E dunque: in un'area di spettacolazione tappezzata di giornali, in cui
unici arredi sono una sedia anche essa rivestita di fogli di giornale e un
televisore desintonizzato che trasmette immagini illeggibili; in quest'area
desemantizzata proprio dall'eccesso di comunicazione, mentre il poeta dice il
suo componimento, compare un uomo, o meglio un simulacro antropomorfo
inquietante, interamente rivestito di giornali, che avanza lentamente sul
pavimento rivestito di giornali.
Questa figura è un uomo del nostro tempo, che ha smarrito la sua identità
umana e si è trasformato in un irriconoscibile supporto di messaggi utili,
inutili, importanti, insignificanti, violenti, pacati, ricchi, poveri, nobili,
meschini....: un coacervo di necessità, difficoltà, annotazioni, attacchi
verbali, difese istintive, dal quale, alla fine della lettura, finalmente si
libera con atti di rabbia e di passione.
Ora che è ritornato uomo, può spegnere l'inutile televisore ed uscire
dall'area tappezzata di giornali, come fuori da una prigione, verso la libertà.
Comunicazione e comunicazione di
massa
L'azione è forte e suggestiva, e colpisce per la sua diretta ed efficace
aderenza al significato. Ma non vuol essere una negazione della
comunicazione, come potrebbe intendere un osservatore distratto*,bensì
una riflessione critica intorno ai meccanismi perversi che si attuano quando
l'atto comunicativo, depositario di ruoli importantissimi di collegamento tra
gli uomini e di veicolazione delle idee, viene piegato a fini di prevaricazione
e di manipolazione della volontà.
In verità l'operazione di Borgato e Mandrino va vista nei suoi specifici
ed effettivi campi realizzativi, che sono il testo poetico contenente il
messaggio, il contesto fisico in cui esso si materializza, l'azione che lo
attualizza. Il testo è un momento di riflessione in cui i meccanismi perversi
della persuasione di massa sono sottoposti al magistero severo della verifica;
in esso sono sottolineati i percorsi tortuosi e le motivazioni che conducono ai
danni che il processo comunicativo subisce quando da fatto
culturale positivo diviene mezzo
di prevaricazione. Al lettore, che è anche visitatore dei lavori visivi e
spettatore dell'azione scenica, è affidato un ruolo interpretativo che egli deve
svolgere con rigore ed equità: correggere gli eccessi e prendere posizione
contro le deformazioni e le estrapolazioni strumentali cui la comunicazione è
spesso sottoposta.
V'è anche spazio, alla fine del discorso, a una piccola considerazione
critica, utile a impedire che il libero contributo del commentatore si faccia
agiografico. Gli Autori hanno scelto, come allusivo della comunicazione di
massa, il mondo della stampa quotidiana, e -in via visivamente complementare- il
mezzo televisivo: ciò non è scorretto, in quanto si tratta di un rimando
simbolico, che si giova della ordinarietà dei mezzi scelti. Tuttavia non sarebbe
stato inopportuno un allargamento ad altri aspetti, altrettanto contemporanei,
del fenomeno persuasivo, i manifesti, gli spot, gli slogan, la telefonia mobile,
il mondo dell'informatica
(soprattutto la navigazione in internet), fino a comprendere, per espansione
logica, i luoghi comuni, i dogmi culturali, la gestione politica della
comunicazione, la cosa pubblica gestita con fini privatistici, le scelte
individuali imposte con false motivazioni di interesse generale. E così via.
Ecco dunque che l'intervento del commentatore, che qualcuno potrebbe
vedere come un elemento di semplice contorno, è invece in grado di produrre un
contributo forte: il progetto di Borgato e Mandrino, conservando le sue
necessitazioni e anche la sua forma, dovrebbe porsi come una introduzione, il
primo passo di un cammino più lungo, o, se si vuole, una pietra gettata nello
stagno a produrre più larghe onde di risonanza.
Se questa prospettiva è condivisa dai lettori di queste note, il
presentatore non ha profuso invano il proprio impegno, e potrebbe proporsi,
senza alcuna arroganza, come un collaboratore vero dell'operazione, o meglio
come un osservatore profondamente coinvolto in esso.
* Se così fosse, non lo sottoscriverei, perché sarebbe disconosciuto il
più potente mezzo di rapportazione tra gli uomini, e vanificato vanificato tutto
il mirabile lavoro di interpretazione e di organizzazione concettuale prodotto
da studiosi come De Saussure, Jakobson, Hjelmslev, Chomsky, Martinet,
Bloomfield, e moltissimi altri.
Bibliografia
1.
Filiberto Menna, La linea analitica dell'arte moderna. Le figure e le icone.
Torino, 1975 III.
2.
Gillo Dorfles, Ultime tendenze dell'arte d'oggi. Dall'Informale
al Postmoderno.
Milano, 1984
VI.
3.
Bruno Sullo, A 12: Genova-Livorno-Rosignano. Presentazione in Catalogo
della mostra. Rosignano Marittimo, 19 ottobre 2 novembre 1996.
4.
Filiberto Menna, Fotografia analitica, Narrative-art, Nuova Scrittura. In
"L'Arte Moderna (2), a cura di Franco Russoli, Milano, 1975.
5.
Luigi Pareyson, Estetica. Teoria della formatività. Firenze, 1974 III.
6.
Bruno Sullo, Poeti in visione. Presentazione in Catalogo della mostra.
Castiglioncello, Livorno, 20 gennaio 4 febbraio 1996.
7.
Francesco De Sanctis, Settembrini e i suoi critici. Articolo pubblicato
in "Nuova Antologia", marzo 1869. "Saggi Critici", Bari, 1957.
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