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Francesco Mandrino
intervistato da Rossano Onano

Prendete Gino Cervi, nella spettacolosa rappresentazione del sindaco della bassa reggiana: ugualmente invasiva, massiccia, sanguigna e' la fisicità di Francesco Mandrino. Però il cappello ha tese larghe, marrone, da buttero maremmano. Però la camicia è fiorita, da DJ mediatico. Però gli occhi sono da topo, aguzzi. Però baffi e capelli raffigurano il colonnello Custer, io sospetto li tinga di bianco. "E' Babbo Natale!", dice mio figlio quando Mandrino si congeda. Rimango un po' cosi, poi capisco: Babbo Natale non rassomiglia a nessuno, perché rassomiglia soltanto a se stesso.

Dove però Mandrino eccelle, quanto a resa individuale, è nel comportamento. Negli appetiti è sregolato, ma senza ostentazione. Quando si tratta di verbalizzare, ostenta invece parecchio. La sua modalità comunicativa si esprime attraverso una procedura straordinariamente semplice e precisa: ascolta attentamente l’opinione della maggioranza, poi interviene per dissociarsi. Ad un meeting sulla poesia dialettale è intervenuto per dire nella sostanza che i dialetti farebbero benissimo a togliersi dai piedi. Ad un meeting di cruscanti, avrebbe sostenuto esattamente il contrario.

Quando scrive, uguale. Per dissociarsi, bisogna prima osservare attentamente. La poesia di Mandrino esprime prima di tutto una precisa ossessione sensoriale: egli guarda ascolta annusa (cosa importantissima, seppure trascurata in poesia) gusta (soprattutto) tocca. La parola circola a partire da un fuoco percettivo terrestre quasi sempre mediocre, chi legge dice: non può continuare cosi!, si aspetta ad ogni momento una qualche astrazione, un qualche debolissimo conato metafisico. Niente. Salvo che, nella poesia di Mandrino, sogghigna nascosta e compare improvvisamente la morte.

Non è del tutto cosi per questo lavoro, M’innamorai, lo riconosco. L’opera, che leggo allo stato di abbozzo, rispetto alle precedenti mi appare meno compatta ossessiva sensoriale mortuaria: un passo indietro. Per forza, spiega Mandrino, ci sono poesie di quand'ero ragazzo, le prime, parte del materiale inedito dal 1969 al 1999, scelto fra quello più legato alla mia vita. Una specie di biografia, sorrido maligno e propongo: vieni a casa mia, che ne parliamo.

Ho maturato un proposito vigliacco: indurre Mandrino a parlare di sé, autenticamente. Testo a fronte.

Per questo motivo lo accolgo. Ho preparato patatine e salati, un vino da meditazione come sarebbe Moscato di Pantelleria: l'accostamento è avventuroso, ma per Mandrino va bene. L'amico si presenta alle 14: io sono digiuno e mi butto sul salatini; lui ha mangiato, si capisce benissimo, preferisce il Moscato che però versa con molta discrezione. Siamo divisi dal suo dattiloscritto, che posa sulla scrivania. A lui concedo il lato di scrivania chiuso in basso fra pavimento e piano di scrittura. Non può distendere le gambe, sta scomodo. Gli assicuro, in questo modo, una condizione operativa ottimale.

— Senti, Francesco: è un testo molto disomogeneo. All'inizio, c'è un Mandrino addirittura patetico, che non si era mai visto.

Sono i testi del 1969. Ero giovane.

— Non eri male. Poi, diciamo da ‘L’africa' a ‘Figlioli carissimi', il linguaggio e' mediocre, sbilanciato verso la filosofia. Cinico‑pessimista, per giunta, cioè un po' troppo facile. Poi risali. 'Mahamadou', per esempio. ‘Si sta... ‘. Ungaretti: però con tutt'altro significato, e tutt'altro rapporto con il tempo.

Certo. Ungaretti esprime un rapporto di precarietà con la vita. Qui, un rapporto di inutilità. Perché manca la speranza, manca l'orizzonte. C’è solo il tempo presente, con tutte le sue percezioni, e il tempo passato con le sue ricordanze. Non c'è futuro. Oppure, quando c'è, è ironico: non so, ‘le aspettative per la petrolchimica‘, oppure ‘rari episodi di cannibalismo nelle periferie più popolose‘, tanto per citarmi.

— Scaramanzia?

Si, perché un futuro c'è. Quello della morte.

Il rapporto con il tempo della morte è già, di per sé, metafisica. In alcune tue poesie, la morte sopravviene su personaggi intenti al gioco delle carte. Il gioco, a me sembra venga da sé, implica un giudizio: c'è chi vince, c'è chi perde.

No, è invece la descrizione della vita 'in itinere', il gioco è quello che l’uomo intrattiene col destino. E' importante il gioco in se stesso, la vita nel momento in cui si spende, aspettando la mano buona, quando arriva e se arriva. Non è un torneo dove si vince o si perde alla fine.

— Cosi, la partita è giocata col destino. Ma un giudizio, alla fine, c’è.

Si, ma è il giudizio sul gioco che mi interessa. Bisogna giocare bene, onestamente, divertendosi possibilmente, ma impegnandosi.

