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Prendete Gino Cervi, nella spettacolosa rappresentazione del sindaco della bassa reggiana: ugualmente invasiva, massiccia, sanguigna e' la fisicità di Francesco Mandrino. Però il cappello ha tese larghe, marrone, da buttero maremmano. Però la camicia è fiorita, da DJ mediatico. Però gli occhi sono da topo, aguzzi. Però baffi e capelli raffigurano il colonnello Custer, io sospetto li tinga di bianco. "E' Babbo Natale!", dice mio figlio quando Mandrino si congeda. Rimango un po' cosi, poi capisco: Babbo Natale non rassomiglia a nessuno, perché rassomiglia soltanto a se stesso. Dove però Mandrino eccelle, quanto a resa individuale, è nel comportamento. Negli appetiti è sregolato, ma senza ostentazione. Quando si tratta di verbalizzare, ostenta invece parecchio. La sua modalità comunicativa si esprime attraverso una procedura straordinariamente semplice e precisa: ascolta attentamente l’opinione della maggioranza, poi interviene per dissociarsi. Ad un meeting sulla poesia dialettale è intervenuto per dire nella sostanza che i dialetti farebbero benissimo a togliersi dai piedi. Ad un meeting di cruscanti, avrebbe sostenuto esattamente il contrario. Quando scrive, uguale. Per dissociarsi, bisogna prima osservare attentamente. La poesia di Mandrino esprime prima di tutto una precisa ossessione sensoriale: egli guarda ascolta annusa (cosa importantissima, seppure trascurata in poesia) gusta (soprattutto) tocca. La parola circola a partire da un fuoco percettivo terrestre quasi sempre mediocre, chi legge dice: non può continuare cosi!, si aspetta ad ogni momento una qualche astrazione, un qualche debolissimo conato metafisico. Niente. Salvo che, nella poesia di Mandrino, sogghigna nascosta e compare improvvisamente la morte. Non è del tutto cosi per questo lavoro, M’innamorai, lo riconosco. L’opera, che leggo allo stato di abbozzo, rispetto alle precedenti mi appare meno compatta ossessiva sensoriale mortuaria: un passo indietro. Per forza, spiega Mandrino, ci sono poesie di quand'ero ragazzo, le prime, parte del materiale inedito dal 1969 al 1999, scelto fra quello più legato alla mia vita. Una specie di biografia, sorrido maligno e propongo: vieni a casa mia, che ne parliamo. Ho maturato un proposito vigliacco: indurre Mandrino a parlare di sé, autenticamente. Testo a fronte. Per questo motivo lo accolgo. Ho preparato patatine e salati, un vino da meditazione come sarebbe Moscato di Pantelleria: l'accostamento è avventuroso, ma per Mandrino va bene. L'amico si presenta alle 14: io sono digiuno e mi butto sul salatini; lui ha mangiato, si capisce benissimo, preferisce il Moscato che però versa con molta discrezione. Siamo divisi dal suo dattiloscritto, che posa sulla scrivania. A lui concedo il lato di scrivania chiuso in basso fra pavimento e piano di scrittura. Non può distendere le gambe, sta scomodo. Gli assicuro, in questo modo, una condizione operativa ottimale.
Sono i testi del 1969. Ero giovane.
Certo. Ungaretti esprime un rapporto di precarietà con la vita. Qui, un rapporto di inutilità. Perché manca la speranza, manca l'orizzonte. C’è solo il tempo presente, con tutte le sue percezioni, e il tempo passato con le sue ricordanze. Non c'è futuro. Oppure, quando c'è, è ironico: non so, ‘le aspettative per la petrolchimica‘, oppure ‘rari episodi di cannibalismo nelle periferie più popolose‘, tanto per citarmi.
Si, perché un futuro c'è. Quello della morte.
No, è invece la descrizione della vita 'in itinere', il gioco è quello che l’uomo intrattiene col destino. E' importante il gioco in se stesso, la vita nel momento in cui si spende, aspettando la mano buona, quando arriva e se arriva. Non è un torneo dove si vince o si perde alla fine.
Si, ma è il giudizio sul gioco che mi interessa. Bisogna giocare bene, onestamente, divertendosi possibilmente, ma impegnandosi.
