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Intervista al poeta Francesco Mandrino

Antonio Nesci
Images Art & Life, nr 50/51, 2000

Cos’è per te la poesia?

Non credo che servirebbe tentare una definizione che, nonostante qualsiasi sforzo, non potrebbe risultare nuova, e poi non credo che la poesia debba essere un concetto individuale; come gran parte dei vocaboli, "poesia" esprime la mediazione possibile, nel momento in cui lo si pronuncia, fra tutti i concetti espressi fino a quel momento. Vorrei invece sottolineare che, essendo direttamente connessa con la principale forma espressiva, il linguaggio, non può che avere una funzione comunicativa; ciò non può essere dato per scontato e neppure per acquisito; invece credo che la questione non venga posta con sufficiente frequenza e chiarezza, nelle discussioni che riguardano la poesia a qualunque livello, anzi, spesso si tende a sminuirla con affermazioni indirette; io non credo che possa avere senso mettere in atto una forma espressiva per comunicare con sé stessi. Detto questo, se il concetto può non avere forma, nel momento in cui vuole essere comunicato deve darsene una, per cui anche la poesia deve averla; ciò non significa che le possibili forme debbano rientrare in una griglia prestabilita (da chi?) ma, pur nella libertà di espressione, devono darsi un codice che favorisca la comunicazione col lettore e, per quanto criptiche, devono contenere gli strumenti per renderlo accessibile.

Ma come si traduce quanto affermi nella pratica di chi opera sulla poesia?

Più di tanto non credo dovrebbe essere dato, il resto va giocato sul filo dell’intuizione, di un contatto particolare fra poeta e lettore che renda possibile un tipo di comunicazione quasi subliminale; va tenuto presente comunque che la poesia non comunica fatti o notizie ma sensazioni, sentimenti, consapevolezza forse. In altre parole si deve intavolare fra poeta e lettore una specie di gioco intelligente, quindi faticoso, attraverso il quale entrambi possano giungere a diversi tipi e forse differenti livelli di appagamento; va da sé che l’unica motivazione che può rendere piacevole questo tipo di sforzo è la passione, o quanto meno una curiosità debordante verso l’interesse.

Queste motivazioni, che restano comunque discutibili come ogni affermazione, nascono da anni di lavoro e di esperienze all’inizio invece cosa ti ha spinto a cominciare a scrivere?

Temevo questa domanda, sorella minore della più famosa: ’Perché scrivi?’ Forse qualcuno ricorda quando presentai il mio primo libro, “I bordi della notte”, proprio a Modena; per prevenire la domanda cominciai col dire: <Sia chiaro che io scrivo essenzialmente per due motivi: il denaro e la fama>: la gente rise e la domanda non fu posta. Nel diverso contesto cercherò di rispondere con un esempio. Da giovane mi occupai attivamente di fotografia per alcuni anni; i risultati parevano soddisfacenti finché mi resi conto che, al di la della loro bellezza, le fotografie non erano in grado di riprodurre, neppure in me stesso, le sensazioni che avevo ricevuto dalle immagini nel momento in cui le avevo riprese. Questo incrinò talmente il mio rapporto con la fotografia che mi indusse a chiudere in una valigia tutto il materiale, dove sta ancora, ed a comprare una fotocamera compatta per eseguire soltanto foto ricordo. Una cosa simile è accaduta con la poesia, ma l’incrinatura non si è determinata, almeno fino ad ora. Anche per la poesia le enfasi iniziali sono passate; dopo trent’anni, ho cominciato nel ‘69, l’occhio s’è fatto più disincantato, riconosco di essere avanzato lungo la mia strada ma paradossalmente l’obiettivo appare più lontano, cioè non appare vicino come pareva allora, e le illusioni sono svanite prima che trovassi il coraggio di confessarmele; la realtà è quella che conosciamo tutti, eppure l’impegno è diventato più grande della fatica.

La realtà è quella che conosciamo, dici; per quale motivo?

Qui la risposta è sgradevole solo perché difficile. Naturalmente i motivi sono più di tanti; avendone la possibilità scelgo uno dei più semplici. In altri casi, pur non essendovi impegnati direttamente né considerandosi assidui frequentatori, molti dedicano alcune serate a spettacoli teatrali, a concerti, ad avvenimenti sportivi; per quanto riguarda la poesia invece o ci si trova in presenza di un interesse assiduo o di un disinteresse pressoché totale.
Ciò forse non appare chiaramente come potrebbe poiché la maggior parte dei soggetti che si occupano di poesia provengono dalla scuola o dall’editoria; questo fasi che ai loro occhi la questione letteraria si sommi o comunque si confonda con quella professionale, generando l’ingannevole sensazione di un interesse diffuso fra "addetti ai lavori". Coloro che invece provengono da ambienti dove la distinzione fra le due cose è netta sono portati, anche per una diversa formazione culturale, a vedere l’interesse per la poesia come un fatto prettamente passionale, sensazione indotta anche dalla consapevolezza che non sono possibili remunerazioni capaci di assicurare l’esistenza, per cui riescono a vedere con più chiarezza come sia scarsamente diffusa questa passione. L’assenza di interesse a livelli differenziati risulta deleteria per la poesia, poiché è causa della mancanza di una larga fascia di “curiosità” che potrebbe successivamente tramutarsi in interesse, costituire un serbatoio d’accumulo per ogni elaborazione effettuata, e restituire il senso d’insieme della situazione; cosa che aggiungerebbe ulteriori elementi di elaborazione e potrebbe essere utile sia come conferma che come indicazione.

Posta in questi termini la questione non sembra avere sbocchi; dunque non vedi un futuro per la poesia? E se si quale?

Effettivamente non credo sia possibile immaginare qualcosa di eclatante, che ribalti completamente la condizione attuale, del resto fatti del genere raramente avvengono; tuttavia ogni situazione sfocia naturalmente in qualcosa di diverso. Nell'introduzione all'antologia "Ordo Italicus", edita da L'Assedio della poesia, Ettore Bonessio di Terzet scrive: "... l'essere poeta ... quando si vive nella completezze della sua sincerità, non vuole più assolutizzarsi,". Questo è esattamente l'opposto della società che stiamo realizzando, la quale tende proprio al massimo, non all'ottimo: per questo, anche se i fenomeni di massa così come li conosciamo fossero destinati a perdurare nel tempo, non credo che potrebbero riguardare la poesia. Credo invece che si accentuerà una biforcazione della quale mi sembra già di notare la tendenza. Una parte della poesia si allontanerà sempre di più dal lessico parlato volgendosi verso linguaggi particolari da usare come strumenti più che come codici; non ipotizzo cose nuove, in tal senso vi sono già numerosi esempi, alcuni illustri. Un'altra parte invece tenderà ad usare linguaggi di maggiore accesso: il gergo di moda, il linguaggio tecnologico, la lingua internazionale, che non sarà certamente l'inglese di Oxford anche se manterrà una base sostanzialmente anglosassone.

Se ciò avverrà, non credi che una di queste due condizioni potrà avere il sopravvento?

Non riesco ad immaginare quale fortuna potranno avere le due parti, quello che mi auguro è che non diventino complementari ad altre forme espressive (già da tempo è potuto accadere che i versi di un poeta siano stati messi in musica, ma recentemente ho sentito un comico chiamare poeta un cantautore), e ciò anche a rischio di ulteriori emarginazioni o ridimensionamenti; spero invece che entrambe continuino a rappresentare il sincero desiderio di dire qualcosa che non può essere detto in altro modo.

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