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"Ridi, stai per morire"
la
drammatica annunciazione del clown
Rossano Onano
In: alla Bottega
e Il filo rosso (2000)
Francesco Mandrino appartiene alla
categoria degli eccessivi. Coltiva la parola per il gusto dell'alterità; con ciò
ponendosi, in sede dialettica, ciascuna volta dalla parte di storiche oppure
occasionali minoranze. In un'occasione conciliare, l'ho ascoltato oppositivo ad
una maggioranza di ecologisti della parola, fautori nella circostanza,
estetizzanti e quindi poco viscerali, dell'uso del dialetto in poesia: perché
l'accanimento terapeutico?, era nella sostanza l'intervento di Mandrino, perché
sorreggere la lingua delle maschere, di Fagiolino e Sandrone, quando è morto il
latino, figuriamoci, quando sta per morire l'italiano ibridato da neologismi
mediali, da fonemi anche di nuove popolazioni migrative, in apparenza
miserevoli, in realtà espansive e quindi vitalissime? Esprimeva, il nostro, una
visione in fondo etica della storia e della sacralità della morte: essendo
quest'ultima necessaria alla proposizione di forme nuove, e quindi adattative,
di vita. Nessuno, infatti, capiva.
Lo stesso vitalismo si ritrova ne La caduta di Milano, quadro di una
città penetrata da barbari disperati e fortissimi, ripropone su differenti
coordinate spaziali ("qui") e temporali ("ora") la storia celeberrima, eppure
non ancora ritenuta, dell'antica morte di Roma. Alla folla miserabile degli
invasori, divenuta stanziale su lavori spregiati agli indigeni, Mandrino non
concede pari opportunità: fenomenologo, comprende benissimo di non stare
trattando in prospettiva la folla dei vinti, ma quella dei vincitori. Infatti:
nessuna pietas; invece: la fascinazione; invece: quasi una traccia
anticipata di sudditanza.
Allo stesso modo in una pubblicazione precedente, I bordi della notte
(1992), rovesciava il tema della luce. Non a caso citava Caravaggio: per il
quale, la luce irrompe, in un focus ragionato e quindi atteso, a rivelare
quanto di più crudele o sofferto esprime l'azione rappresentata. Anche Francesco
(ho trascorso l'insonnia e la paura | e tra poco sarò decapitato | dal primo
raggio di sole) opera questa rivoluzione apparentemente strana: non è il
buio, dal quale scaturiscono i mostri, che terrorizza (non veniamo dal buio? non
eravamo caldi e comodi, tenendo i nostri pugni chiusi?); è l'irrompere della
luce, invece, che impaurisce: che riporta ad altri mostri, purtroppo altrettanto
plastici, ma esogeni, e non esorcizzabili con la poesia.
Il "qui ed ora" impone, tuttavia, la semplice osservazione di un fenomeno,
al di fuori di ogni lettura diacronica. L'attenzione è allora rivolta all'intero
consorzio umano divenuto, nell'era di transizione, caotico e grottesco;
osservato senza traccia di ribellione; quasi accettato attraverso sussulti di
masochismo; interpretato come sufficiente a sé nell'etica del mondo termitaio,
del convulso eppure fugace toccarsi dei corpi.
Nella pubblicazione già citata, Mandrino assisteva distaccato ad occhi
semiaperti (semichiusi?) al proprio emergente mondo interiore, sanguinante
(ed ora, nell'abbraccio della luce | improvviso il mio sguardo ti azzanna | alla
gola, coi denti del vampiro), guerrafondaio (quindi l'eterna ignoranza
dell'esito | dai
fori della celata l'assale | lo circonda, nella diafana nebbia | della luce
incolore, il silenzio), a volte narcisisticamente statuario in pose ridicolizzate (siamo qui:
| le dita strette intorno all'elsa, | come in un “rigor mortis”, | delle
misericordie insanguinate). Le parole sono accostate per dissonanze e
cacofonie, e questa è ricerca. I mostri emergenti dal cuore, davvero, non
possono essere descritti diversamente.
In La caduta di Milano, invece, la parola esita in ciò che a me pare un
affresco di ottusa eppure massima drammaticità; a tratti illusa da umanissimi
rituali di stordimento: il gioco, l'amicizia, le carte che chiamano il vino, i
dolci piaceri della carne corruttibile (...Giocheremo alle carte per
ingannare il tempo | senza dimenticare; respireremo il nostro | stesso respiro
caldo, lentamente sbuffato, | ci serrerà la gola come un nodo l'evento | ma non
ci aspetteremo dalla porta socchiusa | altro che non avemmo. L'uno nell'altro,
"amore" | guarderemo il noi stesso e sarà inevitabile | augurarsi
l'evento: quindi sul corridoio | sull'evento imminente, chiuderemo la porta):
ovvero, come si vede, una delle più pudiche e scontrose e disperate
rappresentazioni che siano state fatte della morte.
Mandrino, nella vita, usa talora la stravaganza espressiva del clown;
categoria, si dice, versata ad essere congiuntamente malinconica e profonda. La
vita, assicura Mandrino, è soprattutto una lunghissima veglia funebre. "I bordi
della notte", titolo orribile, suggerisce l'accostamento fra la notte e un
immenso lenzuolo funebre, viola, con frangiature dorate pendule ai margini,
immobili.
Ne deriva un'aura schizofrenica, compenetrata ugualmente da vitalismo e da
morte, coscientemente soccorsa dalla terribile forza del linguaggio, che rifugge
l'intero strumento lirico-elegiaco: (dopo Auschwiz, è stato scritto, non è
possibile scrivere poesia; per ciò che è successo dopo, cosa è possibile fare?:
"una disperata vitalità"?; sopravvivere intanto, e non è poco, attraverso il
gioco, l'amicizia, le carte che chiamano il vino?).
Anni fa, ad un fast-food di Milano (eravamo in giro, correndo),
Francesco diceva: “A volte, è come se fossi per impazzire: è come se la testa
partisse via, dicesse cose che non sono mie”. “Certo”, pensavo (pensavo solo: è
difficile interloquire, quando Mandrino parla), “certo: se la testa dice solo
quello che sa, a che serve la poesia?).
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