Chi giudica? Io no. Giudica l’altro da me, non importa se sono gli altri, o i posteri, o gli dei o Dio. E‘ un giudizio esterno. Quello che importa è che io voglio aver giocato bene, e non mi aspetto un premio.
Mi aspetto la conferma, piuttosto che combattere con ogni mezzo per ottenere la vittoria, condurre la lotta in modo da farne un punto di riferimento, anche in caso di sconfitta, sopravvivere ad entrambe e sconfiggere la morte.
Invece no. A me interessa il 'buon giudizio'. Mi interessa sconfiggere la morte, ma non per il mero gusto di continuare a vivere.
Infatti. E' il tentativo di descrivere uno stato d'animo usando le sensazioni fisiche, in questo caso visive. E' una poesia degli anni ‘990, di quelle che cercano il consenso immediato.
E' vero. Io appartengo alla categoria del palpeggiatori, più che dei voyeurs.
Dipende da quand'ero bambino. Avevo bisogno di guardare la realtà, per capire, non spiare per emozionarmi. Mi ricordo che guardavo un boscaiolo da lontano, vedevo l’accetta colpire un tronco d'albero, e il rumore mi arrivava un momento dopo. Ho chiesto perché, e tutti si sono messi a ridere, a prendere in giro come se chiedessi una cosa che non sta né in cielo né in terra. Anche per il mondo affettivo succedeva questo. Mia mamma si faceva lavare la schiena, quando faceva il bagno: non avevo bisogno di spiare.
Appunto. La mamma è un'emiliana della bassa modenese, ha ancora una foto da ragazza, vestita da mondina con un po' di civetteria. Era un'esperta ballerina di valzer. Quando vedeva, dalle finestre della camerata, quel giovane muratore che lavorava agli stalli accanto alle aie, pensava certamente a lui come al possibile ballerino di quelle serate. Ma non e' stato cosi: mio padre era un pavese della Lomellina, dal passo pesante come l’accento, che tendeva al piemontese; ballarono poco. In compenso ¼.Io sono nato nell'autunno del 1948, nella casa dei nonni paterni. Nella sala grande, tramite una divisione in legno, era stata ricavata una stanzetta, era stata impiantata una stufa di ghisa sotto al camino, quella e' stata la prima casa della famiglia. Dopo poco più di un anno, il tempo sufficiente perché io imparassi a parlare e camminare, abbiamo smesso la coabitazione e abbiamo preso in affitto una casa poco lontano. C'era la pompa dell’acqua. Già, noi non avevamo più il pozzo, avevamo la pompa per l'acqua. Come le altre del paese, la nostra casa era a filo della strada, il cortile era chiuso da un portone pesante di legno, che rimaneva sempre chiuso. II passaggio delle persone avveniva attraverso un'apertura in una delle ante, detta il portino, che non arrivava fino a terra ma si fermava all'altezza della fascia inferiore del portone, a una cinquantina di centimetri da terra. Tanto bastava ad essere, per me bambino, un davanzale insormontabile, e dava sicurezza a mia madre. Mia madre lasciava aperto il portino e io potevo guardare fuori. Il mondo mi appariva da quella prospettiva. Il portino si apriva su di un trivio: la strada che conduceva alla chiesa e al cimitero, la circonvallazione, la strada che entrava al centro del paese. Accanto alla nostra casa e'erano la banca e l'osteria. Da quel punto strategico ho visto passare la vita di allora: la gente, che spesso mi salutava, le biciclette, i carri trainati dalle mucche con le museruole di ferro per impedir loro di mangiare l’erba fresca, il cavallo con le scarpe di ferro che suonavano sull'acciottolato mentre tirava il carro coperto dell'uomo che vendeva le patate e le cipolle, le automobili, la giardinetta del mercante di stoffe, la topolino del rappresentante, la millecento del padrone di cascina. Davanti a me passavano i lunghi cortei nuziali, con il lancio dei confetti, quelli più ridotti e silenziosi dei battesimi, quelli mesti ma imponenti dei funerali, i cortei delle ricorrenze civili, che avevano gli stendardi e la banda che suonava Piave o Monte Grappa. Durante i periodi della trebbiatura, quella breve del grano e quella più lunga del riso, in autunno, nello slargo che il trivio formava era lasciato il treno della trebbiatura, durante la sosta fra un'aia e l'altra: la ballatrice di ferro con la pressa che sembrava la testa di un drago, l'attrezzo per preparare il filo di ferro da legare le balle di paglia, il vagoncino con le scorte di carburante e la piccola officina; ma soprattutto la locomotiva di quel treno, l'imponente Landini, detto ‘testa calda‘, perché prima di metterlo in moto bisognava scaldare la camera di scoppio con un fornello a petrolio. Quella macchina aveva, per me, una specie di cuore pulsante che faceva rimbombare il mio dentro la cassa toracica: mi ha affascinato per sempre.