— Il gioco come metafora della vita. Anche così un giudizio sulla qualità del gioco deve essere formulato. Chi giudica dicendo: bravo, ti sei impegnato, hai rispettato le regole?

Chi giudica? Io no. Giudica l’altro da me, non importa se sono gli altri, o i posteri, o gli dei o Dio. E‘ un giudizio esterno. Quello che importa è che io voglio aver giocato bene, e non mi aspetto un premio.

— E allora, cosa ti aspetti?

Mi aspetto la conferma, piuttosto che combattere con ogni mezzo per ottenere la vittoria, condurre la lotta in modo da farne un punto di riferimento, anche in caso di sconfitta, sopravvivere ad entrambe e sconfiggere la morte.

— Ugo Foscolo, mi pare. Peccato che si possa sconfiggere la morte anche giocando malissimo, senza rispettare le regole. La storia insegna che i cattivi giocatori sono ugualmente immortali, come i buoni.

Invece no. A me interessa il 'buon giudizio'. Mi interessa sconfiggere la morte, ma non per il mero gusto di continuare a vivere.

— Vivere. Prendiamo un altro testo: 'Iconoplasma'. Qui compare il Mandrino che conosco, citazionista, ma soprattutto onnivoro rispetto agli stimoli percettivi. Qui la percezione è visiva e coloristica, Leonardo Correggio Goja Caravaggio Canaletto. però, vorrei proprio vederti, dentro un tramonto del Canaletto. Per come ti conosco, una noia! L’idillio è una gigioneria, non è una cosa per te.

Infatti. E' il tentativo di descrivere uno stato d'animo usando le sensazioni fisiche, in questo caso visive. E' una poesia degli anni ‘990, di quelle che cercano il consenso immediato.

— In realtà, gli stimoli fisici inducono in te una razionalizzazione dell'esperienza, mai un'emozione. Servono da stimolo a un comportamento, mai alla contemplazione.

E' vero. Io appartengo alla categoria del palpeggiatori, più che dei voyeurs.

— Perché?

Dipende da quand'ero bambino. Avevo bisogno di guardare la realtà, per capire, non spiare per emozionarmi. Mi ricordo che guardavo un boscaiolo da lontano, vedevo l’accetta colpire un tronco d'albero, e il rumore mi arrivava un momento dopo. Ho chiesto perché, e tutti si sono messi a ridere, a prendere in giro come se chiedessi una cosa che non sta né in cielo né in terra. Anche per il mondo affettivo succedeva questo. Mia mamma si faceva lavare la schiena, quando faceva il bagno: non avevo bisogno di spiare.

— La cosa proibita, insomma, era la conoscenza.

Appunto. La mamma è un'emiliana della bassa modenese, ha ancora una foto da ragazza, vestita da mondina con un po' di civetteria. Era un'esperta ballerina di valzer. Quando vedeva, dalle finestre della camerata, quel giovane muratore che lavorava agli stalli accanto alle aie, pensava certamente a lui come al possibile ballerino di quelle serate. Ma non e' stato cosi: mio padre era un pavese della Lomellina, dal passo pesante come l’accento, che tendeva al piemontese; ballarono poco. In compenso ¼.Io sono nato nell'autunno del 1948, nella casa dei nonni paterni. Nella sala grande, tramite una divisione in legno, era stata ricavata una stanzetta, era stata impiantata una stufa di ghisa sotto al camino, quella e' stata la prima casa della famiglia. Dopo poco più di un anno, il tempo sufficiente perché io imparassi a parlare e camminare, abbiamo smesso la coabitazione e abbiamo preso in affitto una casa poco lontano. C'era la pompa dell’acqua. Già, noi non avevamo più il pozzo, avevamo la pompa per l'acqua. Come le altre del paese, la nostra casa era a filo della strada, il cortile era chiuso da un portone pesante di legno, che rimaneva sempre chiuso. II passaggio delle persone avveniva attraverso un'apertura in una delle ante, detta il portino, che non arrivava fino a terra ma si fermava all'altezza della fascia inferiore del portone, a una cinquantina di centimetri da terra. Tanto bastava ad essere, per me bambino, un davanzale insormontabile, e dava sicurezza a mia madre. Mia madre lasciava aperto il portino e io potevo guardare fuori. Il mondo mi appariva da quella prospettiva. Il portino si apriva su di un trivio: la strada che conduceva alla chiesa e al cimitero, la circonvallazione, la strada che entrava al centro del paese. Accanto alla nostra casa e'erano la banca e l'osteria. Da quel punto strategico ho visto passare la vita di allora: la gente, che spesso mi salutava, le biciclette, i carri trainati dalle mucche con le museruole di ferro per impedir loro di mangiare l’erba fresca, il cavallo con le scarpe di ferro che suonavano sull'acciottolato mentre tirava il carro coperto dell'uomo che vendeva le patate e le cipolle, le automobili, la giardinetta del mercante di stoffe, la topolino del rappresentante, la millecento del padrone di cascina. Davanti a me passavano i lunghi cortei nuziali, con il lancio dei confetti, quelli più ridotti e silenziosi dei battesimi, quelli mesti ma imponenti dei funerali, i cortei delle ricorrenze civili, che avevano gli stendardi e la banda che suonava Piave o Monte Grappa. Durante i periodi della trebbiatura, quella breve del grano e quella più lunga del riso, in autunno, nello slargo che il trivio formava era lasciato il treno della trebbiatura, durante la sosta fra un'aia e l'altra: la ballatrice di ferro con la pressa che sembrava la testa di un drago, l'attrezzo per preparare il filo di ferro da legare le balle di paglia, il vagoncino con le scorte di carburante e la piccola officina; ma soprattutto la locomotiva di quel treno, l'imponente Landini, detto ‘testa calda‘, perché prima di metterlo in moto bisognava scaldare la camera di scoppio con un fornello a petrolio. Quella macchina aveva, per me, una specie di cuore pulsante che faceva rimbombare il mio dentro la cassa toracica: mi ha affascinato per sempre.