Beh, non solo il mondo. Da un punto preciso del mio lettino, una fessura fra due tegole mi permetteva di vedere il cielo. Quando mia madre voleva sbrigare le faccende di casa senza avermi fra i piedi, diceva: stai lì, che è ancora buio. Io guardavo il cielo, e vedevo la luce. Questa cosa mi ha permesso di capire che mia madre mentiva.
Io provavo rancore, sapendo che mia madre mi mentiva.
Guarda, lo so anch'io che non mi ci trovo, nel Canaletto. Però sono sincero, quando dico che vorrei riposare. Sono diventato ambiguo, perché accetto le contraddizioni. Prima no, dicevo: qui bisogna mettere a posto le cose, le cose stanno cosi oppure cosi. Stavo malissimo.
Adesso sto meglio, perché ho accettato la questione. Non è che sono meno sincero perché contraddittorio. E' che sono sincero perché contraddittorio. Si può benissimo amare i mostri di Goja e i tramonti di Canaletto. A chi scrive poesia, ed esprime sentimenti troppo precisi, io dico: guarda che non sei sincero, non si può dire le cose stanno cosi o cosi, la vita non è cosi quadrata. Scrivere e non contraddirsi è cosa che non ci sta, in poesia. Anzi, la poesia e' proprio il campo idoneo per dire a se stessi le contraddizioni, e per dirle agli altri. La contraddizione, per ciò che mi riguarda, è uno strumento espressivo: la rilevo, senza spiegarla mai.
Giusto. L'analisi spiega le contraddizioni, la poesia le esaspera.
Siamo già in Emilia, nel 1983.
lo? Io magari riconosco anche la donna, dico: tu sei la Maria! A letto, una donna si sveglia all’improvviso e mi dice: cosa fai? Io la sto annusando, dico: sto imparando il tuo odore. Come una gatta che avevo a casa mia, capivo che riconosceva ognuno dei suoi gattini dall'odore.
Si, anche la memoria può essere olfattiva. Collego l'odore ai ricordi. Per esempio, riconosco il vino ricordando l'odore dell'uva. Bevevo vino con un amico, ho detto: questo vino è fatto di uva americana! E' una qualità di uva dolce, dentro, ma con la buccia acre. Dà un odore fruttato di fragola e insieme acre di clinto. Ho ricordato l'odore dell'uva, ho riconosciuto il vino.
— Chissà. Posso dire solo quali sono gli organi più attivati, nell'ordine. In primo luogo il gusto: mi piace mangiare, sentire il sapore, poi l'odore; poi il tatto.
No, la vista no. Sarà che non ho mal visto i genitori in atteggiamento affettuoso. La prima cosa di sesso legata alla vista e' stata al cinema, ai miei tempi, non e' stato granché. Mi ricordo invece che trovavo eccitante l'odore del corpi, tutti chiusi insieme nella sala.
E' una metafora. I cani sono legati con la salsiccia, come noi siamo legati alla cultura della terra.
Si, era il periodo in cui utilizzavo tutte le informazioni sensoriali stravolgendone il senso. E' il periodo che io chiamo ‘del suicidio civile‘, siamo nei primi anni '980. Mi dicevo: ‘Devo uccidere Mandrino‘. Poi: ‘Devo uccidere Mandrino, di fronte a coloro che lo hanno tradito‘. In quel periodo utilizzavo il linguaggio nelle sue espressioni più popolari o volgari, come "salsiccia" o "coglioni". Volutamente, per abbassare il tono.
Si. Ma anche per aggressività. Era come se dicessi: ‘Voi mi avete svalutato; allora lo mi svaluto talmente tanto che la mia svalutazione svaluta la vostra‘. Una difesa.
Mah. La campagna pavese è soprattutto nebbia, è la cosa che mi lega di più alla mia terra. Poi c'è l’acqua, l'humus della terra, le irrigazioni, i canali. L'acqua del grande fiume no: il Po è una cosa padana.
Il sangue è la mia parte emiliana, è una cosa che viene dalla mamma.
Manca l’orizzonte, lo dico sempre. L’ho anche scritto: ho visto pochi cieli. Nella mia terra, il sole nasce sempre da un cuscino di nebbia, illumina lo stesso cielo. Mi manca l'orizzonte, visivo ma anche emotivo, inteso come orizzonte di vita.
Mi manca. Dio può essere benissimo la terra, non ho mai associato l'idea di Dio alla vista del cielo. Dio non so cosa sia, però non ne sento la mancanza. Quello che mi manca è l'orizzonte.
Se l'orizzonte è la Speranza, si.
Sono gli anni milanesi, dal 1963 al 1983. L'africa del 1978, quando ero già separato da Gianna, la mia prima moglie. Cominciano gli anni che con me stesso chiamo "craxiani". anche se cronologicarnente il periodo non coincide, e che nella mia memoria hanno come fatto di riferimento il film ‘La febbre del sabato sera‘. Che era, non so, del 1977?. del 1978? Un uomo vive come un topo di fogna, e il sabato sera si riscatta realizzandosi in discoteca. Ne vale la pena? Sono gli anni, dopo il periodo 1968‑1975, nei quali si comincia a dire: ‘ritorno al privato‘. Nei primi anni milanesi, avevo avuto la sensazione di vivere la realtà nel momento in cui essa prendeva forma, di partecipare alla sua definizione. Erano gli anni in cui un uomo compie tutto ciò che è importante nella vita, o quasi tutto: l'uscita dalla pubertà, gli amici, il lavoro, gli interessi artistici e sociali, quelli politici, l’impegno, gli affetti, l'amore, la lotta, la scrittura, il pensiero. Ci fu un periodo in cui credetti di poter dare al futuro l'impronta della mia partecipazione, cioè che il futuro sarebbe stato il futuro delle mie lotte. Combattevo, insieme a tanti altri, contro coloro che reclamavano la loro febbre del sabato sera, non so, conto coloro che non venivano a mangiare in mensa per andare a prendere l'aperitivo nell'american bar, per una visione diversa dell‘esistenza. Però molti, dalla nostra parte, coltivavano dubbi: ‘State attenti che non accada come in Cile.... Cosi, per paura della violenza, si accettò un Cile senza violenza. Tutti hanno avuto la loro febbre. Qualche anno dopo qualcuno avrebbe detto che preferiva collaboratori meno onesti e più efficienti.
No, ma nel frattempo c'era stato il mio crollo totale, attorno al 1978. Era crollato il mondo che sostenevo, al quale mi sostenevo: politico, sindacale, matrimoniale, i rapporti interpersonali. Anche perché tutto era basato su rapporti sociali che si erano frantumati. La scrittura, per esempio, all'inizio rappresentava un elemento di diversità, gratificante, rispetto agli altri. Nell'ambiente in cui vivevo, la scrittura era invece una questione che non si poneva. anzi, non era neppure una questione, perché tutto era subordinato all'azione: si trattava di definire strategie operative, sindacali o politiche. Io intanto avevo letto Neruda, poi ero passato ai libri di testo passatimi dagli amici che avevano terminato gli studi. Cercavo sulle bancarelle dell’usato: i crepuscolari, i futuristi, i poeti minori dei primi anni del novecento, gli spagnoli, i francesi, gli esistenzialisti, la poesia di protesta americana di quegli anni, i poeti russi del dissenso. Sentivo sempre più forte la sensazione che mi mancasse qualcosa, e passai ad altro: il rapporto fra fantasia ed evocazione nel De Sanctis, tenendo sotto gli occhi i testi trattati, il rapporto fra la scrittura e la realtà, fra l'intellettuale e il potere nella "Verifica del poteri" di Fortini, poi il ritmo e la metrica, il significante e il significato, la semantica, il formalismo. Frequentavo alcuni, fra i quali uno scriveva poesia, del Movimento Radicale, quello storico, ante Pannella, nato durante la Resistenza da elementi della sinistra non comunista di Giustizia e Liberta,. Nel 1978 ho perso quel mondo, e insieme ho perso la mia vita matrimoniale e i rapporti sociali che le erano legati. Non avevo più referenti, quanto a comunicazione: la scrittura non esprimeva più la mia alterità, esprimeva la mia solitudine. Quando scrivevo "L'africa", nel 1978, c'era già l'idea di allontanarmi da Milano.