— Ho capito. Guardavi, come tutti i bambini, dal buco della serratura. Soltanto, non avevi bisogno di spiare la mamma; avevi bisogno di spiare il mondo.

Beh, non solo il mondo. Da un punto preciso del mio lettino, una fessura fra due tegole mi permetteva di vedere il cielo. Quando mia madre voleva sbrigare le faccende di casa senza avermi fra i piedi, diceva: stai lì, che è ancora buio. Io guardavo il cielo, e vedevo la luce. Questa cosa mi ha permesso di capire che mia madre mentiva.

— Le tue sbirciate di cielo, infatti, hanno scarso rilievo metafisico.

Io provavo rancore, sapendo che mia madre mi mentiva.

— Molto meglio guardare il mondo, attraverso il portino sul trivio. Come fai anche oggi. Però, bisogna poi essere sinceri: cos'è questa storia del tramonto di Canaletto?

Guarda, lo so anch'io che non mi ci trovo, nel Canaletto. Però sono sincero, quando dico che vorrei riposare. Sono diventato ambiguo, perché accetto le contraddizioni. Prima no, dicevo: qui bisogna mettere a posto le cose, le cose stanno cosi oppure cosi. Stavo malissimo.

— E adesso?

Adesso sto meglio, perché ho accettato la questione. Non è che sono meno sincero perché contraddittorio. E' che sono sincero perché contraddittorio. Si può benissimo amare i mostri di Goja e i tramonti di Canaletto. A chi scrive poesia, ed esprime sentimenti troppo precisi, io dico: guarda che non sei sincero, non si può dire le cose stanno cosi o cosi, la vita non è cosi quadrata. Scrivere e non contraddirsi è cosa che non ci sta, in poesia. Anzi, la poesia e' proprio il campo idoneo per dire a se stessi le contraddizioni, e per dirle agli altri. La contraddizione, per ciò che mi riguarda, è uno strumento espressivo: la rilevo, senza spiegarla mai.

— Però, se usi le contraddizioni come strumento espressivo, vuol dire che le accetti. A me sembra un segno di maturità esistenziale. Chi vuole spiegare a se stesso le contraddizioni, non scrive poesia: va in analisi.

Giusto. L'analisi spiega le contraddizioni, la poesia le esaspera.

— Alla faccia di quelli che dicono, e sono tanti, di scrivere poesia come tentativo di autoanalisi. La poesia, quando è ascolto autentico di sé, butta fuori di tutto, senza spiegare niente. Però senti, tornando agli strumenti espressivi. La tua poesia è fortemente sensoriale. Prendiamo ‘Lady net work‘, prevalgono gli stimoli olfattivi.

Siamo già in Emilia, nel 1983.

— Beh, ma non è che l’odorato si è sviluppato in Emilia nel 1983. E' una cosa che fa parte di te. Rispetto agli stimoli visivi, o a quelli cenestesici, tu rispondi maggiormente agli stimoli olfattivi. Come gli animali, che hanno il rinencefalo sviluppato. II mio professore di anatomia all'Università, deplorando l’atrofia del rinencefalo nell'essere umano, spiegava: alcuni uomini, con gli occhi bendati in una stanza chiusa piena di donne, forse riescono ancora ad avvertirne l’odore. Tu, con gli occhi bendati, riusciresti a sentire l’odore di una donna?

lo? Io magari riconosco anche la donna, dico: tu sei la Maria! A letto, una donna si sveglia all’improvviso e mi dice: cosa fai? Io la sto annusando, dico: sto imparando il tuo odore. Come una gatta che avevo a casa mia, capivo che riconosceva ognuno dei suoi gattini dall'odore.

— Quindi, sei un animale!

Si, anche la memoria può essere olfattiva. Collego l'odore ai ricordi. Per esempio, riconosco il vino ricordando l'odore dell'uva. Bevevo vino con un amico, ho detto: questo vino è fatto di uva americana! E' una qualità di uva dolce, dentro, ma con la buccia acre. Dà un odore fruttato di fragola e insieme acre di clinto. Ho ricordato l'odore dell'uva, ho riconosciuto il vino.

— Rispetto alla sessualità? Quale è stato l’innesto sensoriale, lo stimolo fissato la prima volta e per sempre?

— Chissà. Posso dire solo quali sono gli organi più attivati, nell'ordine. In primo luogo il gusto: mi piace mangiare, sentire il sapore, poi l'odore; poi il tatto.