Ho voluto ricominciare da capo. Dicevo: Resistenza, fai il partigiano.
Mah, che senso ha tentare un linguaggio ‘alto‘, quando ti mancano le motivazioni? Io andavo in giro godendo la libertà totale che avevo conquistato, ma dentro non c'era niente come motivazione. La poesia documentava questo vuoto.
Godevo i vantaggi della liberta, ma ero disperato.
Certo. Avevo perso la vita matrimoniale, sociale, politica, sindacale.
No, non ho esperienze di questo tipo, neanche banali, tipo incidente o un'operazione. La mia violenza e' soltanto verbale. Però c'è anche il piacere di esprimere la violenza. In un mio sogno, c'ero io, c'era una capanna, c'era un'hawaiana; lo, all'hawaiana, ho piantato un machete nel ventre.
Se alludi a una simbologia storica, tipo falce e martello del vecchio PCI, non c‘è.
T’interrompo, in ogni modo si tratta di un lapsus, non so quanto psicologico, nel testo non si parla di ‘martello’ ma di ‘mantello’; ma non mi sembra importante, vai avanti.
La morte.
Si, ma se la donna è castrante, lei ha la falce, io nel sogno ho il machete. Come dire: siamo pari. In realtà, della castrazione non mi sono mai preoccupato. Anzi, nei miei innamoramenti, la donna e' una compagna protettiva, partecipe. Da bambino, all'asilo, mi ero innamorato di una bambina. Il mio amore consisteva nell’immaginare che saremmo diventati vecchi insieme.
Per forza, siamo già vecchi.
In un certo senso. Perché poi, dal punto di vista comportamentale, di liberta ne ho sempre persa poca.
Si. Nella mia esperienza, la donna non è critica rispetto a un eccesso di libertà comportamentale. E' critica verso un modo di pensare. Dice: questo no. Tu dici: allora questo non lo penserò più. Ma cosi non sei più autentico, non sei più tu. Ecco: la castrazione è una cosa che riguarda la fantasia.
No, è proprio l'idea che mio figlio mi chieda quello che io ho chiesto ai miei. Io ho chiesto: perché mi avete messo al mondo?, e mi hanno risposto: perché tutti fanno cosi! Invece, il senso è che tu fai un figlio per avere delle speranze, ma farlo senza avere speranze, allora non ha senso. C’è già un casino di bimbi, al mondo, che stanno male, io vado ad aggiungerne uno per cosa?, per il mio orgoglio di dire: lo ¼ ?
No, è proprio per non fare come i miei genitori. Non avevano alcuna motivazione.
Si.
In questo senso, si. Ho paura che si metta nei miei panni, e giudichi me come io ho giudicato i miei.
Era inesistente, mi ha voluto bene, non lo metto in discussione, io non posso rimproverargli niente, ha sempre lavorato molto, mai che andasse al bar a buttare via i soldi o cose del genere. Ma poteva essere benissimo lo zio generoso che vive in america.
Si. E' sempre stato inesistente, non so, era fascista perché tutti erano fascisti, eppure mio zio suo fratello no, e mio nonno suo padre neppure, che dai fascisti aveva preso le bastonate. Dopo l’8 settembre, dalla milizia ai partigiani, ogni cosa tanto per fare tanto per dire.
Probabilmente è una cosa che avviene, ma io non ne sono cosciente.
Già. infatti mi ricordo di non aver mai voluto dimostrare niente. Una volta mia madre mi ha detto: comprati qualcosa da vestire! Io ho comperato un palo di jeans bianchi con due larghe bretelle blu, e una maglietta Saint Tropez color rosa confetto. Mia madre: ma proprio quel colore lì dovevi scegliere? Poi ha anche detto: se ti piace hai fatto bene! La mia era una scelta cosi, perché mi piaceva, non per essere fuori dalle righe ad ogni costo.