— Dimentichi la vista

No, la vista no. Sarà che non ho mal visto i genitori in atteggiamento affettuoso. La prima cosa di sesso legata alla vista e' stata al cinema, ai miei tempi, non e' stato granché. Mi ricordo invece che trovavo eccitante l'odore del corpi, tutti chiusi insieme nella sala.

— Bene: il gusto. Prendiamo Rimanenze e nuova gestione, il ragù che piove dal cielo, i cani legati con la salsiccia. Gusti plebei, cultura legata alla terra.

E' una metafora. I cani sono legati con la salsiccia, come noi siamo legati alla cultura della terra.

— Non può essere solo cosi. La violenza del linguaggio è invece da psicodramma personale, vissuto con grande aggressività.

Si, era il periodo in cui utilizzavo tutte le informazioni sensoriali stravolgendone il senso. E' il periodo che io chiamo ‘del suicidio civile‘, siamo nei primi anni '980. Mi dicevo: ‘Devo uccidere Mandrino‘. Poi: ‘Devo uccidere Mandrino, di fronte a coloro che lo hanno tradito‘. In quel periodo utilizzavo il linguaggio nelle sue espressioni più popolari o volgari, come "salsiccia" o "coglioni". Volutamente, per abbassare il tono.

— Cioè, per scaramanzia

Si. Ma anche per aggressività. Era come se dicessi: ‘Voi mi avete svalutato; allora lo mi svaluto talmente tanto che la mia svalutazione svaluta la vostra‘. Una difesa.

— Complicato, però si capisce benissimo. Non ti do soddisfazione, non ti chiedo perché dovevi uccidere Mandrino. Mi interessa di più il piano antropologico: che cosa dà la tua terra, in termini di cultura, rispetto alle altre? La salsiccia va bene, come per i siciliani le zagare. Ma questa è coreografia. La cultura è invece un modo di rapportarsi alla vita, di interpretarla.

Mah. La campagna pavese è soprattutto nebbia, è la cosa che mi lega di più alla mia terra. Poi c'è l’acqua, l'humus della terra, le irrigazioni, i canali. L'acqua del grande fiume no: il Po è una cosa padana.

— Il sangue?

Il sangue è la mia parte emiliana, è una cosa che viene dalla mamma.

Manca il cielo

Manca l’orizzonte, lo dico sempre. L’ho anche scritto: ho visto pochi cieli. Nella mia terra, il sole nasce sempre da un cuscino di nebbia, illumina lo stesso cielo. Mi manca l'orizzonte, visivo ma anche emotivo, inteso come orizzonte di vita.

— Orizzonte è anche lo spazio metafisico.

Mi manca. Dio può essere benissimo la terra, non ho mai associato l'idea di Dio alla vista del cielo. Dio non so cosa sia, però non ne sento la mancanza. Quello che mi manca è l'orizzonte.

— Possiamo dire, forzando un po’ le cose, che l’Orizzonte è Dio.

Se l'orizzonte è la Speranza, si.

— Senza orizzonte, parlando di scrittura, sei nel periodo che va, mettiamo dalla stesura di "L’africa" a "Figlioli carissimi". Il linguaggio è mediocre, una specie di poetichese senza tensione e senza fantasia. Addirittura, qualche volta sbilanciato sul versante di una filosofia accattona. Non sei Mandrino, insomma. Perché conservi questa roba?

Sono gli anni milanesi, dal 1963 al 1983. L'africa del 1978, quando ero già separato da Gianna, la mia prima moglie. Cominciano gli anni che con me stesso chiamo "craxiani". anche se cronologicarnente il periodo non coincide, e che nella mia memoria hanno come fatto di riferimento il film ‘La febbre del sabato sera‘. Che era, non so, del 1977?. del 1978? Un uomo vive come un topo di fogna, e il sabato sera si riscatta realizzandosi in discoteca. Ne vale la pena? Sono gli anni, dopo il periodo 1968‑1975, nei quali si comincia a dire: ‘ritorno al privato‘. Nei primi anni milanesi, avevo avuto la sensazione di vivere la realtà nel momento in cui essa prendeva forma, di partecipare alla sua definizione. Erano gli anni in cui un uomo compie tutto ciò che è importante nella vita, o quasi tutto: l'uscita dalla pubertà, gli amici, il lavoro, gli interessi artistici e sociali, quelli politici, l’impegno, gli affetti, l'amore, la lotta, la scrittura, il pensiero. Ci fu un periodo in cui credetti di poter dare al futuro l'impronta della mia partecipazione, cioè che il futuro sarebbe stato il futuro delle mie lotte. Combattevo, insieme a tanti altri, contro coloro che reclamavano la loro febbre del sabato sera, non so, conto coloro che non venivano a mangiare in mensa per andare a prendere l'aperitivo nell'american bar, per una visione diversa dell‘esistenza. Però molti, dalla nostra parte, coltivavano dubbi: ‘State attenti che non accada come in Cile.... Cosi, per paura della violenza, si accettò un Cile senza violenza. Tutti hanno avuto la loro febbre. Qualche anno dopo qualcuno avrebbe detto che preferiva collaboratori meno onesti e più efficienti.

— Quindi, a quella febbre non hai aderito.

No, ma nel frattempo c'era stato il mio crollo totale, attorno al 1978. Era crollato il mondo che sostenevo, al quale mi sostenevo: politico, sindacale, matrimoniale, i rapporti interpersonali. Anche perché tutto era basato su rapporti sociali che si erano frantumati. La scrittura, per esempio, all'inizio rappresentava un elemento di diversità, gratificante, rispetto agli altri. Nell'ambiente in cui vivevo, la scrittura era invece una questione che non si poneva. anzi, non era neppure una questione, perché tutto era subordinato all'azione: si trattava di definire strategie operative, sindacali o politiche. Io intanto avevo letto Neruda, poi ero passato ai libri di testo passatimi dagli amici che avevano terminato gli studi. Cercavo sulle bancarelle dell’usato: i crepuscolari, i futuristi, i poeti minori dei primi anni del novecento, gli spagnoli, i francesi, gli esistenzialisti, la poesia di protesta americana di quegli anni, i poeti russi del dissenso. Sentivo sempre più forte la sensazione che mi mancasse qualcosa, e passai ad altro: il rapporto fra fantasia ed evocazione nel De Sanctis, tenendo sotto gli occhi i testi trattati, il rapporto fra la scrittura e la realtà, fra l'intellettuale e il potere nella "Verifica del poteri" di Fortini, poi il ritmo e la metrica, il significante e il significato, la semantica, il formalismo. Frequentavo alcuni, fra i quali uno scriveva poesia, del Movimento Radicale, quello storico, ante Pannella, nato durante la Resistenza da elementi della sinistra non comunista di Giustizia e Liberta,. Nel 1978 ho perso quel mondo, e insieme ho perso la mia vita matrimoniale e i rapporti sociali che le erano legati. Non avevo più referenti, quanto a comunicazione: la scrittura non esprimeva più la mia alterità, esprimeva la mia solitudine. Quando scrivevo "L'africa", nel 1978, c'era già l'idea di allontanarmi da Milano.

— Ti rendi conto che crolla anche il linguaggio?

Ho voluto ricominciare da capo. Dicevo: Resistenza, fai il partigiano.

— Ho capito. Ma l’eroismo esistenziale diventa vigliaccheria espressiva: scrivi, e non sei più tu.

Mah, che senso ha tentare un linguaggio ‘alto‘, quando ti mancano le motivazioni? Io andavo in giro godendo la libertà totale che avevo conquistato, ma dentro non c'era niente come motivazione. La poesia documentava questo vuoto.

— Non mi convinci. Parli di nuvole, in questo periodo, ma parli anche di sangue. In realtà, in quegli anni eri disperato.

Godevo i vantaggi della liberta, ma ero disperato.

— Forse eri disperato perché eri libero.

Certo. Avevo perso la vita matrimoniale, sociale, politica, sindacale.

Il sangue. E' cosa che viene da sé, come metafora di una ferita esistenziale. Mi chiedo però se non rappresenti un'esperienza diretta, una ferita fisica.

No, non ho esperienze di questo tipo, neanche banali, tipo incidente o un'operazione. La mia violenza e' soltanto verbale. Però c'è anche il piacere di esprimere la violenza. In un mio sogno, c'ero io, c'era una capanna, c'era un'hawaiana; lo, all'hawaiana, ho piantato un machete nel ventre.

— Beh. questa mi sembra una violenza d'altro tipo. Prendi 'Minuetto’. Uomo e donna combattono fra loro, la donna ha in mano la falce, l'uomo ha in mano il martello.

Se alludi a una simbologia storica, tipo falce e martello del vecchio PCI, non c‘è.

— Ci mancherebbe, alludevo al duello, all’aggressività...

T’interrompo, in ogni modo si tratta di un lapsus, non so quanto psicologico, nel testo non si parla di ‘martello’ ma di ‘mantello’; ma non mi sembra importante, vai avanti.

— Infatti non lo è, comunque, nella simbologia culturale, la donna con la falce che cosa rappresenta?

La morte.

— La falce è anche castrazione.

Si, ma se la donna è castrante, lei ha la falce, io nel sogno ho il machete. Come dire: siamo pari. In realtà, della castrazione non mi sono mai preoccupato. Anzi, nei miei innamoramenti, la donna e' una compagna protettiva, partecipe. Da bambino, all'asilo, mi ero innamorato di una bambina. Il mio amore consisteva nell’immaginare che saremmo diventati vecchi insieme.

— Adesso, non lo immagini più?

Per forza, siamo già vecchi.

— Però la falce c'è. Castrazione è anche perdita della libertà.

In un certo senso. Perché poi, dal punto di vista comportamentale, di liberta ne ho sempre persa poca.

— La liberta di esprimerti?

Si. Nella mia esperienza, la donna non è critica rispetto a un eccesso di libertà comportamentale. E' critica verso un modo di pensare. Dice: questo no. Tu dici: allora questo non lo penserò più. Ma cosi non sei più autentico, non sei più tu. Ecco: la castrazione è una cosa che riguarda la fantasia.

— La fantasia della proiezione di sé, anche. "La paura del rimorso", dici: se avrò un figlio, cosa gli dirò? E' un alibi, te ne rendi conto? In realtà, che cosa temi da un figlio? Di essere Laio?