Era complice, ma era difficile comunicare. adesso che è vecchia e forse ha l'alzheimer, e io la accudisco quando serve, ci facciamo delle grandi chiacchierate. Io dico: non potevamo farle prima?’ Lei dice: non potevi farle prima?
No, perché adesso i giochi sono fatti. Non e' importante sperare qualcosa, è importante avere l'illusione di sperare. Questa è la cosa fondamentale: mi illudo, quindi esisto. Speranza, poi, è un concetto molto cattolico. E’ una cosa diversa dal nostro cruccio degli anni '970, quando eravamo giovani e la speranza era uscire di casa per essere autonomi dai genitori. Ciò che interessava non era l’autonomia affettiva, ma proprio quella economica, era la vita indipendente che ci affascinava.
L’esperienza, le cose che sono accadute. Poi, a un certo punto, capisci che non è più tempo di partire per realizzare grandi opere.
Anche più di uno, sicuramente. Però, se non la penso adesso come quando avevo vent’anni è perché mi sono convinto che la mia visione del mondo di allora era solo utopia.
lo penso che serve combattere appunto per avere un cecchino, che è sempre un capro espiatorio, un alibi. Negli anni. '980, il capro espiatorio era Craxi, che aveva segato tutto ciò che era prima. Invece, non è stato solo Craxi, sono stati in molti. Cosi è adesso, io non condivido il discorso sindacale del Governo attuale, che è abbonato al Capitale. Ma ciò che non va, adesso, è che viene messa in crisi l’idea stessa della ribellione, e molti ne sono responsabili. E' venuto meno il mondo alternativo, prima c'erano due concezioni della vita, adesso una sola. Prima c'erano due modi di intendere la libertà, una di destra e una di sinistra, adesso ce n'è una sola.
Non so bene, io sono di quelli che l'hanno persa. In Unione Sovietica, dico solo a titolo esemplificativo, chi scriveva poesia finiva in Siberia. Adesso, là e qua, sei libero di scrivere quello che vuoi, purché si tratti di cose banali oppure di cazzate, per essere ascoltato, avere audience. Alla fine, il Potere ti squalifica, ti ritrovi ugualmente in Siberia.
Si.
Non c'è per me, ma non è detto che non ci sia. Beh. Il futuro io lo vedo nel miglioramento dell'uomo.
Niente mi fa immaginare che ci sia un futuro. Si! E’ una contraddizione. amen, me la tengo.
Ah beh, si, forse è così.
Sarà quello che deve essere. Non accetto l’idea della morte assoluta e basta, ci sono cose fuori dalla nostra comprensione, tipo quinta dimensione.
Forse.
Si, ma questa non è una mia religione. Io non faccio il missionario, non raccolgo l'elemosina per darla ai poveri, perché questo mi sembra umiliante. I poveri, poi, non mi sono mai stati simpatici. Spesso, sono anche imbelli. Vedi, io sono invece vanitoso, mi piace essere guardato, mi piacciono le cose belle, anche le belle automobili. E' il metodo per avere la macchina bella che non mi va. Allora, non mi muovo per amore dei poveri, ma perché disprezzo i ricchi, i prepotenti, quelli che hanno già molti soldi e ne vogliono molti di più.
Si può chiamare: orgoglio di me stesso.
Giustizia ?
Mah, il fatto è che provo risentimento, rancore, e con la giustizia non stanno bene insieme. L'Etica, invece, si. Mi sento più vicino alla questione etica.
Eh, da bambino credevo nell’eroe, non so, il cavaliere senza macchia e senza paura. Questa idea, dell'eroe, mi è rimasta, però in maniera differente. Eroe è colui che si schiera contro il potere, perché il potere e' omologante.
Chi vuole essere omologato ha bisogno di rassicurazione. Ha paura.
E' vero. Infatti, non bisogna fare lo sforzo di essere diversi. Bisogna solo rifiutarsi di essere omologati. Deve essere un fatto di autenticità. Io guardo la pubblicità: 'compra questo, e sarai diverso‘. Allora io non compro, per essere diverso da chi vuole essere diverso.