No, è proprio l'idea che mio figlio mi chieda quello che io ho chiesto ai miei. Io ho chiesto: perché mi avete messo al mondo?, e mi hanno risposto: perché tutti fanno cosi! Invece, il senso è che tu fai un figlio per avere delle speranze, ma farlo senza avere speranze, allora non ha senso. C’è già un casino di bimbi, al mondo, che stanno male, io vado ad aggiungerne uno per cosa?, per il mio orgoglio di dire: lo ¼ ?

Allora, non si tratta di paura.

No, è proprio per non fare come i miei genitori. Non avevano alcuna motivazione.

— Allora: tu rimproveri loro di averti generato senza motivazione, e hai paura che tuo figlio possa rimproverare a te la stessa cosa.

Si.

— Allora, la paura c'entra. E’ la paura del giudizio del figlio.

In questo senso, si. Ho paura che si metta nei miei panni, e giudichi me come io ho giudicato i miei.

— Per esempio tuo padre. Come lo ricordi?

Era inesistente, mi ha voluto bene, non lo metto in discussione, io non posso rimproverargli niente, ha sempre lavorato molto, mai che andasse al bar a buttare via i soldi o cose del genere. Ma poteva essere benissimo lo zio generoso che vive in america.

— Straordinario. Lo rimproveri di non avere niente da rimproverargli.

Si. E' sempre stato inesistente, non so, era fascista perché tutti erano fascisti, eppure mio zio suo fratello no, e mio nonno suo padre neppure, che dai fascisti aveva preso le bastonate. Dopo l’8 settembre, dalla milizia ai partigiani, ogni cosa tanto per fare tanto per dire.

— Detto cosi, la paura sarebbe che tuo figlio possa, a sua volta, giudicarti inconsistente, perché uguale a tutti. Questo spiega la faccenda che sei sempre, tu, abbastanza fuori dalle righe. Ti quadra?

Probabilmente è una cosa che avviene, ma io non ne sono cosciente.

— Certo. Se tu decidessi coscientemente di vivere fuori dalle righe, faresti un calcolo come tutti, e saresti perfettamente dentro, le righe. Il problema è invece che noi assomigliamo ai nostri padri, sempre. Siamo uguali se ci sono piaciuti, siamo diversi se non ci sono piaciuti.

Già. infatti mi ricordo di non aver mai voluto dimostrare niente. Una volta mia madre mi ha detto: comprati qualcosa da vestire! Io ho comperato un palo di jeans bianchi con due larghe bretelle blu, e una maglietta Saint Tropez color rosa confetto. Mia madre: ma proprio quel colore lì dovevi scegliere? Poi ha anche detto: se ti piace hai fatto bene! La mia era una scelta cosi, perché mi piaceva, non per essere fuori dalle righe ad ogni costo.

— Tua madre?

Era complice, ma era difficile comunicare. adesso che è vecchia e forse ha l'alzheimer, e io la accudisco quando serve, ci facciamo delle grandi chiacchierate. Io dico: non potevamo farle prima?’ Lei dice: non potevi farle prima?

— Torniamo alla speranza. Quando scrivi, c'è la speranza di tornare a sperare. Questa non è già speranza?, non è la stessa cosa?

No, perché adesso i giochi sono fatti. Non e' importante sperare qualcosa, è importante avere l'illusione di sperare. Questa è la cosa fondamentale: mi illudo, quindi esisto. Speranza, poi, è un concetto molto cattolico. E’ una cosa diversa dal nostro cruccio degli anni '970, quando eravamo giovani e la speranza era uscire di casa per essere autonomi dai genitori. Ciò che interessava non era l’autonomia affettiva, ma proprio quella economica, era la vita indipendente che ci affascinava.

— Questo, negli anni '970. Rispetto al resto, chi sono stati i tuoi cecchini?, quelli che hanno ucciso la speranza?

L’esperienza, le cose che sono accadute. Poi, a un certo punto, capisci che non è più tempo di partire per realizzare grandi opere.

— Detto cosi, è troppo esistenziale. C’è sempre qualcuno che preme il grilletto, quando muore la speranza.

Anche più di uno, sicuramente. Però, se non la penso adesso come quando avevo vent’anni è perché mi sono convinto che la mia visione del mondo di allora era solo utopia.

— Beh, se l’esperienza uccide sempre la speranza, allora la morte è fisiologica, che senso ha combattere?

lo penso che serve combattere appunto per avere un cecchino, che è sempre un capro espiatorio, un alibi. Negli anni. '980, il capro espiatorio era Craxi, che aveva segato tutto ciò che era prima. Invece, non è stato solo Craxi, sono stati in molti. Cosi è adesso, io non condivido il discorso sindacale del Governo attuale, che è abbonato al Capitale. Ma ciò che non va, adesso, è che viene messa in crisi l’idea stessa della ribellione, e molti ne sono responsabili. E' venuto meno il mondo alternativo, prima c'erano due concezioni della vita, adesso una sola. Prima c'erano due modi di intendere la libertà, una di destra e una di sinistra, adesso ce n'è una sola.

— Quale?

Non so bene, io sono di quelli che l'hanno persa. In Unione Sovietica, dico solo a titolo esemplificativo, chi scriveva poesia finiva in Siberia. Adesso, là e qua, sei libero di scrivere quello che vuoi, purché si tratti di cose banali oppure di cazzate, per essere ascoltato, avere audience. Alla fine, il Potere ti squalifica, ti ritrovi ugualmente in Siberia.

— Eppure, senti, io prendo ‘Il viaggio del poeta’. Davvero il viaggio del poeta è una ricognizione fra passato e futuro? Questa è davvero la tua poetica?

Si.

— Non è una contraddizione? Hai detto che il futuro non c'è.

Non c'è per me, ma non è detto che non ci sia. Beh. Il futuro io lo vedo nel miglioramento dell'uomo.

— Si balbetta, vedo.

Niente mi fa immaginare che ci sia un futuro. Si! E’ una contraddizione. amen, me la tengo.

— Non mi sembra. Proprio perché il futuro non esiste, scrivi che conviene andare in ricognizione, per vedere se c'è.

Ah beh, si, forse è così.

— Il futuro metafisico?

Sarà quello che deve essere. Non accetto l’idea della morte assoluta e basta, ci sono cose fuori dalla nostra comprensione, tipo quinta dimensione.

— La morte potrebbe essere accesso a questa dimensione. Perché fai così fatica a dirlo? Per pudore?

Forse.

— Eppure, non chi dice Signore Signore entra nel Regno dei Cieli. Invece, ci entra chi guarda al prossimo, a Mahamadou, chi si identifica con gli sconfitti, con i diversi.

Si, ma questa non è una mia religione. Io non faccio il missionario, non raccolgo l'elemosina per darla ai poveri, perché questo mi sembra umiliante. I poveri, poi, non mi sono mai stati simpatici. Spesso, sono anche imbelli. Vedi, io sono invece vanitoso, mi piace essere guardato, mi piacciono le cose belle, anche le belle automobili. E' il metodo per avere la macchina bella che non mi va. Allora, non mi muovo per amore dei poveri, ma perché disprezzo i ricchi, i prepotenti, quelli che hanno già molti soldi e ne vogliono molti di più.

— Ti contrapponi ai ricchi e ai prepotenti. Questa attitudine, oppure questa scelta, come si può chiamare?

Si può chiamare: orgoglio di me stesso.

— No. Orgoglio è il giudizio che dai di te. 'Sono orgoglioso perché‘. Ma l’azione in sé, la scelta di schierarsi conto i prepotenti, come si può chiamare?

Giustizia ?

— Beh. io credo che non si possa chiamare altrimenti.

Mah, il fatto è che provo risentimento, rancore, e con la giustizia non stanno bene insieme. L'Etica, invece, si. Mi sento più vicino alla questione etica.

— Per odiare qualcosa o qualcuno, bisogna essere diversi da qualcosa, o da qualcuno. Prendiamo 'al lupo': l’identificazione è con il canide infido, diverso perché non posa davanti alla giuria. Ecco, qui c'è il Mandrino relazionale, quello che non accetta di essere omologato.

Eh, da bambino credevo nell’eroe, non so, il cavaliere senza macchia e senza paura. Questa idea, dell'eroe, mi è rimasta, però in maniera differente. Eroe è colui che si schiera contro il potere, perché il potere e' omologante.

— Che male c'è ad essere omologato?

Chi vuole essere omologato ha bisogno di rassicurazione. Ha paura.

— L’omologazione è segno di ricerca d’identificazione, di debolezza. Ma chi non accetta l’identificazione è altrettanto debole, perché pensa di perdere se stesso, se solo accetta di assomigliare agli altri.

E' vero. Infatti, non bisogna fare lo sforzo di essere diversi. Bisogna solo rifiutarsi di essere omologati. Deve essere un fatto di autenticità. Io guardo la pubblicità: 'compra questo, e sarai diverso‘. Allora io non compro, per essere diverso da chi vuole essere diverso.

— Complicato, rispetto all'autenticità!

No, se è una cosa che viene da sé. E' come scrivere poesia. Non è che uno scrive poesie per essere diverso dagli altri, oppure per essere uguale a chi scrive poesie. Uno scrive poesia, perché la cosa viene da sé, e questo lo rende diverso.

— Però, la poesia è di per sé un fatto elitario, perché non si scrive e non si legge poesia comunemente.

Infatti. Chi scrive poesia se ne rende conto quando la propone agli altri. C’è sempre qualcuno che dice: 'non si capisce'. E io rispondo: 'perché, la pubblicità la capite?'. Anche la pubblicità intelligente non si capisce, spesso mancano i nessi di causalità. però, per la pubblicità va bene cosi. La poesia, invece, bisognerebbe spiegarla. Mah! In questo senso, la poesia è già di per sé un fatto di alterità. Ma anche un fatto di autenticità, perché il bisogno di scrivere viene da sé. La poesia permette di essere, nello stesso tempo, autentici e diversi.

— Quando la poesia è onesta, si. Un poeta autentico, poi, entra in rapporto con la parte più problematica di sé. Se leggo "Eterno futuro", capisco che il tuo rapporto con l’amore è problematico: hai bisogno d’amore, però ti difendi dall’amore. Giusto?

Mettiti nei miei panni. Mi difendo dalla pubblicità, figuriamoci se non mi difendo da quella roba lì.