No, se è una cosa che viene da sé. E' come scrivere poesia. Non è che uno scrive poesie per essere diverso dagli altri, oppure per essere uguale a chi scrive poesie. Uno scrive poesia, perché la cosa viene da sé, e questo lo rende diverso.
Infatti. Chi scrive poesia se ne rende conto quando la propone agli altri. C’è sempre qualcuno che dice: 'non si capisce'. E io rispondo: 'perché, la pubblicità la capite?'. Anche la pubblicità intelligente non si capisce, spesso mancano i nessi di causalità. però, per la pubblicità va bene cosi. La poesia, invece, bisognerebbe spiegarla. Mah! In questo senso, la poesia è già di per sé un fatto di alterità. Ma anche un fatto di autenticità, perché il bisogno di scrivere viene da sé. La poesia permette di essere, nello stesso tempo, autentici e diversi.
Mettiti nei miei panni. Mi difendo dalla pubblicità, figuriamoci se non mi difendo da quella roba lì.
E' vero, l'amore è un meccanismo di perdita di é, però è un meccanismo che ricerco continuamente.
Io mi annullo volentieri.
In amore si è perfetti, ma ci si perde. Allora si scappa.
Oh, questo lo hai già chiesto.
A me importa questo: avere giocato, e bene. Ci sarà un Giudice alla fine, non so chi, però lo credo anch’io
Si.
Infatti: non nominare il nome di Dio invano.
Quando l'uomo fornisce risposte gnomiche, quasi sempre vuol dire che è stanco. Lo accompagno all'auto. Nel tragitto, dalla casa di fronte una finestra lontanamente illuminata dimostra dietro le tende un'ombra di donna che si spoglia, oppure si veste. "Riesci ancora a sentire l'odore?", chiedo. Mandrino volta l’olfatto alla finestra lontana, inspira profondamente e considera, dispiaciuto: "No". Filantropo, partecipo al lutto associando il mio: "Fino a qualche tempo fa, io sarei riuscito a vedere distintamente la donna, al di la delle tendine". Seguono serissime banalità sul degrado fisiologico del sensi, il gioco consiste nello sforzo di non mostrarci esilarati, Mandrino si congeda. Mi ritrovo ad essere serio, anche professionalmente, nella fase successiva di lettura del materiale fornito dall’amico. Nulla mi conquista più di una biografia autentica, condotta da un uomo su di sé. L’autenticità è cosa che chiede soltanto l'ascolto: perché ascolto e comprensione, quando un uomo si confessa, coincidono. Trascrivo l'intervista a Mandrino, contrariamente al proposito iniziale, senza commentare. Mi limito a due osservazioni di ordine fenomenologico. La prima riguarda la coincidenza fra vissuto e scrittura. Un uomo non appartiene, dall'inizio, al luogo inagito e solo intravisto attraverso il portino di un trivio; non appartiene al padre, essendo questi colpevole di non avere colpe specifiche da contestare; non appartiene alla madre, colpevole di non saper definire razionalmente le ragioni per cui il figlio e stato concepito al mondo; non appartiene ai luoghi della libertà, perché questa si apparenta alla solitudine; non appartiene all’amore, perché la donazione all'altro comporta la perdita di sé; non appartiene alle ideologie, essendo queste che mutano e tradiscono; neppure appartiene all'Innominato, essendo questi Innominabile. Un uomo cosi fatto non può definirsi rispetto a qualcosa che sia suo; non può definire, sotto l'aspetto relazionale, neppure se stesso. La seconda osservazione riguarda la fenomenologia della scrittura. Si scrive, onestamente, per rappresentare ciò che non si e', per raggiungere ciò che non si possiede. Un uomo che non può definire se stesso annaspa necessariamente nel tentativo di proporre ciò che non sa. Una volitiva irrisolutezza sarà, fortunatamente per chi legge, la cifra della sua scrittura. "E' Babbo natale, dice mio figlio quando Mandrino si congeda. Rimango un po’ cosi, poi credo di capire: Babbo Natale non rassomiglia a nessuno, perché rassomiglia soltanto a se stesso. Non è cosi per Mandrino, ora capisco: l’amico ha il vantaggio di non rassomigliare a se stesso, perché non si appartiene. |
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