— Appunto, è come se l’amore fosse un meccanismo di perdizione rispetto a sé. E' come se tu dicessi: io ti amo, tu mi ami, insieme siamo una cosa sola, ma se con te sono una cosa sola io non sono più io.

E' vero, l'amore è un meccanismo di perdita di é, però è un meccanismo che ricerco continuamente.

— Non credere di essere originale. L’uomo e la donna si cercano per formare uniti l’essere perfetto, che non è uomo e non è donna: è un mito di Platone, addirittura. Fatto è, che per cercarsi devono continuare ad essere diversi, uno uomo, l’altra donna.

Io mi annullo volentieri.

— Il fatto è che scappi, anche, volentieri. Se Mandrino ama e si annulla, è possibile che Mandrino e la donna formino insieme una cosa perfetta, però è sicuro che Mandrino perde Mandrino.

In amore si è perfetti, ma ci si perde. Allora si scappa.

— Ecco: la paura. Non solo di fronte all’amore. Prendo 'L'ultima mano': è un motivo tuo, l'hai gia scritto altrove, la vita è una partita a carte, si aspetta la morte giocando fino all'ultima mano. Ma, quando si gioca, uno vince e uno perde, la cosa implica un giudizio.

Oh, questo lo hai già chiesto.

— Hai risposto come il Barone De Coubertin: è importante partecipare, non vincere. Perciò, fatto il giuramento, anche i bravi atleti di Olimpia aspettano il verdetto del giudice

A me importa questo: avere giocato, e bene. Ci sarà un Giudice alla fine, non so chi, però lo credo anch’io

— I Greci avevano innalzato un tempio, che recava la scritta: aI Dio Ignoto. Sappiamo che Giulio Cesare, personaggio laico, ha sostato e pregato commosso, davanti a quel tempio.

Si.

— I Greci avevano capito tutto. Dio è Ignoto, ma non è Estraneo.

Infatti: non nominare il nome di Dio invano.

Quando l'uomo fornisce risposte gnomiche, quasi sempre vuol dire che è stanco.
Si è fatta sera, infatti. Mandrino ha collaborato massimamente all’esaurimento del Moscato di Pantelleria, io a quello delle patatine, dei salati. Dal piano di sopra giungono rumori di cucina. Emy usa spesso il linguaggio analogico, per far capire che la cena è pronta. Mandrino, finissimo percettore, fa capire che si è fatto tardi. "C'è molto materiale", lo incoraggio. "Bene abbonda pure", mi rassicura l'amico nell'atto di calcare il cappello da buttero sulla chioma bianca fluente.

Lo accompagno all'auto. Nel tragitto, dalla casa di fronte una finestra lontanamente illuminata dimostra dietro le tende un'ombra di donna che si spoglia, oppure si veste. "Riesci ancora a sentire l'odore?", chiedo. Mandrino volta l’olfatto alla finestra lontana, inspira profondamente e considera, dispiaciuto: "No". Filantropo, partecipo al lutto associando il mio: "Fino a qualche tempo fa, io sarei riuscito a vedere distintamente la donna, al di la delle tendine". Seguono serissime banalità sul degrado fisiologico del sensi, il gioco consiste nello sforzo di non mostrarci esilarati, Mandrino si congeda.

Mi ritrovo ad essere serio, anche professionalmente, nella fase successiva di lettura del materiale fornito dall’amico. Nulla mi conquista più di una biografia autentica, condotta da un uomo su di sé. L’autenticità è cosa che chiede soltanto l'ascolto: perché ascolto e comprensione, quando un uomo si confessa, coincidono.

Trascrivo l'intervista a Mandrino, contrariamente al proposito iniziale, senza commentare.

Mi limito a due osservazioni di ordine fenomenologico.

La prima riguarda la coincidenza fra vissuto e scrittura. Un uomo non appartiene, dall'inizio, al luogo inagito e solo intravisto attraverso il portino di un trivio; non appartiene al padre, essendo questi colpevole di non avere colpe specifiche da contestare; non appartiene alla madre, colpevole di non saper definire razionalmente le ragioni per cui il figlio e stato concepito al mondo; non appartiene ai luoghi della libertà, perché questa si apparenta alla solitudine; non appartiene all’amore, perché la donazione all'altro comporta la perdita di sé; non appartiene alle ideologie, essendo queste che mutano e tradiscono; neppure appartiene all'Innominato, essendo questi Innominabile. Un uomo cosi fatto non può definirsi rispetto a qualcosa che sia suo; non può definire, sotto l'aspetto relazionale, neppure se stesso.

La seconda osservazione riguarda la fenomenologia della scrittura. Si scrive, onestamente, per rappresentare ciò che non si e', per raggiungere ciò che non si possiede. Un uomo che non può definire se stesso annaspa necessariamente nel tentativo di proporre ciò che non sa. Una volitiva irrisolutezza sarà, fortunatamente per chi legge, la cifra della sua scrittura.

"E' Babbo natale, dice mio figlio quando Mandrino si congeda. Rimango un po’ cosi, poi credo di capire: Babbo Natale non rassomiglia a nessuno, perché rassomiglia soltanto a se stesso. Non è cosi per Mandrino, ora capisco: l’amico ha il vantaggio di non rassomigliare a se stesso, perché non si appartiene.

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